
Circe
Kírkē, in greco
un po' paurosa
Circe era una maga potente, figlia del Sole, che viveva in un palazzo su un'isola circondata da lupi e leoni stranamente mansueti. Quando i compagni di Ulisse arrivarono da lei, li accolse con un banchetto e una bevanda magica, e li trasformò in maiali. Ulisse riuscì a resistere grazie a un'erba magica che gli aveva dato il dio Ermes, e convinse Circe a ridare ai suoi uomini l'aspetto di prima. Poi restò con lei un anno intero, e lei gli diede consigli preziosi per il viaggio.
Lo sai che… secondo i Romani l'isola di Circe era il promontorio del Circeo, nel Lazio, che porta ancora il suo nome.
La storia
Era da molti giorni che la nave di Ulisse non vedeva terra.
I marinai erano stanchi, e quando all'orizzonte comparve un'isola bassa e coperta di boschi, nessuno festeggiò. Avevano imparato a non fidarsi delle isole. Dopo il Ciclope, dopo i Lestrigoni, dopo la tempesta che li aveva spinti fin lì, ogni riva sconosciuta sembrava una trappola.
Ulisse salì su una roccia e guardò. Non vide case né campi. Vide soltanto un filo di fumo che saliva sottile da mezzo ai querceti, laggiù, nel punto più fitto.
«Là c'è qualcuno», disse. «Ma non andremo tutti insieme.»
Quel giorno uccise un grosso cervo che stava scendendo al fiume e lo portò sulla nave. Mangiarono, bevvero, e per una sera dimenticarono la paura. Il giorno dopo, Ulisse divise i compagni in due gruppi. Un gruppo con lui; l'altro agli ordini di Euriloco, un uomo prudente, che sapeva fiutare i guai. Tirarono a sorte. Toccò a Euriloco, con ventidue uomini, andare a esplorare.
Si addentrarono nel bosco. Dopo un po' si accorsero che lo stavano seguendo.
Erano lupi e leoni. Camminavano dietro di loro senza fretta, a testa bassa. Gli uomini si strinsero, con le lance in pugno, ma gli animali non attaccarono. Anzi, si avvicinarono, mugolando, e si strofinarono ai loro fianchi come cani contenti. Leoni che scodinzolavano. Lupi che si facevano grattare dietro l'orecchio.
«Non mi piace», mormorò Euriloco.
Il sentiero finì davanti a un palazzo di pietra levigata. Dall'interno veniva un canto, la voce di una donna che cantava al telaio, dolce e limpida. Gli uomini si guardarono. Poi uno di loro chiamò, e la porta si aprì.
Circe era la figlia del Sole, e non aveva bisogno di presentarsi. Era bella, ma di una bellezza che metteva a disagio, come quella di una lampada accesa in una stanza buia. Sorrise a tutti, indicò le sedie, e li fece sedere a un tavolo coperto di cibo.
C'era formaggio, c'era orzo, c'era miele giallo, c'era vino. Gli uomini mangiarono a lungo, senza parlare, con la gioia semplice di chi non ha mai visto tanto ben di Dio. Nessuno si accorse che nel vino c'era qualcosa. Nessuno si accorse che i pensieri, a poco a poco, diventavano lenti e dolci, e che la casa, la nave e la patria lontana sparivano dalla loro testa come una nebbia al sole.
Allora Circe sollevò una bacchetta.
Li toccò, uno per uno, sulla spalla. Ci fu un lampo leggero, e la stanza si riempì di grugniti.
Dove prima c'erano ventidue uomini, ora c'erano ventidue maiali: con le setole, con il muso rosa, con le piccole zampe che battevano sul pavimento. Ma gli occhi, quelli erano rimasti gli stessi. Dagli occhi, si capiva che ricordavano tutto. Circe li spinse con un sorriso fino al porcile e gettò loro delle ghiande.
Euriloco era rimasto fuori dalla porta, perché aveva avuto un presentimento. Aspettò a lungo, seduto, ma non vide uscire nessuno. Allora corse via, senza voltarsi, e quando arrivò alla nave non riusciva più a parlare.
Ulisse non gli credette subito. Poi prese la spada e si incamminò da solo. Camminò piano, con il cuore che batteva, e per tutto il tragitto pensò a quei ventidue volti che non avrebbe saputo rimpiangere abbastanza.
Nel bosco, vicino al palazzo, gli si fece incontro un ragazzo con la prima barba e una bacchetta d'oro in mano. Ulisse lo riconobbe: era Ermes, il messaggero degli dèi.
«Dove vai da solo, sventurato?» disse Ermes. «Circe ti trasformerà come gli altri. Prendi questo.»
Si chinò, strappò una pianticella dal terreno. Aveva la radice nera e il fiore bianco come il latte. Gli dèi la chiamano moly, e per un uomo è difficile da sradicare.
«Con questa erba la bevanda non ti farà niente. Quando Circe ti toccherà con la bacchetta, tu sguaina la spada e fa' come se volessi ucciderla. Lei avrà paura. Ti inviterà nel suo letto: tu accetta, ma solo dopo che avrà giurato per gli dèi che non ti farà alcun male.»
Ulisse seguì il consiglio, parola per parola.
Entrò nel palazzo. Circe lo accolse con lo stesso sorriso, gli offrì la stessa coppa. Lui bevve. Lei lo toccò con la bacchetta e disse: «Va' nel porcile, con i tuoi amici».
Non successe niente.
Ulisse sguainò la spada e la puntò verso di lei. Circe lanciò un grido, cadde in ginocchio e gli afferrò i piedi.
«Chi sei? Nessun uomo ha mai bevuto quella bevanda senza cambiare. Tu hai una mente che nessun incantesimo può piegare. Tu sei Ulisse, di cui mi parlò Ermes!»
«Rivoglio i miei uomini», disse Ulisse. «E prima voglio il tuo giuramento.»
Lei giurò. Poi andò al porcile, unse i maiali con un unguento, e uno dopo l'altro gli animali si rialzarono sulle gambe, e le setole caddero, e tornarono uomini, più giovani e più belli di prima. Si abbracciarono tutti piangendo. Perfino Circe, vedendoli, si commosse.
Ulisse restò sull'isola un anno intero. Mangiarono, bevvero, ascoltarono le storie. Alla fine i compagni, che non ne potevano più di aspettare, dissero a Ulisse: «Ricordati di casa». Lui chiese a Circe di lasciarli partire, e lei non si oppose.
«Prima dovrete andare in un altro luogo», disse. «Dovete scendere nella casa di Ade e interrogare l'ombra di Tiresia, l'indovino cieco. Lui vi dirà la strada.» Più tardi, al loro ritorno, gli avrebbe parlato di quello che li aspettava: del canto delle Sirene, che incantava i marinai, delle rocce dove abitava Scilla, del mulinello di Cariddi, delle vacche sacre del Sole che nessuno doveva toccare. E Ulisse avrebbe ascoltato senza interrompere, ricordando ogni parola.
Sull'isola, da allora, non ci furono più maiali. Ma i marinai dicevano che in certe sere, quando il vento portava il canto della donna al telaio, bisognava turarsi le orecchie e non ascoltare. Perché un canto dolce, in mare, non si sa mai dove porti.
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Fonti
- Omero, «Odissea», libro X
- Ovidio, «Metamorfosi», libro XIV
