
Il drago di Terni (Thyrus)
Thyrus, il drago dello stemma
un po' paurosa
Thyrus è il drago verde con le ali che si vede nello stemma di Terni. La leggenda racconta che viveva in una tana nel bosco, assaltava le porte della città quando aveva fame e terrorizzava tutti, tanto che la gente non usciva più di casa. Il consiglio degli anziani cercò un eroe, ma molti trovarono una scusa per non andare. Alla fine lo affrontò un giovane cavaliere: un raggio di sole, riflesso dalla sua armatura lucida, accecò il drago, che fu sconfitto. Il drago, dicono gli studiosi, rappresenta le paludi malsane prosciugate per far nascere la città.
Lo sai che… a Terni il drago è dappertutto: sulle bandiere, sugli stendardi e scolpito sugli architravi di porte e finestre.
La storia
A Terni, una volta, le strade si svuotavano prima del tramonto.
Non perché facesse freddo. Non perché fosse tardi. Ma perché dal bosco, oltre le case, saliva un odore. Era un fiato lungo, pesante, che sapeva di cose morte, e chi lo sentiva arrivare sapeva che doveva chiudersi in casa e tenere le finestre sbarrate.
L'odore era del drago.
Lo chiamavano Thyrus. Aveva le ali, due grandi ali di pelle, ma non aveva le zampe davanti: camminava sulle due di dietro e si trascinava dietro una coda lunghissima, piena di spine. Viveva in una tana, in fondo a un bosco fitto, e nessuno aveva mai avuto il coraggio di cercarla. Quando aveva fame, andava verso la città e assaliva le porte. Chi si trovava fuori non tornava. E chi restava dentro sentiva il suo fiato strisciare tra le fessure, e non dormiva.
I mesi passavano. I campi restavano incolti. I bambini non giocavano più nelle piazze.
Allora il Consiglio degli Anziani si riunì in una sala con le imposte chiuse, a lume di candela. I vecchi parlarono a lungo. Alla fine decisero di chiamare uomini conosciuti per la loro forza e per il loro coraggio, e di chiedere a uno di loro di uccidere il mostro.
Li chiamarono, uno dopo l'altro. E uno dopo l'altro, quegli uomini forti e coraggiosi si guardarono i piedi.
Uno aveva un braccio dolorante. Un altro doveva partire per un viaggio. Un altro ancora aveva promesso di aiutare un parente. Ognuno trovò una scusa, e ognuno uscì dalla sala più in fretta di come era entrato.
Gli Anziani restarono soli, con le candele che si consumavano.
Fu allora che si fece avanti un giovane. Un cavaliere, ancora senza fama, della famiglia dei Cittadini. Non aveva la barba lunga e non aveva molte battaglie alle spalle. Aveva una lancia e un'armatura che lucidava ogni sera, fino a vederci dentro la propria faccia.
«Ci vado io», disse.
Nessuno rise. Nessuno lo fermò. Forse in quel momento, in quella sala, tutti pensavano la stessa cosa: che non l'avrebbero più rivisto.
Il giovane partì all'alba. Attraversò i campi, dove l'erba era alta perché nessuno la tagliava da mesi. Entrò nel bosco. Gli alberi si chiudevano sopra la sua testa e la luce diventava verde, poi grigia. Non cantava un uccello. Non si muoveva una foglia.
Più andava avanti, più il fiato cattivo si faceva forte. Gli bruciava in gola, gli faceva lacrimare gli occhi. Si coprì la faccia con un lembo del mantello e continuò.
A un certo punto, il cielo si oscurò. Sopra gli alberi, le nuvole si ammassarono tutte insieme, nere, e in lontananza brontolò un tuono. Sembrava che il mondo stesso gli dicesse di tornare indietro.
Lui non tornò.
Trovò la tana in una radura, dove gli alberi si aprivano come per fare spazio a qualcosa di troppo grande. E il drago uscì.
Era più grande di quanto chiunque avesse raccontato. Aveva la pelle dura come cuoio vecchio, scura, e la coda spinosa batteva sul terreno. Spalancò la bocca, e il fiato del mostro avvolse il giovane come una nebbia.
Il cavaliere alzò la lancia e colpì. La punta rimbalzò. Colpì ancora, e ancora: era come pungere una roccia. Quella pelle coriacea sembrava quasi fargli il solletico, e il mostro ruggì, quasi ridendo di lui.
Il giovane indietreggiò. Inciampò in una radice, cadde su un ginocchio. Sopra di lui, il drago alzò la testa e prese fiato per l'ultimo assalto.
Il giovane pensò: è finita.
Proprio in quel momento, tra le nuvole nere si aprì uno squarcio.
Fu piccolo, appena una fessura. Ma da quella fessura scese un raggio di sole, dritto, forte, e colpì l'armatura lucida del giovane. Quell'armatura che lui aveva pulito ogni sera, senza sapere perché, divenne per un attimo uno specchio. La luce rimbalzò e prese in pieno gli occhi del drago.
Il mostro si fermò. Scosse la testa, accecato, e cercò di voltarsi.
Il giovane non perse un istante. Si rialzò, strinse la lancia con tutte e due le mani e la spinse avanti, con tutta la forza che aveva, dritta al cuore del drago.
Il ruggito che seguì rimbombò per tutto il bosco. Poi il mostro cadde a terra, pesante, e non si mosse più.
Il giovane restò lì a lungo, ansimando, con la lancia in mano. Sopra di lui, le nuvole si aprivano, e il bosco tornava a respirare. L'aria non puzzava più.
Quando rientrò a Terni, la gente corse fuori dalle case. Per la prima volta dopo tanto tempo, qualcuno aprì le imposte. Qualcuno uscì in strada. Gli Anziani aprirono le porte della città, e gli abitanti organizzarono una lunga festa per il cavaliere, con la musica e le tavole apparecchiate in piazza.
Da allora Terni non ha più dimenticato il suo drago. Lo ha messo sulle bandiere, sugli stendardi, sullo stemma. Lo ha scolpito sugli architravi delle porte e delle finestre, come se un mostro così meritasse di restare per sempre a guardia delle case che ha minacciato.
C'è chi dice che il drago fosse l'aria malata delle paludi, e che il giovane cavaliere sia stato la fatica di chi, tanto tempo fa, le prosciugò per far nascere la città. Forse è così.
Ma se capitate a Terni in una sera di nuvole nere, e vedete uno squarcio di sole sbucare all'improvviso su un tetto, guardatelo con attenzione.
Chissà cosa sta facendo brillare.
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