
Le Janare di Benevento
«janara», forse da Diana, la dea della notte
paurosa
Le janare erano le streghe di Benevento: di giorno donne come le altre, di notte si spalmavano un unguento e volavano via. Si diceva che si radunassero sotto un enorme noce vicino al fiume Sabato, e che entrassero nelle case passando sotto le porte come un soffio di vento. Per tenerle lontane bastava una scopa dietro la porta: la janara doveva contarne tutti i fili, e intanto arrivava l'alba. Un santo, si racconta, fece abbattere il noce, ma l'albero rinacque sempre nello stesso posto.
Lo sai che… nel Seicento un medico di Benevento, Pietro Piperno, scrisse un intero libro sul noce delle streghe, cercando di spiegarlo come una superstizione.
La storia
A Benevento, la gente di una volta lo sapeva: ci sono notti in cui è meglio non dormire con la finestra aperta.
Erano le notti di vento, quelle col cielo nero e basso, quando le tegole battono e le porte tremano da sole. Sono le notti delle janare.
Di giorno non le riconoscevi. Erano donne come le altre: la vicina che ti porta il pane, la vecchia che fila sul gradino, la ragazza che lava al fiume. Salutavano, sorridevano, andavano a messa. Si diceva soltanto che alla messa di mezzanotte di Natale la janara fosse l'ultima a uscire, quella che si attardava sulla porta come se non volesse lasciare la chiesa. Ma chi aveva mai il coraggio di guardare chi usciva per ultima?
Poi calava il buio.
Quando tutta la casa dormiva, la janara si alzava piano, senza far scricchiolare il letto. Andava alla madia, tirava fuori un vasetto che nessuno aveva mai visto e si ungeva le ascelle e il petto con un unguento scuro, che sapeva di terra e di fumo. Poi sussurrava una formula antica, sempre la stessa, che le nonne di Benevento ripetevano a bassa voce e sperando di non averla mai sentita bene:
«Unguento, unguento, portami al noce di Benevento, sopra l'acqua e sopra il vento, e sopra ogni maltempo.»
E il suo corpo diventava leggero come fumo.
Usciva dalla finestra, o dal camino, oppure, dicevano i più anziani, passava sotto la porta chiusa, sottile come un soffio d'aria. Saliva su una scopa di saggina e si lanciava nel buio, sopra i tetti, sopra i campi, verso il fiume Sabato.
Lì, sulla riva, c'era il noce.
Un albero enorme, nero, con i rami come braccia che si contorcevano nel vento. Intorno a lui, ogni notte di tempesta, arrivavano le streghe: da Benevento, dal Sannio, dall'Irpinia, da tutto il Sud. Ne arrivavano a decine, a centinaia. Si prendevano per mano e giravano intorno al tronco, sempre più veloci, finché le loro grida si confondevano con l'urlo del vento. Dicevano che con loro ballassero spiriti e demoni, a volte in forma di gatti neri, a volte di caproni dagli occhi rossi.
Nessun cristiano, nessun uomo onesto, avrebbe dovuto vedere quello che succedeva là sotto.
Eppure, qualcuno l'aveva visto.
Si racconta di un boscaiolo che, tornando tardi nel bosco vicino al fiume, sentì delle voci. Si nascose dietro un cespuglio e guardò. Vide il noce, e le donne intorno al noce, e vide in cima ai rami un grande cane nero, seduto come su un trono, che guardava tutto con occhi di brace. Vide cose che nessuno avrebbe dovuto vedere, e capì che era meglio non respirare.
Corse a casa. Si buttò sul letto, tremando, e lo raccontò alla moglie. Raccontò tutto, dal primo all'ultimo dettaglio.
La moglie lo ascoltò in silenzio, senza dire una parola. Poi gli sorrise.
La mattina dopo lo trovarono morto, con gli occhi spalancati.
Ma le janare non facevano male solo a chi le spiava. Facevano male a chi dormiva.
Entravano nelle camere e si sedevano sul petto della gente nel sonno: ti svegliavi con un peso enorme addosso, senza riuscire a respirare, senza riuscire a gridare, mentre una forma scura ti fissava dal buio. Entravano nelle stalle, di notte, e prendevano i cavalli: al mattino li trovavi sudati, tremanti, con le criniere annodate in trecce così strette che nessuno riusciva a sciogliere. Quelle trecce non erano uno scherzo: erano nodi di magia.
E nelle case dove c'erano neonati, le madri non dormivano mai. Si diceva che le janare potessero portarli via dalle culle, dalle braccia stesse delle madri addormentate, solo per un po', solo per gioco. E poi li riportavano, silenziose, al loro posto. Ma il bambino non era più lo stesso. Piangeva senza ragione, si ammalava, si spegneva. Le nonne sapevano il perché e non lo dicevano.
Per questo, a Benevento, ogni sera, prima di andare a letto, la gente faceva una cosa.
Metteva una scopa di saggina dietro la porta. Oppure un sacchetto di sale sulla soglia.
Perché le janare avevano una regola, una regola che non potevano spezzare: davanti a una scopa, dovevano contare tutti i fili. Davanti al sale, tutti i grani. Uno per uno. Senza sbagliare. E se sbagliavano, ricominciavano da capo.
E così la janara restava là fuori, nel buio, china sulla soglia, a contare. Uno, due, tre, quattro. Le dita lunghe e magre che sfioravano la paglia. Le labbra che si muovevano piano. Cinquantasette, cinquantotto. Sapeva che ogni filo la avvicinava al mattino. Sapeva che all'alba il sole l'avrebbe cancellata come cenere. Ma non poteva fermarsi, non poteva entrare, non poteva andarsene finché non avesse finito.
E dentro la casa, qualcuno, nel letto, sentiva quel mormorio sottile, quel conteggio senza fine dietro la porta. Ottantanove. Novanta. E non osava respirare.
Finché, in lontananza, cantava un gallo.
La janara alzava la testa di scatto. Un lampo di paura le attraversava gli occhi neri. Poi scompariva, in un soffio di vento, e al suo posto restava solo la scopa, e una piccola impronta di freddo sulla soglia.
Un giorno, dicono, un santo vescovo di nome Barbato, stanco di quelle notti, andò dritto al noce sul fiume. Lo guardò dritto, senza paura. E con le sue stesse mani lo abbatté, ne strappò le radici dalla terra e lo gettò nel fuoco.
Per un po', a Benevento, dormirono tutti tranquilli.
Ma i vecchi dicono che un albero così non muore davvero. Che le radici, in fondo alla terra, erano rimaste vive. Che un giorno, in un punto vicino al fiume, un altro noce spuntò, nero e ritorto, identico al primo.
E che ancora oggi, nelle notti di vento, quando le tegole battono e le porte tremano da sole, c'è chi si alza dal letto, va alla porta, e controlla che la scopa sia al suo posto.
Perché non si sa mai.
Perché da qualche parte, là fuori, qualcuno sta contando.
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Fonti
- Pietro Piperno, «De Nuce Maga Beneventana» (Seicento)
- Smithsonian Magazine, «How this Italian town came to be known as the city of witches»
