
Il Kraken
kraken, in norvegese
paurosa
Il Kraken non viene dalle antiche Edde, ma dai racconti dei marinai norvegesi. Era un mostro marino così grande che, quando affiorava, sembrava un'isola: i pescatori ci trovavano intorno tantissimi pesci, ma dovevano scappare prima che si immergesse, perché il gorgo poteva trascinare giù la barca. Nel Settecento un vescovo norvegese, Erik Pontoppidan, ne scrisse come di un animale vero. Oggi sappiamo che probabilmente i marinai avevano visto il calamaro gigante.
Lo sai che… il calamaro gigante esiste davvero, può superare i dieci metri ed è stato fotografato vivo nel suo ambiente per la prima volta solo nel 2004.
La storia
I pescatori norvegesi di una volta avevano una regola, che non scrivevano da nessuna parte e che insegnavano ai figli sulla barca.
Quando il mare ti regala troppo, non fermarti a ringraziare. Scappa.
Era una mattina d'estate, di quelle senza vento. L'acqua era piatta come uno specchio e il cielo, sopra, sembrava appoggiato sulle onde. Il vecchio e suo nipote avevano remato per ore, fuori dalla costa, fino a un punto dove, di solito, sotto la chiglia c'era un abisso. Calarono le lenze. Aspettarono.
Il ragazzo aveva dodici anni, e quell'estate era la prima volta che usciva così al largo.
Il primo pesce abboccò quasi subito. Poi un altro. Poi un altro ancora. Le lenze si tendevano, i pesci saltavano nella barca, grossi, argentati, uno dopo l'altro, e il ragazzo rideva.
«Nonno, non ne ho mai visti tanti!»
Il nonno non rispose.
Aveva smesso di tirare. Aveva preso in mano il piombo, quello che si cala per misurare la profondità, e lo aveva buttato in acqua. Il piombo toccò il fondo troppo presto. Lo ritirò e lo calò di nuovo. Troppo presto anche la seconda volta.
Lì il fondo avrebbe dovuto essere a ottanta braccia, o più. Il piombo si fermava a venti.
«Che c'è?» chiese il ragazzo.
«Metti via la lenza.»
«Ma stanno abboccando…»
«Metti via la lenza», disse il nonno, piano. «Prendi un remo.»
Non gridava. Era peggio. Era la voce di uno che non vuole fare rumore.
Il ragazzo prese il remo. E in quel momento, per la prima volta, si accorse di quanto fosse silenzioso il mare. Non c'era uno strillo di gabbiano. Non c'era un'onda contro lo scafo. Non c'era neppure il solito brusio dell'acqua, come se tutto, sotto di loro, trattenesse il respiro.
«Rema», disse il nonno. «Piano. Senza battere.»
Remarono. L'acqua intorno alla barca stava cambiando colore: da blu era diventata torbida, scura, e sembrava avere una pelle. I pesci saltavano ancora, ma non più per abboccare. Fuggivano, o forse si radunavano, tutti nello stesso punto, in mezzo al mare calmo.
E il punto saliva.
Il ragazzo si voltò un attimo, e non avrebbe dovuto. Dove prima c'era acqua aperta, adesso c'era una massa scura che emergeva lentamente, senza onde. Sembrava una secca. Poi una piccola isola. Poi un gruppo di isole, tutte nere e viscide, coperte di qualcosa che somigliava ad alghe. Da quelle isole, molto in alto, si alzavano forme sottili, curve, simili a alberi di nave.
«Non guardare», disse il nonno. «Rema.»
Remarono, e il ragazzo sentiva le braccia bruciare. Alle sue spalle l'isola continuava a crescere, e il mare le scendeva dai fianchi in lunghi fili d'acqua. Fu allora che sentì l'odore: pesante, di fondo di mare, di cose che stanno giù da un tempo che nessuno conosce.
Passò un minuto. Poi due. Poi, alle loro spalle, il silenzio finì.
Fu un rombo, basso, come un grosso carro che passa su un ponte di legno. L'isola cominciava a calare. Scendeva piano, con una forza immensa, e dove si immergeva l'acqua si tirava indietro e si apriva in un buco rotondo, sempre più largo e profondo, che girava su se stesso. Un gorgo. Dal gorgo arrivava un risucchio che tirava a sé tutto, la schiuma, i pesci, le assi, ogni cosa che galleggiava.
La barca scivolò all'indietro.
«Rema!» urlò il nonno, e questa volta non si trattenne più. «Rema con tutte le forze!»
Remarono entrambi, con i muscoli in fiamme, finché l'ultimo giro del gorgo non lasciò andare la barca. Poi l'acqua si richiuse, e tornò piatta. Il mare tornò azzurro, con il cielo appoggiato sopra, e un gabbiano gridò da qualche parte, come niente fosse.
Il ragazzo non riusciva a parlare. Aveva ancora le mani strette sul remo, e il cuore che batteva a colpi larghi, come i colpi di un tamburo.
«Era lui?» disse finalmente.
«Sì», disse il nonno. E con la mano ancora tremante raccolse dal fondo della barca uno dei pesci, e lo guardò. «È lui che chiama i pesci. Dove sta lui, il mare è pieno di cibo. Per questo i pescatori ci vanno, certe volte, senza saperlo. E per questo bisogna andare via prima che si muova.»
Non avevano più voglia di pescare, e nemmeno di guardarsi indietro. Tornarono a terra a mani piene, e senza una parola. Il ragazzo, la sera, non toccò la cena. Nel buio della stanza gli sembrava ancora di sentire sotto il letto quel silenzio largo, e il pavimento che saliva e scendeva piano, come un respiro.
Questa è la storia che i pescatori della Norvegia si tramandavano, e il suo nome era Kraken. Lo sapevano tutti, lungo la costa, anche se nessuno sapeva dire che aspetto avesse davvero. Sapevano che era l'animale più grande del mondo. Sapevano che quando sale sembra un'isola. E sapevano che quando scende il mare si apre.
Nel Settecento, un vescovo di nome Erik Pontoppidan scrisse ciò che i pescatori gli dicevano. Non lo trattò come una favola: lo mise nella «Storia naturale della Norvegia», fra gli animali veri, accanto ai pesci e agli uccelli. Gli uomini di mare, scrisse, conoscevano bene i segni: il fondo che si alza, la pesca che diventa troppo buona.
Molto prima, nel Duecento, un libro norvegese, lo «Specchio del re», parlava già di mostri così grandi nei mari lontani verso la Groenlandia che i marinai li scambiavano per isole. Nessuno sapeva dire cosa fossero, né se qualcuno li avesse mai visti da vicino.
Oggi si pensa che dietro il Kraken ci fosse il calamaro gigante, un animale vero che vive nelle profondità, e che nessuno ha fotografato vivo nel suo ambiente fino al 2004.
Ma i vecchi lupi di mare della Norvegia dicevano che, se il mare ti regala troppo, qualcosa sta salendo da sotto.
E non conviene restare a vedere cosa.
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Fonti
- Erik Pontoppidan, «Storia naturale della Norvegia» (1752-1753)
- «Konungs skuggsjá», Specchio del re (XIII secolo)
