
Sigurd e il drago Fafnir
Sigurðr e Fáfnir
paurosa
Fafnir era un uomo così avido che, per custodire da solo un tesoro maledetto, si trasformò in un drago. Il giovane eroe Sigurd, armato di una spada riforgiata dai pezzi di quella di suo padre, scavò una fossa sul sentiero dove il drago passava per andare a bere e lo colpì da sotto. Mentre arrostiva il cuore del drago, si scottò un dito e se lo mise in bocca: appena assaggiò il sangue, cominciò a capire la lingua degli uccelli, che lo avvertirono di un tradimento.
Lo sai che… questa saga ha ispirato secoli dopo il ciclo di opere di Wagner e anche alcuni romanzi fantasy moderni.
La storia
Sulla brughiera di Gnitaheiðr, nessuno andava più da anni.
Il sentiero c'era ancora. Era largo, scavato nella terra, e sembrava quello di una frana. Nessuna pecora lo percorreva, nessun uomo. Il drago passava là ogni giorno, per andare a bere al fiume, e dove passava l'erba ingialliva e il terreno restava nudo e lucido, come unto d'olio.
Si chiamava Fafnir. Una volta era stato un uomo.
Tutto era cominciato da un tesoro d'oro rosso, maledetto fin dall'inizio: l'oro di un nano, con un anello che portava sventura a chiunque lo toccasse. Fafnir lo aveva voluto tutto per sé. Per averlo non aveva esitato nemmeno davanti a suo padre. Poi, per paura che qualcuno glielo portasse via, si era messo in testa un elmo di terrore, e così era cambiato: era diventato un serpente enorme, che dormiva sopra l'oro e non lo lasciava mai. L'avidità non lo aveva reso ricco. Lo aveva reso una belva.
Suo fratello Regin, fabbro, non aveva avuto niente.
Per questo, anni dopo, Regin allevò un ragazzo, Sigurd, figlio di Sigmund. Gli insegnò a leggere, a cavalcare, a parlare con i re. Poi, un giorno, gli disse la verità:
«C'è un drago sulla brughiera. Dorme sull'oro. Uccidilo, e il tesoro sarà tuo.»
Sigurd accettò, ma chiese una spada che fosse all'altezza.
Regin ne forgiò una. Sigurd la provò sull'incudine, e la lama si spezzò. Ne forgiò una seconda, e si spezzò anche quella. Allora Sigurd andò da sua madre e si fece dare i frammenti della spada di suo padre, che lei teneva da una vita in un panno. Regin li mise nella fucina. Lavorò a lungo, col fuoco alto, senza parlare.
Quando la nuova lama uscì, si chiamava Gram, ed era nera e lucente. Sigurd la calò sull'incudine con tutta la forza. L'incudine si aprì in due, dal bordo al ceppo. Poi buttò un fiocco di lana nel fiume, e la lama lo tagliò a metà mentre passava.
Poi andarono alla brughiera.
Regin si fermò prima. «Il drago passa di qua», disse, e indicò il sentiero. «Scava una fossa, mettiti dentro, e quando passa colpiscilo da sotto. Io torno più tardi.»
Se ne andò, senza voltarsi. Sigurd restò solo.
Prese la pala. Cominciò a scavare, in mezzo al sentiero, dove la terra era dura e fredda. Scavava, e non si vedeva niente intorno, solo un cielo basso e un vento che veniva da lontano.
A un tratto vide qualcuno. Un vecchio, appoggiato a un bastone, con una lunga barba, che lo guardava come se sapesse già tutto.
«Cosa fai, ragazzo?»
«Scavo una fossa per il drago.»
«Scava più fosse», disse il vecchio. «Una per il sangue, una per il resto. Se ti metti dentro a una sola, il sangue ti annega.»
E scomparve, senza fare rumore, come era venuto. Sigurd non aveva fatto in tempo a chiedergli il nome. Ma fece come gli era stato detto.
Poi si calò dentro e aspettò.
Il tempo, nella fossa, passa lentamente. Sigurd sentiva il vento sopra di sé e il cuore nel petto. Poi sentì un'altra cosa.
La terra tremava.
Non forte, all'inizio. Un brontolio profondo, che saliva dai piedi. Poi più forte. Sassolini rotolavano giù dalle pareti. Qualcosa di enorme si stava muovendo, e strisciava, e si avvicinava. Sigurd sentì l'odore, prima di vedere: amaro, come di rame bruciato. Poi l'ombra coprì il cielo, e sopra di lui passò il corpo del drago.
Era lungo, interminabile, coperto di scaglie. Il veleno gli gocciolava dal muso e cadeva fumando sul sentiero. Sigurd vide la pancia chiara a due palmi dal suo viso. Alzò Gram con tutte e due le mani e la piantò su, fino all'elsa.
Il drago gridò. Poi tacque. Si abbatté dall'altra parte del sentiero, con un tonfo che scosse la brughiera, e la terra si fermò.
Sigurd uscì dalla fossa, tremando, con le braccia sporche fino ai gomiti. Fafnir, a terra, respirava piano. Gli occhi, grandi e gialli, lo guardavano senza più rabbia.
«Chi sei?» disse il drago. «Chi è tuo padre?»
«Mi chiamano la bestia nobile», rispose Sigurd. Non voleva dire il suo vero nome: si credeva che la maledizione di uno che muore avesse potere. Parlarono a lungo. Fafnir disse che il suo oro portava sventura a chi lo possedeva, e che Sigurd non avrebbe fatto eccezione. Disse anche che Regin, il fratello, voleva ucciderlo. Poi morì.
Regin tornò a mezzogiorno. Si sedette accanto al corpo del fratello, e guardò Sigurd con gli occhi bassi.
«Hai ucciso mio fratello. Arrostisci il suo cuore, ragazzo. Voglio mangiarlo.»
Sigurd accese il fuoco. Infilò il cuore su un ramo e lo girò sulle fiamme. A un certo punto si fermò: voleva sapere se era cotto. Lo toccò con il dito, e si bruciò. Si mise subito il dito in bocca, e sentì in bocca un sapore diverso.
Da quel momento, capì gli uccelli.
Sopra di lui, su un ramo, c'erano delle sitte, uccellini piccoli che parlavano fra loro.
«Guarda Sigurd», dicevano. «Si fida di Regin. Ma Regin pensa solo a tradirlo.»
«Se avesse un po' di giudizio, lo ucciderebbe lui per primo, e si prenderebbe il tesoro.»
Sigurd guardò Regin, che lo fissava di nascosto. Capì ogni cosa. Impugnò Gram. Il cuore lo mangiò lui, fino all'ultimo pezzo, e Regin non ebbe più modo di tradire nessuno.
Poi gli uccelli gli parlarono di un'altra cosa, più lontana, su una montagna con le fiamme intorno, dove una donna dormiva. Ma questa è un'altra storia.
Sigurd entrò nella tana del drago, dove le pareti brillavano. Là sotto c'era l'oro, tanto che il cavallo, Grani, quasi non riusciva a portarlo.
Partì al tramonto. Dietro di sé lasciò la brughiera, la fossa e il sentiero vuoto. Il vento correva sull'erba gialla.
E con l'oro, come aveva detto il drago, viaggiava la maledizione.
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Fonti
- Edda poetica, «Fáfnismál»
- «Saga dei Völsunghi» (XIII secolo)
