
La leggenda del Lago Blu
Lac Bleu, chiamato anche Lago Layet
un po' paurosa
Dove oggi c'è un laghetto azzurrissimo, un tempo sorgeva la casa di una famiglia di pastori ricca ma avara. Un giorno bussò un viandante affamato e la padrona lo cacciò ridendo. Solo il figlio più piccolo gli portò di nascosto una scodella di latte, e per punizione fu mandato nel bosco a fare legna. Quando tornò, la casa non c'era più: l'acqua aveva coperto ogni cosa. Sul perché l'acqua sia così azzurra le spiegazioni sono diverse: un minerale sul fondo, oppure le alghe. È una storia di «paese punito», come tante altre sulle Alpi.
Lo sai che… nelle giornate senza vento il Cervino si riflette nell'acqua del Lago Blu come in uno specchio.
La storia
Quando il vento si ferma, a Giomein, sopra Breuil, succede una cosa strana. Il lago diventa un vetro. Il Cervino ci cade dentro, intero, con la punta all'ingiù, e i larici fanno una seconda foresta sott'acqua.
L'acqua è di un azzurro così forte che non sembra vera. Lo chiamano Lago Blu, e qualcuno Lago Layet. Se ci si china sulla riva e si guarda bene, sul fondo si vedono dei tronchi stesi uno accanto all'altro. Sembrano le travi di un tetto.
I vecchi del posto, a quel punto, abbassano la voce. Perché dicono che siano proprio quelle.
Si racconta che lì, dove adesso c'è l'acqua, in una valle verde di abeti e rododendri, un tempo sorgesse una casa. Ci viveva una famiglia di pastori. Avevano pecore, latte, formaggio, una dispensa piena. Non avevano pietà.
Una sera arrivò un viandante.
Il sole era già dietro le creste e l'aria si faceva fredda, di quel freddo di montagna che entra nelle ossa anche d'estate. Il viandante veniva da lontano, si capiva dai vestiti, strappati in più punti. Era pallido e stanco, e camminava appoggiandosi a un grosso bastone pieno di nodi. Si fermò davanti alla porta. Rimase un momento a guardare il fumo che usciva dal camino. Poi bussò.
Aprì la padrona di casa.
«Ho fame», disse il viandante, piano. «Basta poco. Una zuppa di latte, un po' di polenta.»
La donna lo guardò dalla testa ai piedi. Non rispose. Gli voltò le spalle, e dietro di lei il fuoco scoppiettava, e nessuno si alzò.
In un angolo della cucina c'era il figlio più piccolo, con davanti la sua scodella di latte, quella della colazione. Sentì la voce dello sconosciuto. Vide quanto era magro. Si alzò con la scodella in mano e fece due passi verso la porta.
«Siediti», disse la madre.
Gli altri si misero a ridere. Uno prese una ciotola e la riempì dal secchio dove si lavavano gli attrezzi: acqua grigia, sporca. La porsero al viandante, con un inchino finto, come a un signore.
Lui non la prese. Guardò la ciotola, poi guardò a uno a uno quei visi. Il bambino, con la sua scodella ferma tra le mani, abbassò gli occhi.
Il viandante si voltò. Se ne andò lungo il sentiero, col bastone che batteva sui sassi, e mentre si allontanava mormorava parole che nessuno capì. Erano basse e scure. Il vento, che fino a quel momento soffiava, si fermò di colpo.
«Strano tipo», disse qualcuno. Chiusero la porta.
Qui, in una versione, la storia continua così. Il bambino non fu perdonato nemmeno lui. Voleva dare il suo latte a uno straniero: per punizione, la madre lo mandò fuori, nel bosco, a raccogliere legna. Era buio. Fuori c'erano i rumori della notte: il fruscio nei rami, un gufo, qualcosa che correva nel sottobosco.
Il bambino aveva paura. Gli sembrava che gli alberi si chinassero per guardarlo, e che ogni ramo secco avesse la forma di una mano. Ma camminò, e raccolse rami, uno dopo l'altro, e li mise in fascio. Ogni tanto si fermava ad ascoltare: da lontano, a valle, arrivava qualcosa che somigliava a un passo che si allontanava, e poi più niente. Pensava alla scodella che non aveva portato. Pensava che, se fosse stato un po' più veloce, forse il viandante sarebbe ancora lì.
Raccolse legna per molte ore, tante da avere le braccia piene. Poi tornò.
Il sentiero era quello, lo conosceva a memoria. Ma a un certo punto smise di sentire il profumo del fumo. Smise anche di sentire i campanacci, i cani, il rumore del ruscello che passava dietro la casa. C'era un silenzio largo, pesante, come quello che resta dopo un grido.
La casa non c'era più.
Dove c'era la porta, dove c'era la cucina, dove c'era il fuoco, c'era un lago immenso. Ferme sulla superficie, scure, le stelle. Nessun rumore. Né una voce, né un belato. Nessuno lì sotto rispose, per quanto il bambino chiamasse.
Lasciò cadere la legna. Pianse sulla riva, a lungo.
Quando finì di piangere, capì. Non c'era stato un temporale, né una frana. Quell'acqua era arrivata perché qualcuno aveva chiuso la porta a chi aveva fame. Lui non l'aveva chiusa, e per questo era rimasto lì, a guardare.
Così si racconta che rimase a vivere sulle rive di quel lago, e che i suoi discendenti, uomini e donne, si stabilirono accanto all'acqua. Non dimenticarono mai quella storia. E per questo, in quelle case, quando un viandante bussava, la porta si apriva. A chi aveva fame davano da mangiare, a chi era stanco un posto vicino al fuoco, senza chiedere niente.
Ancora oggi, d'estate, ci sono escursionisti che si siedono sulla riva e guardano il Cervino riflesso. Pochi sanno perché quell'azzurro sia così limpido. Sono state date spiegazioni: un minerale sul fondo, le alghe. Ma dalla riva, se l'acqua è ferma, i tronchi si vedono ancora, sul fondo, stesi in fila.
Se qualcuno vi dice che sono solo vecchi alberi caduti, non discutete. Sorridete, e guardate il lago un'ultima volta prima di andare via.
Parenti nel mondo
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Fonti
- Regione Autonoma Valle d'Aosta, turismo, «La leggenda del Lago Blu»
- Tersilla Gatto Chanu, «Leggende e racconti popolari della Valle d'Aosta»
