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Atlante dei Miti 0/300
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Una grande roccia a forma di testa di drago con tre cavità come occhi, accanto a massi tondi come pentoloni

dragoRoghudi Vecchio, Aspromonte · Calabria

La Rocca del Drago di Roghudi

«Rokka du Traku», nel greco di Calabria

un po' paurosa

Vicino al paese abbandonato di Roghudi Vecchio, sull'Aspromonte, la strada tortuosa passa accanto a due luoghi dai nomi strani: la Rocca del Drago e le Caldaie del Latte, rocce avvolte da miti e misteri. Nei racconti di paese la Rocca somiglia alla testa di un drago; si dice che il drago custodisse un tesoro e che la gente gli offrisse latte per tenerlo buono, ma sono dettagli che le fonti consultate non confermano. Le rocce esistono davvero e la loro forma è opera del vento e della pioggia.

Lo sai che… in quella zona si parla ancora il grecanico, un dialetto greco arrivato in Calabria tantissimi secoli fa.

La storia

Sull'Aspromonte, nel punto più a sud della Calabria, c'è un paese dove nessuno abita più.

Si chiama Roghudi Vecchio. Sta sopra un crinale di roccia, a picco su un fiume pietroso, la fiumara Amendolea, che d'estate è quasi asciutta e d'inverno diventa una furia. Le case sono in file strette lungo il pendio, una sopra l'altra, collegate da scalinate e da vicoli che salgono e scendono. Il paese cresce dall'alto verso il basso, adattandosi alla forma della roccia, come se fosse uscito dalla montagna stessa.

Per arrivarci bisogna fare una strada tortuosa, con curve che si arrampicano tra i boschi. Poi, all'improvviso, il paese compare. Silenzioso. Vuoto. Con le finestre senza vetri e le porte spalancate.

Un tempo c'erano pastori. Gente che viveva di pecore e di capre, che con la transumanza passava l'inverno in basso e l'estate in montagna. Erano parte di una comunità particolare, quella dei grecanici: gente che in quella zona parla ancora un dialetto greco, arrivato in Calabria tantissimi secoli fa.

Poi, negli anni Settanta del Novecento, vennero le alluvioni. Violente. L'acqua del fiume scese dalle montagne e le case cominciarono a cedere. Le famiglie furono evacuate, una dopo l'altra, e andarono ad abitare altrove, in un paese nuovo costruito più in basso. Roghudi Vecchio rimase com'è oggi: un luogo senza abitanti, con le vie ancora in piedi.

Eppure, il paese non è un posto triste. È un posto silenzioso. Chi ci passa, di solito, parla a voce bassa.

E lungo la strada che porta a Roghudi Vecchio ci sono due cose strane.

La prima si chiama Rocca del Drako. È il nome greco di questa zona: «drako», la stessa parola da cui viene «drago». È una grande roccia, che spunta dal fianco della montagna. Si racconta che la sua forma, con le cavità scure, ricordi la testa di un drago.

La seconda sono le Caldaie del Latte. Anche loro sono formazioni di roccia, grandi, tonde. Il loro nome fa venire in mente dei grandi pentoloni, di quelli in cui i pastori scaldano il latte per fare il formaggio.

Le fonti che ho letto dicono soltanto questo: sono formazioni geologiche «avvolte da miti e misteri». Non raccontano il mito. Sono nomi, e basta.

Ma nella tradizione che si tramanda, e che noi qui riportiamo con prudenza, perché non l'abbiamo potuta verificare, si racconta una storia. Dicono che in quella roccia viveva un drago, e che il drago custodiva un tesoro. Dicono che gli abitanti, per tenerlo buono, e per non farlo arrabbiare, gli offrissero ogni tanto del latte. E c'è chi racconta che le grandi rocce tonde, lì vicino, fossero i pentoloni dove quel latte veniva preparato.

Ma le versioni sono più d'una. In un'altra il drago è cieco, o ha tre occhi, e sotto la roccia terrorizza il paese, che per placarlo riempie di latte le caldaie; e c'è chi lega il tesoro non al drago ma al paese.

È una storia semplice, e molto bella. Una storia che spiega, con il linguaggio di un tempo, due rocce che non si sa come siano nate.

Gli studiosi della terra, naturalmente, sanno come sono nate. Le hanno scolpite il vento e la pioggia, in milioni di anni, con la pazienza di chi non ha fretta.

Oggi si può visitare la zona con le guide ufficiali del Parco dell'Aspromonte. Si cammina piano, si ascolta il silenzio, si guardano le rocce. E ci si chiede se una di quelle forme non assomigli davvero a un muso, a un occhio, a un respiro lento.

Nel dubbio, chi passa di lì, per sicurezza, abbassa la voce.

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Ciro Simone Irmici

Chi c'è dietro

Ciro Simone Irmici

Costruisco siti, app e giochi. L'Atlante l'ho costruito con l'intelligenza artificiale e controllo io ogni scheda e ogni fonte. Non sono uno studioso di mitologia: racconto le leggende con rispetto e dico sempre da dove vengono. Se conosci una leggenda del tuo paese, scrivimi.

Altri miei lavori: audiolibri gratis su YouTube · ebook su Gumroad · Apple Books · musica su Spotify e YouTube Music