
La Sibilla Appenninica
la Regina Sibilla dei monti
un po' paurosa
Vicino alla cima del Monte Sibilla, a più di duemila metri, c'è una grotta. La tradizione dice che lì sotto abitava una Sibilla, una profetessa e maga, regina di un regno nascosto pieno di meraviglie. Nel Medioevo cavalieri e curiosi salivano fin lassù per entrarci, ma chi entrava, secondo gli eremiti del «Guerrin Meschino», non ne usciva più. Un romanzo di cavalleria, il «Guerrin Meschino», racconta di un eroe che visse un anno nel suo regno per scoprire chi fossero i suoi genitori, ma la Sibilla non glielo rivelò.
Lo sai che… nel 1420 un viaggiatore francese, Antoine de la Sale, salì fino alla grotta e scrisse cosa aveva visto: è uno dei primi racconti di viaggio in montagna.
La storia
Nel 1420 un viaggiatore francese di nome Antoine de la Sale lasciò il paese di Montemonaco e si mise a salire una montagna.
Non era una montagna come le altre. Ne parlavano a bassa voce, nelle taverne, in tutta l'Italia di mezzo. Dicevano che lassù, vicino alla cima, ci fosse una grotta. E che in fondo alla grotta abitasse una donna.
Il francese salì, trovò l'imbocco, e fece qualcosa che pochi osavano: non solo guardò, ma prese carta e inchiostro e disegnò la pianta di quel posto. Un grande spazio, scrisse, con dei sedili scavati nella roccia tutt'intorno, come se qualcuno avesse preparato una sala di attesa. Poi tornò a valle e mise per iscritto tutto quello che aveva visto e quello che gli avevano raccontato.
Tra i racconti ce n'era uno, più vecchio e più bello degli altri. Era la storia di Guerrino.
Guerrino era un cavaliere errante. Non sapeva chi fossero i suoi genitori, e per trovarli aveva già girato mezzo mondo. Qualcuno gli aveva detto che la Sibilla, la profetessa dell'Appennino, poteva dirglielo. Così si mise in viaggio e arrivò fino a Norcia, ai piedi delle montagne.
Alloggiò alla locanda di un uomo che si chiamava Anuello, e quando l'oste capì dove voleva andare, smise di sorridere.
«Lì non ci va nessuno», disse.
«Io sì», rispose Guerrino.
L'oste lo accompagnò fino a un castello e a un eremo, nascosti tra i boschi. Davanti all'ingresso della grotta vegliavano tre eremiti, vecchi, grigi, silenziosi come i sassi. La regola, dissero, era una sola: nessuno che fosse entrato nella grotta ne era mai uscito.
Gli spiegarono anche che cosa lo aspettava. Dentro avrebbe trovato tentazioni, di ogni genere, tutte pensate per fargli dimenticare chi era e perché era venuto. E gli insegnarono una preghiera, da ripetere ogni volta che si fosse sentito perduto.
Guerrino non tornò indietro. Si fece il segno della croce e salì.
Il cammino era duro. Passò per montagne aspre, dove il vento sembrava respingerlo, e arrivò all'imbocco. Dentro la roccia, il buio aveva un odore di terra umida e di pietra antica. La torcia gettava un cerchio di luce piccolo, e fuori da quel cerchio non c'era niente.
Camminò. A un certo punto il passaggio si fece stretto, poi più stretto. Sotto di lui si apriva un abisso, e sull'abisso c'era un ponte: tanto sottile che bisognava metterci un piede dopo l'altro, senza guardare giù. Da qualche parte, in basso, l'acqua rimbombava.
Passò. E dall'altra parte, nel buio, qualcosa si mosse.
Era un serpente. Ma non era un serpente come gli altri: gli parlò. Disse di chiamarsi Macco e di essere un'anima dannata, trasformata in serpente e condannata a restare in quella grotta per due colpe: la pigrizia e l'invidia. Guerrino lo ascoltò senza muoversi, con la mano sull'elsa, e poi riprese la strada.
Più avanti c'era il regno.
Il cavaliere entrò nel mondo della Sibilla, e la Sibilla lo accolse. Era una fata, una regina, una profetessa. Gli offrì tutto quello che un uomo può desiderare, perché restasse. Guerrino accettò di fermarsi, ma solo per capire.
Passarono i giorni. Passarono le settimane. Guerrino faceva la sua domanda e la Sibilla rispondeva con altre parole: non diceva mai ciò che lui voleva sentire. Chi fossero i suoi genitori, lei non lo disse mai.
E intanto il regno lo tentava. Ogni volta che sentiva la sua volontà vacillare, il cavaliere ripeteva a bassa voce la preghiera degli eremiti e invocava il nome di Gesù Nazareno. Allora l'incanto si ritirava, per un po', come l'acqua da una riva.
Un anno intero rimase là sotto. Un anno senza vedere il sole, senza sentire il vento, senza sapere con certezza se fuori fosse inverno o estate.
Poi un giorno capì che, se avesse aspettato ancora, non sarebbe più uscito. Come quelli di cui parlavano gli eremiti.
Il romanzo non racconta come riuscì a lasciare la grotta. Dice solo che, alla fine dell'anno, Guerrino andò via.
Una volta fuori, la luce lo fece quasi piangere.
Ma non era finita. Aveva trascorso un anno nel regno della maga, e questo, per la Chiesa, era un peccato. Così partì per Roma e si presentò davanti al Papa. Gli raccontò tutto: perché era entrato, che cosa aveva fatto, chi aveva incontrato. Il Papa lo ascoltò, e capì che il cavaliere non aveva mai cercato la magia per fare del male. Lo assolse.
Gli impose però una penitenza: doveva sorvegliare la strada per Santiago di Compostela, difendendo i pellegrini dai briganti, e poi andare a compiere l'ultima espiazione al Purgatorio di San Patrizio, in Irlanda, all'altro capo del mondo.
I genitori, Guerrino, li avrebbe trovati molto dopo, e non grazie alla Sibilla. Ma questa è un'altra storia.
Col tempo la Sibilla fece paura anche ai tipografi. Dopo il Concilio di Trento, nelle nuove edizioni del romanzo il suo nome sparì: al suo posto comparve una maga chiamata Alcina, o semplicemente «l'incantatrice». Ma sul monte la gente continuò a chiamarla come prima.
La grotta, invece, è ancora lassù, vicino alla cima. Oggi nessuno ci abita più, nessuno custodisce l'ingresso. Ma i pastori, quando passano, abbassano la voce.
Parenti nel mondo
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Fonti
- Antoine de la Sale, «Le paradis de la reine Sibylle» (1420)
- Andrea da Barberino, «Il Guerrin Meschino» (XV secolo)
- Montagna.tv, «Sibilla e Priora, le regine dei Monti Sibillini»
