
Le Anguane del Buso
«el Buso dele Anguane», la grotta delle Anguane
un po' paurosa
Tra Crespadoro e Durlo, nelle valli vicentine, su una parete di roccia si apre una grotta chiamata «el Buso dele Anguane». Lì, raccontavano i vecchi, abitavano le Anguane, donne dell'acqua. Nelle storie che le riguardano, a volte insegnano i mestieri agli uomini, altre volte li attirano a sé, e nessuno sa mai come andrà a finire. Le loro storie si raccontavano nel «filò», le serate d'inverno nelle stalle calde, mentre fuori nevicava. Sono cugine delle Anguane trentine e delle Agane friulane.
Lo sai che… il «filò» era la serata d'inverno in cui intere famiglie si riunivano nella stalla, al caldo degli animali, per filare la lana e raccontare storie.
La storia
Fuori nevicava da tre giorni, e nella stalla si stava bene.
Era la stalla di una contrada di Durlo, nelle valli sopra Crespadoro, e quella sera ci si erano riuniti in tanti: uomini, donne, vecchi, bambini, tutti stretti tra le mucche, che scaldavano l'aria con il fiato. Le donne filavano la lana. I fusi giravano, i fili si allungavano, e qualcuno, ogni tanto, tossiva per riempire il silenzio.
Si chiamava filò, quella serata d'inverno. Si faceva per risparmiare la legna, per stare insieme, e per raccontare.
Il fuoco della lanterna ballava sui muri, e le ombre dei fusi si allungavano fino al soffitto. Di fuori si sentiva solo la neve che scivolava dal tetto, ogni tanto, con un tonfo morbido. Nessuno aveva fretta di andare a letto. In quelle sere, nelle valli, il tempo sembrava più lungo, e le storie lo accorciavano.
Il nonno, quella sera, aveva già finito la storia del lupo. Aveva già finito quella del soldato che tornava dalla guerra. Poi fece una cosa strana: abbassò la voce.
«Adesso vi dico delle Anguane», disse.
Le donne smisero un momento di filare. Qualcuno si voltò verso la porta, come se potesse sentire.
Perché c'era una regola, nei filò: delle Anguane si parlava piano. Si diceva che stessero ad ascoltare. Che si potesse parlare male di un vicino senza pericolo, ma non delle donne dell'acqua, che hanno orecchie lunghe come i torrenti.
«Sapete dove stanno», continuò il nonno. «Lassù, nel Buso.»
Tutti sapevano. Il Buso dele Anguane era una grotta, aperta nella parete di una grande roccia che guardava la valle. Per arrivarci bisognava salire da un sentiero nel bosco, a partire dalla Contrada Micheletti. Dal basso si vedeva soltanto un buco scuro, come un occhio.
«Sono belle», disse il nonno. «Le Bele Butèle. Così le chiamano, e hanno ragione. Ma non lasciatevi ingannare dai capelli e dalle voci. Chi le guarda bene vede che qualcosa non torna. Hanno i piedi diversi dai nostri. E c'è chi dice che, sotto il vestito, la schiena è scavata come un tronco vecchio, e che la coprono con il muschio.»
Un bambino, vicino a lui, aprì la bocca per fare una domanda, ma la nonna gli diede un colpetto sulla spalla.
«Una volta», disse il nonno, «c'era un ragazzino della contrada, uno come voi, che non voleva mai stare a sentire. Gli dicevano: non andare da solo nel bosco. E lui diceva: perché? E gli dicevano: perché ci sono le Anguane. E lui rideva.»
Il nonno aspettò un attimo.
«Una sera di quelle, come questa, ma senza neve, scappò di casa. Non so perché: forse per una lite, forse per gioco. Prese il sentiero verso il Buso. Faceva già buio e c'era la nebbia. Si sentiva solo il torrente, giù in basso.»
Una vacca si mosse, e tutti trasalirono.
«Poi, a un certo punto, il ragazzino sentì cantare.»
Nella stalla non volava una mosca.
«Era un canto dolce, di donna. Una melodia che sembrava venire dall'acqua e dalla roccia insieme. Il ragazzino si fermò. Poi, senza sapere perché, cominciò a salire verso la voce. Più saliva, più la voce era vicina, e più si sentiva leggero, come se il sentiero si facesse da solo.»
«E poi?» sussurrò una bambina.
«E poi arrivò alla grotta.»
Il nonno prese fiato.
«Dentro c'era una luce fredda. E sulla soglia, ferme, c'erano delle donne, bellissime, che lo guardavano e sorridevano. Una di loro gli tese la mano. Il ragazzino stava per prenderla. Stava per prenderla davvero. Ma proprio in quel momento vide i suoi piedi.»
«Che piedi?» chiese il bambino.
«Non erano piedi di donna.»
Nessuno parlò.
«Il ragazzino non gridò. Non ne ebbe il tempo. Fece solo una cosa: si mise a correre. Corse giù per il sentiero, nella nebbia, senza voltarsi, e dietro di sé sentì la voce che cantava ancora, e che a ogni passo gli sembrava più lontana, ma anche più triste. Arrivò alla contrada con le scarpe bagnate fradice, bianco come la neve. Sua madre lo abbracciò e non gli chiese niente.»
Il nonno guardò i bambini a uno a uno.
«Da quel giorno non scappò mai più. Diventò un uomo, e aveva dei figli, e a loro raccontava la stessa storia. E la finiva sempre così.»
«Come?» chiese la bambina.
«Diceva: se una sera sentite cantare dal bosco, non rispondete. Se rispondete, vi sentono. E se vi sentono, vi chiamano per nome.»
Nella stalla ci fu un lungo silenzio.
Poi, dalla porta, arrivò un colpo di vento, e la fiamma della lanterna tremò. Qualcuno rise, con una risata un po' troppo forte. Le donne ripresero a filare, i fusi tornarono a girare, e il nonno riaccese la pipa.
Ma quella notte, tornando a casa nella neve, i bambini camminarono molto vicini ai grandi. E nessuno guardò verso la montagna, dove, nella parete di roccia, ci doveva essere un buco scuro.
Se qualcuno, in quel momento, avesse ascoltato bene, forse avrebbe sentito qualcosa. Molto lontano, giù verso il torrente. Una voce di donna che canticchiava, sola, al buio. Non una canzone. Solo un nome. Ripetuto piano, sempre più piano, come per vedere chi rispondeva.
Parenti nel mondo
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