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Uno stretto di mare con un vortice d'acqua da un lato e una rupe scura dall'altro, e una piccola nave in mezzo

mostri del mareScilla, sullo Stretto di Messina · Calabria

Scilla e Cariddi

«Skylla» e «Charybdis», in greco

paurosa

Nell'Odissea, Ulisse deve passare per uno stretto pericolosissimo. Da una parte c'è Scilla, un mostro con sei teste su lunghi colli che afferrano i marinai dalle navi; dall'altra c'è Cariddi, un gorgo che tre volte al giorno risucchia il mare. La maga Circe gli consiglia di stare più vicino a Scilla. Il poeta Ovidio racconta che Scilla era stata una bellissima ninfa, trasformata in mostro da Circe per gelosia. La tradizione mette Scilla sulla rupe calabrese e Cariddi sulla sponda della Sicilia.

Lo sai che… il modo di dire «trovarsi tra Scilla e Cariddi», cioè tra due pericoli, viene proprio dall'Odissea.

La storia

Tra la punta dell'Italia e la Sicilia c'è un tratto di mare così stretto che, nelle giornate chiare, si vede da una sponda all'altra. Si chiama lo Stretto di Messina. Oggi ci passano i traghetti, le barche dei pescatori, le navi cariche di merci. Ma tremila anni fa, per un marinaio, era il posto più pericoloso del mondo.

Perché, raccontano i poeti, ci vivevano due mostri.

Uno si chiamava Scilla. Stava sulla parte alta di una rupe, dentro una grotta, e aveva un aspetto che i marinai non potevano descrivere senza abbassare la voce. Dodici zampe, tutte penzoloni. Sei colli lunghissimi, che uscivano dalla roccia come serpenti. E su ogni collo una testa, con tre file di denti fitti, pronti a mordere.

L'altro si chiamava Cariddi. Era sulla sponda opposta, sotto un fico selvatico. Era un gorgo. Tre volte al giorno risucchiava il mare, inghiottendo tutto quello che c'era intorno: acqua, pesci, barche, uomini. Poi, tre volte al giorno, lo risputava, con un ruggito che si sentiva a miglia di distanza.

Passare in mezzo a quei due era come camminare tra una lama e un abisso.

Eppure c'era un uomo che doveva farlo. Si chiamava Ulisse.

Era partito da Troia da molti anni, con dodici navi e centinaia di uomini. Gli rimaneva una sola nave. Tutti gli altri compagni erano morti, un po' alla volta, per mare, per fame, per mostri. Lui voleva solo tornare a casa.

Prima di mettersi in viaggio, la maga Circe gli aveva dato un consiglio crudele.

«Quando arriverai allo Stretto», gli aveva detto, «non cercare di combattere Scilla. Non si può. È immortale. Passa vicino alla sua rupe, il più in fretta possibile. Perderai sei uomini. Ma se ti avvicini a Cariddi, perderai tutti. Meglio sei, che tutti.»

Ulisse annuì. Non disse a nessuno quel che sapeva. Non lo disse ai suoi marinai, per non farli spaventare, per non farli fermare. Mise l'armatura e prese due lance, come se il suo coraggio potesse bastare. Salì sul ponte, e guardò avanti.

Era l'alba. La nebbia sul mare era bassa, grigia, umida, e il vento era quasi fermo. Nella nebbia si sentiva un rumore. Un rombo lontano e continuo, come se il mare respirasse.

Entrarono nello Stretto.

I rematori puntarono lo sguardo su Cariddi. Era lei che si vedeva, dalla parte destra: un buco enorme, che girava su se stesso, e gridava. L'acqua scendeva dentro, nera, spumosa, e la sabbia del fondo appariva nuda per un istante. Qualche uomo gridò. Tutti remarono più forte, e il timoniere virò verso la sponda opposta, per allontanarsi dal gorgo.

Fu in quel momento che Scilla colpì.

Non la videro arrivare. Dall'alto della rupe, sei teste scesero insieme, veloci come frecce, e ognuna agguantò un uomo. Sei marinai, i più forti, i più vicini al bordo, furono sollevati in aria, con le mani tese, urlando i nomi dei loro compagni.

Ulisse alzò la lancia. Era troppo tardi.

Lo racconta lui stesso, anni dopo, e dice che quella fu la scena più triste di tutto il suo lungo viaggio: sei uomini che si dibattevano nel vuoto, a mezza altezza, sopra i denti del mostro, e che invocavano il suo nome. Poi la grotta li inghiottì.

La nave proseguì. Ulisse non si voltò. Non c'era altro da fare.

Ma chi era Scilla? Non è sempre stata un mostro.

Ovidio, più di settecento anni dopo Omero, raccontò un'altra storia. Una storia triste.

Scilla era una ninfa. Una giovane bellissima, che amava giocare sulla spiaggia, con i piedi nell'acqua, e rifiutava tutti i pretendenti. Un giorno uscì dal mare un dio marino, Glauco, e se ne innamorò. Provò a parlarle, a fermarla. Ma lei, spaventata da quella creatura mezza uomo e mezzo pesce, scappò sulla roccia più alta.

Glauco, disperato, andò a chiedere aiuto a Circe, la maga, perché gli desse una pozione d'amore.

Ma Circe, vedendolo, si innamorò di lui. E poiché Glauco amava un'altra, la sua gelosia si fece cattiva. Non toccò lui. Preparò un veleno e andò alla baia dove Scilla si bagnava ogni giorno. Versò le erbe nell'acqua.

Quando Scilla entrò nel mare, qualcosa si mosse intorno ai suoi fianchi. Guardò in basso e vide teste di cane, ringhianti, attaccate al suo corpo. Corse via, ma i mostri correvano con lei. Più cercava di fuggire, più quelle teste le si attaccavano addosso.

Rimase così per sempre, nella sua rupe sul mare. Ovidio racconta che, piena di odio per Circe, da allora distrusse le navi di chi passava, finché, dicono i poeti, si fece roccia anche lei, e una roccia di quello Stretto porta ancora il suo nome.

Per questo, dicono, i marinai hanno sempre avuto una specie di rispetto triste per quello Stretto. Perché lì è vissuta una ragazza che nessuno aveva protetto.

Ancora oggi, in Italia, quando ci si trova tra due pericoli, e non si sa quale scegliere, si dice una frase che viene da quelle acque: «Trovarsi tra Scilla e Cariddi».

Se un giorno passerai lo Stretto, magari su un traghetto, in una mattina di nebbia, ascolta bene. Sotto il rumore del motore c'è un rombo lontano.

È il mare che respira.

Nei percorsi

Ascolta / Leggi anche

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Fonti

  • Omero, «Odissea», libro XII
  • Ovidio, «Metamorfosi», libri XIII e XIV
Ciro Simone Irmici

Chi c'è dietro

Ciro Simone Irmici

Costruisco siti, app e giochi. L'Atlante l'ho costruito con l'intelligenza artificiale e controllo io ogni scheda e ogni fonte. Non sono uno studioso di mitologia: racconto le leggende con rispetto e dico sempre da dove vengono. Se conosci una leggenda del tuo paese, scrivimi.

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