
Nera e Velino, la Cascata delle Marmore
la ninfa Nera e il pastore Velino
per niente paurosa
La ninfa Nera si innamorò di un pastore, Velino. Ma la dea Giunone non voleva quell'amore, e per separarli trasformò Nera in un fiume che scorre in fondo alla valle. Velino, disperato perché la credeva annegata, si lanciò dalla rupe per raggiungerla. In una versione Giove, commosso, lo trasformò in acqua anche lui: così il Velino cade per sempre tra le braccia del Nera, ed è nata la cascata. La storia vera è diversa: la cascata l'hanno fatta i Romani, con un canale che porta il Velino fino al ciglio della rupe.
Lo sai che… nel 271 avanti Cristo il console Manio Curio Dentato fece scavare il Cavo Curiano, un canale che faceva defluire le acque ferme del lago Velino giù dalla rupe: la cascata nacque così. Dal 1929 la stessa acqua muove la centrale di Galleto.
La storia
La valle del Nera, in Umbria, è così verde che sembra dipinta. Tra le rocce scorre un fiume che brilla anche quando il cielo è grigio, e a un certo punto, a Marmore, l'acqua si getta giù da una rupe, con un boato che si sente da lontano.
I vecchi del posto dicono che quel rumore sia una storia. Ed è una storia d'amore.
All'inizio, dove oggi c'è la cascata, non c'era nessun salto. C'era un luogo di prati e di rocce, e lì viveva una ninfa che si chiamava Nera. Le ninfe sono creature delle acque e dei boschi: non invecchiano, non hanno paura del buio, e vivono più a lungo di qualunque montagna.
Un giorno, sull'altopiano sopra la valle, Nera vide un pastore.
Si chiamava Velino. Portava il suo gregge dove l'erba era più alta e non aveva niente di speciale: un mantello consumato, un bastone di nocciolo, una voce un po' stonata quando cantava. Ma Nera lo guardò, e capì che da quel momento il suo posto era accanto a lui.
Non era una cosa che si potesse fare. Nera era una ninfa, Velino un essere umano: appartenevano a due mondi diversi, lontani. Ma loro, che non si preoccupavano delle regole, si incontrarono lo stesso. Si vedevano di nascosto, tra le rocce, all'ora in cui le greggi tornano all'ovile.
Il segreto durò poco.
Giunone, la regina degli dèi, venne a sapere dell'amore tra la ninfa e il pastore. E Giunone si arrabbiò molto. Una ninfa che si innamora di un uomo, per lei, era una ninfa che ha infranto le regole. E chi infrange le regole viene punito.
La punizione fu terribile e silenziosa. Giunone trasformò Nera in un fiume.
Un attimo prima era una ragazza con i capelli bagnati di rugiada. Un attimo dopo era acqua, una lunga striscia d'acqua che scivolava via giù, in fondo alla valle, sempre più veloce, sempre più lontana dal posto dov'era nata.
Velino arrivò sulla rupe e non la trovò.
Guardò giù. Vide un fiume che non c'era mai stato, e sul fiume uno scintillio che conosceva bene, come la risata di qualcuno. Non capì subito. Poi capì. Pensò che lei fosse caduta, che l'acqua la stesse portando via, che stesse annegando.
Non pensò a Giunone, non pensò agli dèi. Pensò soltanto a una cosa: devo raggiungerla.
E si gettò dalla rupe di Marmore.
Fu un salto altissimo. Il vento gli fischiò nelle orecchie, la valle gli girò intorno, e il fiume laggiù veniva incontro, sempre più vicino, sempre più forte.
Ma da lassù, nel cielo, qualcuno aveva visto.
Giove, il più potente degli dèi, aveva guardato il giovane pastore buttarsi nel vuoto per amore di una ninfa. E fu colpito dal suo coraggio. Era un gesto da pazzi, da innamorati, da eroi. Giove non poteva cancellare ciò che aveva fatto sua moglie Giunone, ma poteva fare un'altra cosa.
Trasformò anche Velino in acqua.
Così, prima di toccare le rocce, il corpo del pastore si sciolse in uno spruzzo e in un boato, e cadde in basso come una cascata. Cadde dritto nel fiume, tra le braccia di Nera.
Da allora i due non si sono più separati. Il Velino arriva dall'alto, il Nera lo aspetta in fondo, e ogni volta che l'acqua si schianta sulle rocce e si alza in una nuvola di goccioline, il sole ci disegna un arcobaleno, e sembra che i due innamorati si abbraccino.
È questa la storia che raccontano a Marmore.
Ma c'è anche un'altra storia, più concreta. E gli studiosi la raccontano con la stessa passione.
Il fiume Velino scorre sull'altopiano attorno a Rieti. Le sue acque, però, non trovavano una strada per scendere verso Terni: ristagnavano in paludi e in un lago, il lago Velino, che i Romani chiamavano Lacus Velinus. L'acqua ristagnava, e quell'acqua ferma faceva ammalare chi viveva vicino.
Nel 271 avanti Cristo i Romani decisero di intervenire. Il console Manio Curio Dentato fece scavare un canale, il Cavo Curiano, che portava le acque ferme del Velino verso il salto di Marmore, perché precipitassero nel Nera, che a sua volta si getta nel Tevere. Un'impresa enorme.
Prima di allora il Velino non arrivava fin lì: la rupe c'era, ma l'acqua no. La cascata, quindi, l'hanno fatta i Romani, con quel canale che porta il fiume fino al ciglio e lo lascia cadere. È una delle cascate artificiali più alte del mondo.
I problemi, però, non finirono. Quando il Velino era in piena, l'acqua del Nera minacciava Terni, e la lite tra Terni e Rieti arrivò fino al Senato di Roma. Caduto l'impero, nessuno curò più il canale, e la piana di Rieti tornò a diventare palude. Altri lavori vennero fatti nel 1422, nel 1545, nel 1598 e nel 1787, ogni volta per far scorrere meglio l'acqua. Nel 1787, per ordine di papa Pio VI, l'architetto Andrea Vici intervenne sui salti e dette alla cascata l'aspetto che ha oggi. E dal 1929 quell'acqua fa anche girare le turbine di una centrale idroelettrica, quella di Galleto: per questo, a certe ore, la cascata si «spegne» e poi si riapre.
Qual è la storia vera? Forse tutte e due.
Una ha il fango sulle scarpe, e l'altra ha le lacrime. Ma quando siete sotto la cascata, con le goccioline sulla faccia, è difficile non credere a quella con le lacrime.
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