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Atlante dei Miti 0/300
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Un lungo corridoio scavato nella roccia gialla con aperture di luce, e foglie che volano nell'aria

profetessaCuma, Pozzuoli · Campania

La Sibilla Cumana

la profetessa di Cuma

un po' paurosa

A Cuma, sulla costa vicino a Napoli, viveva la Sibilla, la profetessa di Apollo. Il poeta Virgilio racconta che l'eroe Enea andò da lei per chiedere aiuto: la Sibilla gli predisse il futuro e lo accompagnò fino al mondo dei morti, passando dal vicino lago d'Averno. Si diceva che scrivesse le sue profezie su foglie di palma, che il vento poi scompigliava. Un'altra storia narra che il dio le avesse regalato mille anni di vita, ma senza la giovinezza: così diventò piccolissima e vecchissima.

Lo sai che… a Cuma c'è un lungo corridoio scavato nel tufo che l'archeologo Amedeo Maiuri, nel 1932, chiamò «Antro della Sibilla»; oggi molti studiosi pensano che fosse una galleria militare.

La storia

C'è un luogo, vicino a Napoli, dove la terra ha aperto una bocca. È una galleria lunga e stretta, scavata nel tufo, con delle aperture sul fianco che fanno entrare la luce a strisce. Quando soffia il vento, dentro risuona un lamento.

Era qui che viveva la Sibilla.

Gli antichi la chiamavano la Sibilla di Cuma, dal nome della città greca che sorgeva lì sopra. Era una donna, una profetessa. Faceva una cosa che nessun altro sapeva fare: sentiva il futuro. Quando il dio Apollo le entrava dentro, la sua voce cambiava, gli occhi si rovesciavano, e diceva cose che nessuno capiva subito, ma che si avveravano tutte.

Scriveva le sue profezie su foglie, una per una, con la sua calligrafia nervosa. Le lasciava in fila dentro l'antro. Ma ogni volta che qualcuno apriva la porta, il vento entrava dalle cento aperture, e le foglie volavano per aria, si mescolavano, cadevano di nuovo come pioggia. Chi veniva a cercare una risposta doveva rimettere le parole in ordine da solo. E se non ci riusciva, la colpa era sua.

Per questo, ancora oggi, le parole oscure si chiamano «sibilline».

Ma quello che pochi sanno, è com'era cominciata.

Un giorno, dicono, Apollo la guardò e se ne innamorò. Le promise qualsiasi cosa. Lei si chinò, prese in mano un pugno di sabbia, e disse: «Voglio vivere tanti anni quanti sono questi granelli».

Il dio glielo concesse. Erano migliaia, tanti che nessuno poteva contarli.

La Sibilla era contenta. Aveva vinto contro il tempo.

Soltanto che aveva dimenticato una cosa. Una cosa piccola e terribile: non aveva chiesto di restare giovane.

Gli anni passarono. Una generazione, poi dieci, poi cento. La Sibilla guardava i suoi capelli diventare bianchi, la pelle seccarsi, il corpo accorciarsi. Non moriva. Il tempo, per lei, non finiva mai. Diventava solo più pesante.

Un giorno Enea venne a trovarla. Era un eroe di Troia, scappato dalla città in fiamme, in cerca di una terra dove fondare una nuova casa. Voleva scendere nel regno dei morti per parlare con il padre. Sapeva che soltanto la Sibilla poteva dirgli come.

Lei lo ricevette nell'antro, con il vento che gemeva intorno. Lo guardò, e il dio la prese. La sua voce si fece vasta, tremenda. Gli annunciò guerre, fatica, lutti. E poi gli disse come fare: doveva cercare nel bosco un ramo d'oro, nascosto tra gli alberi, da portare in dono alla regina dei morti. Senza quel ramo, nessuno entra. Con quel ramo, nessuno viene fermato.

Enea trovò il ramo. Entrò nel regno oscuro con la Sibilla al fianco, la guida più vecchia che si potesse avere. E tornò.

Questa storia la racconta Virgilio. Ma c'è un altro episodio, più tardi, e riguarda Roma.

Un giorno, a Roma, che allora aveva ancora dei re, si presentò una donna. Era anziana, sconosciuta, con un abito povero. Portava nove libri. Disse al re, Tarquinio, che erano libri di profezie, e che li avrebbe venduti a un prezzo molto alto.

Tarquinio rise. Rifiutò. Il prezzo era troppo.

La vecchia non si arrabbiò. Prese tre libri, li gettò nel fuoco, uno dopo l'altro. Poi disse, calma: «Ne restano sei. Allo stesso prezzo».

Il re rise ancora. Pensò che fosse pazza.

La vecchia ne bruciò altri tre. Il fuoco ruggì. E lei ripeté: «Ne restano tre. Il prezzo è sempre quello».

A quel punto Tarquinio smise di ridere. Qualcosa gli aveva stretto la gola. Pagò tutto, per tre libri soltanto, il prezzo che aveva rifiutato per nove. La donna sparì, e nessuno la rivide.

Quei tre libri furono custoditi nel tempio di Giove, a Roma, e per secoli, nei momenti più brutti, i romani li aprivano per capire cosa fare. Gli antichi dicono che quella donna fosse proprio lei, la Sibilla di Cuma.

E poi?

Poi il tempo continuò a passare. La Sibilla diventò sempre più piccola, sempre più secca, finché il suo corpo non fu quasi sparito. Rimase la voce. Nel «Satyricon» di Petronio, un liberto ricco e chiacchierone, Trimalchione, giura di averla vista con i suoi occhi, a Cuma, appesa dentro una piccola ampolla. I bambini che passavano le chiedevano: «Sibilla, che cosa vuoi?».

E lei rispondeva una cosa sola, con la voce sottile di chi ha dimenticato com'è un corpo.

«Voglio morire.»

Così finisce la storia della donna che aveva vinto il tempo. Aveva chiesto il dono più grande, e aveva scoperto che anche il tempo, a volte, è una condanna.

Oggi, a Cuma, c'è una galleria di tufo che dal 1932 tutti chiamano l'Antro della Sibilla, anche se nessuno è sicuro che fosse davvero il suo. Ci si cammina dentro, e il vento entra dalle aperture. Ogni tanto una foglia secca si alza e torna a posarsi.

Se ti fermi un attimo, in silenzio, si sente qualcosa, in fondo. Una voce lontana, che non è del vento.

Forse chiede ancora di poter dormire.

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Fonti

Ciro Simone Irmici

Chi c'è dietro

Ciro Simone Irmici

Costruisco siti, app e giochi. L'Atlante l'ho costruito con l'intelligenza artificiale e controllo io ogni scheda e ogni fonte. Non sono uno studioso di mitologia: racconto le leggende con rispetto e dico sempre da dove vengono. Se conosci una leggenda del tuo paese, scrivimi.

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