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Un drago verde con la coda lunga che emerge da una palude piena di canne e nebbia

dragotra Lodi, Cremona e Bergamo · Lombardia

Il drago Tarantasio del lago Gerundo

Tarantasio, detto anche Tarànto

paurosa

Nel Medioevo, tra i fiumi Adda e Serio, c'era una grande zona di acque ferme e paludi che la tradizione chiama lago Gerundo. Lì sotto, si diceva, viveva il drago Tarantasio, che col suo fiato puzzolente faceva ammalare la gente dei villaggi. Chi lo sconfisse? Ogni paese ha la sua risposta: un santo, l'imperatore Barbarossa, il primo dei Visconti. In un'altra versione il drago morì quando il lago fu prosciugato. Il fiato del drago era probabilmente la malaria delle paludi, che sparì con le bonifiche.

Lo sai che… fino all'epoca di Napoleone in alcune chiese si conservavano le «costole del drago», che le fonti descrivono come resti di animali preistorici.

La storia

Se sali in aereo a Milano e guardi giù, nella pianura tra l'Adda e il Serio, vedi campi verdi tagliati dritti da canali e strade. Nessuno direbbe mai che, mille anni fa, lì c'era un lago.

Si chiamava Gerundo. Non era un bel lago azzurro. Era una distesa di acqua bassa, ferma, grigia, piena di canne e di nebbia, con le rive che si perdevano nel fango e l'aria sempre umida. Chi ci passava la notte tornava a casa con la febbre. Chi ci abitava aveva la pelle gialla e gli occhi stanchi.

E poi c'era il drago.

Lo raccontano le cronache. Un monaco, intorno all'anno 1100, lo descrisse così: un essere come un serpente, ma enorme, con una testa grande e piena di corna, con una coda lunga e le zampe palmate, come quelle delle oche. Nuotava sotto la superficie, e quando saliva, dalla bocca gli uscivano fumo e fuoco.

Si chiamava Tarantasio.

Mangiava bambini. Mangiava anche gli adulti, quando li trovava. Rovesciava le barche dei pescatori, con un colpo di coda, e poi aspettava, sotto l'acqua, che qualcuno cadesse. Ma la cosa più terribile era il suo fiato. Un soffio scuro, che si spargeva sul lago e sulle rive. Dove arrivava, l'erba seccava, gli animali si ammalavano, la gente moriva di febbri.

Dicono che gli abitanti dei villaggi non osassero più avvicinarsi all'acqua. Cercavano di mandarlo via con le preghiere. Gli portavano agnelli, galline, a volte qualcosa di peggio. Il drago prendeva tutto e tornava ad avere fame.

Nessuno sapeva da dove venisse. Qualcuno raccontava che fosse nato dai resti di un uomo cattivo, Ezzelino da Romano, un signore di quelle parti, un tiranno che Dante aveva messo all'Inferno, nel fiume di sangue bollente. Dopo la morte, dicevano, il suo corpo marcito si era trasformato in drago.

Chi lo uccise?

A questa domanda, in Lombardia, ognuno risponde a modo suo. C'è chi dice che sia stato un santo, San Cristoforo, che con la preghiera e con la croce avrebbe domato il mostro. C'è chi preferisce pensare all'imperatore Federico Barbarossa, che passava da quelle parti con un esercito, e che avrebbe scacciato il drago con le armi. E c'è chi racconta del capostipite dei Visconti, un cavaliere coraggioso, che lo sfidò da solo e lo vinse.

Tra tutte, la storia del primo dei Visconti, che alcuni chiamano Uberto, è quella che ha lasciato un segno più forte. Si dice che per ricordare l'impresa, la famiglia Visconti abbia scelto come stemma un grande serpente, il Biscione, con un bambino che gli esce dalla bocca. Lo trovi ancora oggi, a Milano, sulle facciate dei palazzi, sulle monete, perfino sui marchi delle automobili.

Ma se il drago è stato ucciso, dove sono le prove?

Per secoli la gente ha creduto di vederle. Nella chiesa di Sant'Andrea, a Lodi, dicono che per molto tempo fu conservato uno scheletro intero. In altre chiese del Lodigiano, del Cremonese e della Bergamasca, fino ai tempi di Napoleone, fecero bella mostra enormi costole, appese al soffitto o chiuse in teche, come reliquie del mostro. In una di queste chiese, a Sombreno, uno studioso riconobbe poi la costola di un mammut. Ad Almenno San Salvatore, in provincia di Bergamo, nella chiesa di San Giorgio, c'è ancora oggi un osso esposto accanto a un affresco del Trecento.

Gli scienziati, quando le hanno guardate, hanno detto una cosa semplice. Quelle ossa sono resti di animali preistorici, che in quella pianura sono sepolti da migliaia di anni. Per chi non aveva mai visto un fossile, erano le ossa di un drago.

E il fiato velenoso? Secondo gli studiosi era la malaria. Il lago Gerundo era una palude, e dalle paludi, nei secoli, nascevano zanzare e febbri. Quando, col tempo, i monaci e i contadini scavarono canali e prosciugarono le acque, la malaria sparì. E con lei il drago.

Rimase la storia. Il drago, o un drago che gli somiglia, compare in un affresco di Civate, nel chiostro di San Marco a Milano. E un artista del Novecento, Luigi Broggini, si ispirò a Tarantasio per disegnare un animale che oggi vedi ai distributori di benzina: un cane nero a sei zampe, che sputa fuoco.

Così, se un giorno ti trovi nella pianura lombarda, in una mattina di nebbia fitta, e non vedi più la strada, ricorda che lì sotto c'era un lago. E in fondo a quel lago, secondo i vecchi, nuotava qualcosa che nessuno ha mai dimenticato.

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Ciro Simone Irmici

Chi c'è dietro

Ciro Simone Irmici

Costruisco siti, app e giochi. L'Atlante l'ho costruito con l'intelligenza artificiale e controllo io ogni scheda e ogni fonte. Non sono uno studioso di mitologia: racconto le leggende con rispetto e dico sempre da dove vengono. Se conosci una leggenda del tuo paese, scrivimi.

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