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Atlante dei Miti 0/300
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Un guerriero che fugge da una città in fiamme portando sulle spalle un vecchio e tenendo per mano un bambino

eroeda Troia al Lazio · mitologia romana

Enea

Aeneas, in latino

un po' paurosa

Enea era un principe troiano, figlio della dea Venere. Quando Troia fu presa con l'inganno del cavallo, fuggì dalla città in fiamme portando sulle spalle il vecchio padre Anchise e tenendo per mano il figlioletto Ascanio. Dopo un lungo viaggio per mare, una tempesta e un amore infelice con la regina Didone di Cartagine, arrivò in Italia. A Cuma la Sibilla lo guidò nel regno dei morti, dove il padre gli mostrò il futuro glorioso di Roma. Virgilio annuncia che in Italia fonderà una nuova patria per i Troiani, ma il poema finisce prima, con la morte di Turno.

Lo sai che… secondo le antiche biografie del poeta, Virgilio lavorò all'«Eneide» per circa dieci anni e morì prima di finirla: chiese di bruciarla, ma l'imperatore Augusto lo impedì.

La storia

Troia cadde di notte, mentre dormiva.

Enea dormiva anche lui, nella sua casa, lontano dalle mura. A un tratto, nel sonno, gli apparve Ettore.

Non era il guerriero di una volta. Aveva il viso coperto di polvere, i piedi gonfi, lo sguardo stanco. Come lo avevano trascinato intorno alla città, così gli apparve. Enea, in sogno, piangeva.

«Fuggi, figlio di una dea», disse Ettore. «Strappati alle fiamme. Il nemico è dentro le mura, e Troia sta cadendo dalla sua altezza. Se una mano avesse potuto difenderla, sarebbe stata la mia. Ti affido i suoi dèi sacri. Prendili, e cerca per loro le mura che fonderai, dopo aver errato per il mare.»

Enea si svegliò di colpo. Salì sul tetto e ascoltò.

Il crepitio arrivava da ogni parte, come un incendio in un campo di grano quando soffia il vento del sud, o come un torrente di montagna che porta via campi e raccolti. Un pastore, in piedi su una roccia, ascolta quel rumore e non capisce da dove venga.

Enea prese le armi. Mentre correva vide Panto, sacerdote di Apollo, che scappava con gli oggetti sacri e un nipotino per mano. «Panto, dove si combatte? Quale posto teniamo ancora?» domandò. L'altro rispose con un sospiro: «È arrivato l'ultimo giorno. Siamo stati Troiani. Troia è stata. Il dio ha dato tutto ai Greci».

Enea combatté finché poté. Ma nel mezzo della battaglia, guardando la reggia in fiamme, pensò a suo padre, a sua moglie, a suo figlio. Allora gli apparve Venere, sua madre, con un volto luminoso.

«Figlio mio, perché tutta questa rabbia? Non pensi a tuo padre, a Creusa, al piccolo Ascanio?» E gli sfiorò gli occhi. La nebbia, che copre gli occhi dei mortali, si ritirò.

Enea vide, sulle mura, gli dèi. Nettuno scuoteva le fondamenta con il tridente. Giunone teneva la porta, con la spada alzata. Atena era sulla rocca, splendente in una nube, con la testa della Gorgone sullo scudo. E Giove dava forza ai nemici. «Fuggi», disse Venere. «Non lascerò mai il tuo cammino, finché non ti avrò portato sulla soglia di tuo padre.»

Tornò a casa. Suo padre, Anchise, era vecchio, e non volle partire.

«Voi, che siete giovani, fuggite», disse. «Se gli dèi avessero voluto farmi vivere, mi avrebbero conservato questa casa. Una caduta di Troia l'ho già vista e l'ho già superata: basta così. Salutate questo vecchio corpo e andate. Troverò io la morte.»

Enea supplicò. Anchise non cedeva. Allora Enea afferrò di nuovo le armi, deciso a tornare a combattere e a morire.

Creusa gli si strinse ai piedi. Teneva in braccio il piccolo Iulo. «Se vai a morire, portaci con te. Ma se speri ancora nelle armi, difendi prima questa casa. A chi lasci tuo figlio, tuo padre, e me, che una volta chiamavi moglie?»

In quel momento, sopra la testa del bambino, comparve una fiamma. Era leggera, e lambiva i capelli senza bruciarli. Enea e Creusa accorsero spaventati, con l'acqua per spegnerla. Anchise, invece, alzò gli occhi al cielo.

«Giove onnipotente, se qualche preghiera ti commuove, guardaci. E se ne siamo degni, dacci un segno.»

Il vecchio non aveva finito di parlare che un tuono rimbombò alla sinistra. Una stella cadde dal cielo, con una lunga scia di luce, scivolò sopra il tetto e andò a perdersi nei boschi del monte Ida. Dietro di sé lasciò un solco luminoso, e un odore di zolfo.

Anchise si arrese. «Non indugio più. Vi seguo, dèi dei nostri padri. Salvate la casa, salvate il nipote.»

«Padre, sali sulle mie spalle», disse Enea. «Non mi peserà. Qualunque cosa accada, il pericolo sarà uno solo per noi due, e uno solo la salvezza.» Si coprì le spalle con una pelle di leone fulva, e caricò il vecchio. «Tu, padre, prendi in mano gli oggetti sacri e i Penati», aggiunse. «Io torno dalla battaglia, e toccarli senza essermi lavato in acqua viva sarebbe un'offesa.» Il piccolo Iulo gli si attaccò alla mano destra e lo seguì con i passi più corti. Creusa venne dietro, a una certa distanza.

Camminarono fra le ombre. Enea, che non aveva avuto paura delle lance e dei Greci, ora tremava a ogni soffio di vento. Aveva due pesi da proteggere: quello che portava e quello che teneva per mano.

Erano vicini alla porta, e già gli pareva di essere salvo, quando sentì un rumore di passi. Anchise guardò nel buio. «Fuggi, figlio! Vengono! Vedo scudi che luccicano!»

Enea perse la testa. Imboccò una strada laterale, lontano dalle vie conosciute. E fu in quel momento che perse sua moglie. Non si seppe mai se si era fermata, se si era smarrita, se si era seduta per la stanchezza. Non la rividero più.

Enea non si voltò. Non ci pensò, finché non arrivarono a un colle dove c'era un vecchio tempio di Cerere, abbandonato, e un cipresso. Quando tutti furono riuniti, mancava lei.

Allora Enea indossò di nuovo le armi e tornò indietro, per le strade che bruciavano, a gridare il suo nome. «Creusa! Creusa!» La chiamò a lungo. Finché, davanti a lui, apparve un'ombra più grande di lei.

«Perché ti abbandoni a un dolore così folle, dolce sposo?» disse l'ombra. «Tutto questo non succede senza gli dèi. Non è giusto che tu mi porti con te. Ti aspetta un lungo esilio, e un grande mare da attraversare. Arriverai in una terra, Esperia, dove il Tevere scorre lento in mezzo ai campi ricchi. Là troverai un regno e una sposa. Non piangere più per Creusa. Io non andrò a servire le donne greche, io, Dardana e nuora della dea Venere. La Grande Madre degli dèi mi trattiene su queste rive. Ora addio, e custodisci l'amore per nostro figlio.»

Enea voleva rispondere, ma l'ombra era già sparita. Tre volte cercò di gettarle le braccia al collo. Tre volte, afferrata invano, l'immagine gli sfuggì dalle mani, leggera come il vento, simile a un sogno con le ali.

Tornò dai compagni. Trovò una folla immensa: uomini, donne, ragazzi, gente povera, venuta da ogni parte, pronta a seguirlo ovunque.

In cima ai monti dell'Ida spuntava la stella del mattino. I Greci tenevano le porte della città. Non c'era più nessuna speranza.

Enea cedette. Sollevò suo padre sulle spalle, e salì verso il monte.

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  • Musica per leggere: Cinematic JourneyMusica epica da film, senza parole, di Ciro Simone IrmiciSpotifyYouTube Music

Fonti

  • Virgilio, «Eneide» (29-19 a.C.)
Ciro Simone Irmici

Chi c'è dietro

Ciro Simone Irmici

Costruisco siti, app e giochi. L'Atlante l'ho costruito con l'intelligenza artificiale e controllo io ogni scheda e ogni fonte. Non sono uno studioso di mitologia: racconto le leggende con rispetto e dico sempre da dove vengono. Se conosci una leggenda del tuo paese, scrivimi.

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