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Atlante dei Miti 0/300
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Una capanna di legno su due grandi zampe di gallina in una foresta di betulle, con una vecchia in un mortaio volante

strega del boscole foreste della Russia · mitologia slava

Baba Jaga

Baba Jaga, la vecchia strega

paurosa

Baba Jaga è la strega più famosa delle fiabe russe. Vive nel fitto della foresta in una capanna che sta su due enormi zampe di gallina, circondata da una recinzione di ossa con teschi che brillano. Non vola su una scopa ma dentro un mortaio, remando con il pestello e cancellando le tracce con una scopa. Può essere terribile, ma non sempre: a chi è coraggioso, gentile e sa rispondere alle sue domande, a volte dà aiuto e doni magici.

Lo sai che… nella fiaba «Vasilisa la bella» una bambolina magica aiuta la protagonista a superare tutte le prove di Baba Jaga.

La storia

Quando sua madre stava per morire, Vasilisa aveva otto anni.

La madre la chiamò al letto e le diede una bambola di stoffa, piccola come una mano. «Tienila sempre con te», disse. «Non mostrarla a nessuno. Quando avrai bisogno di aiuto, dalle da mangiare un pezzetto di pane e chiedile consiglio. Lei ti aiuterà.» Poi chiuse gli occhi e non li riaprì.

Il padre di Vasilisa si risposò. La nuova moglie aveva due figlie, e tutte e tre odiavano Vasilisa perché era buona e bella. La caricavano di lavoro dalla mattina alla sera, sperando che si sfinisse, o che si ammalasse, o che sparisse. Ma ogni notte Vasilisa dava alla bambola un pezzetto di pane, le raccontava la sua giornata, e al mattino il lavoro era fatto, i campi zappati, il pozzo pieno, la stufa accesa.

Un autunno, il padre dovette partire per un lungo viaggio. Matrigna e sorellastre si trasferirono in una casa all'estremità del bosco, in un luogo dove, si diceva, abitava Baba Jaga.

Una sera, quando fu buio, la matrigna spense l'unica candela della casa.

«Che sbadate», disse. «Il fuoco si è spento. Vasilisa, vai da Baba Jaga a prendere un tizzone.»

Le sorellastre sorrisero senza rumore. Sapevano chi abitava in fondo a quel bosco. Sapevano che nessuno ci tornava.

Vasilisa si mise la bambola in tasca e partì.

La foresta era nera. I pini erano così alti che la luna non riusciva a entrare. Si sentiva solo il crepitio dei rami e, qualche volta, un respiro lungo, tra gli alberi, che poteva essere il vento. «Che cosa faccio?» chiese Vasilisa, a bassa voce. La bambola, in tasca, sussurrò: «Non avere paura. Segui il sentiero».

Camminò tutta la notte. All'alba un cavaliere bianco, su un cavallo bianco, le passò accanto e si perse fra gli alberi: il giorno arrivava con lui. Quando il sole sorse, ne passò uno rosso, su un cavallo rosso, che galoppava come una fiamma. La sera, il bosco si aprì, e Vasilisa vide la radura.

Era circondata da una recinzione. Ma non era di legno: era fatta di ossa. Ossa lunghe, ossa ricurve, intrecciate fra loro come i rami di un salice, e in cima a ogni palo c'era un teschio, con le orbite spalancate. Il cancello aveva le gambe al posto dei cardini, le braccia al posto dei chiavistelli, e una bocca con i denti aguzzi al posto della serratura.

In mezzo alla radura sorgeva una capanna. Non era appoggiata al suolo: stava in piedi su due zampe di gallina, grandi, con gli artigli, e ogni tanto si muoveva, piano, da una parte all'altra, come se respirasse.

Proprio allora passò un terzo cavaliere, nero su un cavallo nero, e scomparve oltre il cancello. Calò la notte. E all'improvviso gli occhi dei teschi si accesero.

Uno per uno, brillarono di una luce rossastra che illuminava ogni cosa. Vasilisa era immobile. Sentiva il cuore battere forte nelle orecchie.

Poi si udì un fruscio nel bosco. Un rumore di cose che si spezzano. Un fischio.

Sopra gli alberi comparve un mortaio di ferro, grande come una botte, che volava nell'aria. In piedi dentro il mortaio c'era una vecchia altissima, magrissima, con il naso lungo e adunco, i denti di ferro e le gambe sottili come stecchi. Remava nell'aria con un pestello, e dietro di sé, con una scopa, cancellava le tracce del suo passaggio.

Era Baba Jaga.

Atterrò di fronte al cancello. Annusò l'aria. «Fu, fu, fu!» disse. «Sento odore di russo! Chi c'è?»

Vasilisa si fece avanti, con gli occhi bassi, e si inchinò. «Sono io, nonnina. Mia matrigna mi ha mandata a chiederti un po' di fuoco.»

«Lo so, lo so», disse la vecchia, e la sua voce era un cigolio. «Va bene. Resterai a servirmi, e poi ti darò quello che cerchi. Ma se non fai bene quello che ti dico, ti mangerò.»

Entrarono. La capanna ondeggiava. Baba Jaga si sedette al tavolo, e ordinò a Vasilisa di servirle tutto quel che c'era nella stufa: carne, minestra, zuppa. Mangiò quasi tutto, lasciò a Vasilisa un tozzo di pane. Poi, prima di andare a letto, le disse:

«Domani, quando esco, devi pulire il cortile, spazzare la casa, cucinare la cena, e lavare i panni. Poi separa i chicchi di grano dalla terra, e i semi di papavero dalla polvere. Uno per uno. Quando torno, deve essere tutto fatto. Altrimenti...» E fece scattare i denti di ferro.

Vasilisa, rimasta sola, diede alla bambola il tozzo di pane. «Piangi, piangi», sussurrò la bambola. «Poi dormi. La notte è più saggia del giorno.»

Al mattino, Baba Jaga uscì nel mortaio. Il cortile era pulito, la cena era pronta, il bucato steso, il grano diviso dalla terra, i semi di papavero nel loro cestino. La vecchia, al ritorno, guardò, e non trovò niente da ridire. Ruggì: «Chi ti ha aiutata?».

«La benedizione di mia madre, nonnina.»

La vecchia sbarrò gli occhi. «Via di qui!» ruggì. «Non voglio i benedetti, in casa mia!»

Afferrò un teschio dalla recinzione, lo infilò su un bastone, e glielo porse. Aveva ancora gli occhi accesi.

«Prendi il tuo fuoco. È quello che volevi.»

Vasilisa lo prese, fece un inchino, e corse fuori. Il teschio brillava davanti a lei come una lanterna, illuminando il sentiero. All'alba era a casa.

Matrigna e sorellastre la aspettavano, senza candele e senza fuoco, da quando era partita. Quando videro il teschio, rimasero con la bocca aperta. Gli occhi del teschio le fissarono. Dovunque si spostassero, loro, dovunque si nascondessero, quegli occhi le seguivano, e bruciavano.

Al mattino, nella casa, rimase soltanto un mucchietto di cenere.

Vasilisa seppellì il teschio in giardino, e non lo toccò mai più.

La foresta, intanto, restò dov'era. E ancora oggi, raccontano, in certe notti di vento, quando i pini scricchiolano e la luna non riesce a entrare, da lontano si sente un cigolio, il rumore di un mortaio che vola sopra gli alberi, e una voce sottile che annusa l'aria: «Fu, fu, fu. Sento odore di russo».

Chi la sente, di solito, chiude la porta. E non esce a cercare il fuoco.

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  • Musica per leggere: Cinematic JourneyMusica epica da film, senza parole, di Ciro Simone IrmiciSpotifyYouTube Music

Fonti

  • Aleksandr Afanas'ev, «Fiabe popolari russe» (1855-1863)
Ciro Simone Irmici

Chi c'è dietro

Ciro Simone Irmici

Costruisco siti, app e giochi. L'Atlante l'ho costruito con l'intelligenza artificiale e controllo io ogni scheda e ogni fonte. Non sono uno studioso di mitologia: racconto le leggende con rispetto e dico sempre da dove vengono. Se conosci una leggenda del tuo paese, scrivimi.

Altri miei lavori: audiolibri gratis su YouTube · ebook su Gumroad · Apple Books · musica su Spotify e YouTube Music