
La Befana
da «Epifania», la festa del 6 gennaio
per niente paurosa
Una vecchina su una scopa che nella notte tra il 5 e il 6 gennaio porta dolci ai bambini buoni e carbone a quelli monelli. Una leggenda dice che i Re Magi le chiesero la strada per Betlemme e la invitarono a seguirli; lei rifiutò, poi si pentì, e da allora cerca il Bambino casa per casa, lasciando un regalo a tutti. Gli studiosi le trovano anche radici più antiche, nei riti contadini di fine inverno. La Befana è di tutta Italia, ma Urbania, nelle Marche, si è proclamata la sua città.
Lo sai che… a Urbania la Befana ha una casa nel centro storico e perfino un ufficio postale dove arrivano le letterine dei bambini di tutta Italia.
La storia
C'è una vecchina, in Italia, che di notte vola su una scopa e che i bambini aspettano con le calze appese al camino. La conoscono tutti. Ma quasi nessuno sa perché vola, e perché ogni anno, la notte prima del sei di gennaio, ricomincia da capo.
La storia, dicono i nonni, è questa.
Tanto tempo fa, in una notte fredda e limpida d'inverno, c'era una vecchina che abitava in una casetta alla fine di un sentiero. Era una donna che aveva sempre qualcosa da fare. Appena si alzava, spazzava il pavimento. Poi spazzava lo scalino. Poi spazzava il cortile, e quando aveva finito cominciava da capo, perché la polvere, si sa, non finisce mai. Sul fuoco c'era sempre una pentola che borbottava, in un angolo c'era sempre un cesto di panni da rammendare. Nessuno poteva dire che fosse pigra. Anzi, era così indaffarata che non alzava mai la testa.
Quella sera, mentre dava gli ultimi colpi di scopa alla soglia, sentì un rumore insolito. Non era il vento. Era un tintinnio di campanelle, uno scalpitare di zoccoli, un fruscio di mantelli lunghi. Alzò gli occhi, e vide arrivare lungo il sentiero tre uomini a cavallo, vestiti in modo così bello che sembravano usciti da una fiaba. Avevano mantelli di velluto, corone che brillavano al chiaro di luna, e portavano in braccio scrigni coperti di stoffe preziose.
Erano i Re Magi.
Si fermarono davanti alla sua porta, scesero da cavallo con una gentilezza che la fece arrossire.
«Buona donna», disse il più anziano, con una voce calda come una coperta, «siamo in cammino da molti giorni. Ci guida una stella, ma stasera si è nascosta dietro le nuvole, e abbiamo perso la strada. Sapresti dirci come si arriva a Betlemme?»
La vecchina rimase ferma con la scopa in mano. Non sapeva bene cosa rispondere. Poi, un po' imbarazzata, indicò la direzione del sentiero.
«Di là», disse. «Seguite la strada fino in fondo, poi girate a sinistra, e da lì si vede.»
I Magi la ringraziarono con un inchino. Ma il più giovane, quello che sembrava il più curioso, aggiunse:
«Dovresti venire con noi. Andiamo a trovare un bambino che è appena nato, un re che porterà pace al mondo. Porta anche tu un dono: sarebbe felice di conoscerti.»
La vecchina guardò i loro scrigni, i loro mantelli, il cielo pieno di stelle. Per un momento, un solo momento, sentì qualcosa dentro il petto che le dava voglia di partire. Poi guardò la sua casa, il cortile da spazzare, la minestra sul fuoco, il cesto dei panni.
«Vi ringrazio», disse, scuotendo la testa. «Ma ho troppo da fare. Ho la casa da pulire, la cena da preparare… Magari più tardi, se finisco in tempo.»
I Magi non insistettero. Salutarono, risalirono sui cavalli e ripresero il cammino. Il tintinnio delle campanelle si allontanò piano piano e poi si spense.
La vecchina rientrò in casa e chiuse la porta. Rimise la scopa al suo posto, mescolò la minestra, riprese in mano il rammendo. Ma c'era qualcosa di strano: quel silenzio, adesso, le pesava. L'ago le tremava tra le dita. Guardava la pentola e vedeva ancora gli occhi buoni di quei tre uomini. Pensava a quella frase: «un bambino che è appena nato».
Il tempo passò. Una sera, un mattino, un giorno intero. E dentro di lei, piano piano, quel peso si fece più grande.
Verso sera, la vecchina si alzò di scatto. Posò il rammendo. Prese un sacco, e ci mise dentro tutto quello che aveva in casa che potesse essere un regalo: dei dolci che aveva preparato per sé, un paio di calze di lana, qualche giocattolo di legno che teneva da parte da anni, senza sapere perché. Poi prese la scopa, e uscì nella notte.
Cercò i Magi lungo il sentiero. Poi lungo le strade del paese vicino. Poi nei campi, e sulle colline. Chiese a tutti quelli che incontrava. Ma i Magi avevano già ripreso il loro viaggio, e nessuno sapeva dire dove fossero andati. La stella, ormai, era sparita.
Allora la vecchina capì di aver fatto una cosa sbagliata: aveva perso l'occasione di andare incontro a qualcosa di grande, solo perché era troppo occupata. E non poteva più tornare indietro.
Ma non volle fermarsi.
Pensò: «Se non posso portare il mio dono a quel bambino, lo porterò a tutti i bambini che incontro. Chissà, forse uno di loro è proprio lui.»
E da quella notte cominciò a girare, di casa in casa, di paese in paese, con il sacco sulle spalle e la scopa tra le mani. Entra dai comignoli, perché le porte sono chiuse. Passa senza fare rumore, senza svegliare nessuno. E dove trova una calza appesa al camino, ci lascia qualcosa.
Ai bambini buoni, lascia dolci, noci, caramelle, mandarini. Ai bambini che hanno fatto i monelli, lascia un pezzo di carbone: non per cattiveria, ma come un promemoria, un piccolo rimprovero che dice «puoi fare di meglio». E sul mattino, tutti si accorgono che qualcuno è passato.
Poi vola via, veloce, prima che si faccia giorno. Vola perché ha tanta strada da fare, e perché, in fondo, una vecchina così tanto indaffarata non poteva che usare la sua scopa per andare più in fretta.
Dicono che la notte tra il cinque e il sei di gennaio, che è la notte dell'Epifania, lei sia ancora in cammino. Che giri per ogni angolo d'Italia, e che a volte, per un attimo, si fermi a guardare le finestre accese, con un sorriso un po' stanco ma pieno di dolcezza.
Gli studiosi aggiungono un'altra cosa. Pensano che la storia della Befana sia più antica di quella dei Magi. Che già i contadini, tanto tempo prima, quando l'inverno stava finendo e i campi dormivano sotto la neve, raccontassero di una vecchia che girava di notte tra la fine dell'anno e l'inizio del nuovo, e che quei riti di fine inverno si siano poi mescolati con il racconto della stella e dei Magi. Nessuno può dire con certezza come sia andata. Ma è bello pensare che le due vecchine si siano incontrate lungo la strada, e siano diventate una sola.
Per questo, ancora oggi, in tutta Italia, la Befana ha un posto speciale. Ma c'è un paese che la considera davvero sua: Urbania, nelle Marche. Lì, ogni anno, i primi giorni di gennaio, la città si riempie di bambini, di dolci, di calze enormi e di vecchine con la scopa. Lì la Befana ha perfino una casa, nel cuore del centro storico, e un ufficio postale tutto per lei, dove arrivano le letterine dei bambini che arrivano da ogni parte d'Italia.
Perché in fondo la Befana non è una strega, né una nonna spaventosa. È una vecchina che ha imparato troppo tardi cosa vale davvero, e che da allora, ogni anno, prova a rimediare con un sacco di dolci e un po' di scopa.
E allora, la notte del cinque gennaio, non dimenticate di lasciare la calza appesa al camino.
Perché, se la sentite arrivare, non c'è bisogno di avere paura. Basta aspettare, in silenzio, con il cuore leggero.
Potrebbe essere proprio quella notte, la sua.
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