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Un piccolo altare dipinto sul muro di una casa romana, con due statuette danzanti e una ghirlanda di fiori

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I Lari e i Penati

Lares e Penates, in latino

per niente paurosa

In ogni casa romana c'era un piccolo altare, il larario, dove abitavano gli dèi della famiglia. I Lari proteggevano la casa e chi ci viveva; i Penati erano altri dèi della famiglia. Ogni giorno si offriva loro un po' di cibo, qualche fiore o un goccio di vino, e nei giorni di festa li si decorava con ghirlande. Nell'«Eneide», Enea fugge da Troia portando con sé proprio i Penati della sua città.

Lo sai che… il nome dei Penati richiamava, secondo una spiegazione antica, la parola latina «penus», che vuol dire «dispensa».

La storia

Alla fine della cena, quando i piatti erano quasi vuoti, la nonna si alzava e prendeva una ciotola.

Dentro ci metteva un po' di tutto quello che c'era stato in tavola: una fetta di focaccia, due olive, un pezzetto di formaggio, un goccio di vino. Poi attraversava l'atrio e arrivava all'angolo dove, in una nicchia dipinta, stavano le statuette di bronzo.

Erano piccole, alte come una mano. Due giovani in tunica corta, che sembravano danzare, e un cagnolino ai loro piedi, perché, dicevano i vecchi, come il cane anche i Lari stanno di guardia e vegliano su chi dorme.

Il bambino la guardava dalla porta.

«Perché dai da mangiare a dei pezzi di bronzo?» chiese.

La nonna non si arrabbiò. Posò la ciotola, sistemò una ghirlanda un po' storta e rispose piano:

«Non sono pezzi di bronzo. Sono quelli che restano svegli in casa quando noi dormiamo. Si chiamano Lari. E con loro ci sono i Penati, che stanno ancora più dentro, dove si conserva il cibo e dove la famiglia è davvero una famiglia.»

«E cosa fanno?»

«Ci sono. Ti sembra poco?»

Era la sera delle Caristia, a febbraio. Il giorno prima, la città aveva pensato ai morti: era andata alle tombe, aveva lasciato fiori e un po' di pane. Poi, diceva il poeta Ovidio, viene bene voltarsi verso i vivi. Così, quel giorno, i parenti si ritrovavano, anche quelli che si vedevano poco, anche quelli con cui c'era stato qualche litigio. Si sedevano alla stessa tavola, e una parte del cibo andava ai Lari, perché la pace di una casa è anche cosa loro.

Il bambino si sedette sul pavimento, vicino al braciere.

«Raccontami dei Penati,» disse. «Quelli più antichi.»

La nonna sorrise, perché quella era la storia che tutti, a Roma, conoscevano.

«Allora ascolta. C'era una città che si chiamava Troia, e una notte, dopo dieci anni di guerra, i nemici entrarono dalle porte. Un uomo di nome Enea dormiva nella sua casa. Sognò Ettore, il più grande guerriero di Troia, che era morto da tempo. Aveva il viso sporco di polvere, i piedi gonfi, le ferite aperte. Non disse parole dolci. Disse: “Fuggi, figlio di una dea. Le mura cadono. Troia ti affida le sue cose sacre e i suoi Penati. Cerca delle mura anche per loro.”»

«E poi?»

«E poi Ettore gli mise tra le mani le bende sacre, la statua di Vesta e il fuoco che non doveva spegnersi mai. Enea si svegliò di colpo. Dal tetto vide il cielo rosso, e sentì le urla, e il crepitare delle case, come quando il fuoco corre in mezzo al grano maturo.»

Il bambino si strinse le ginocchia.

«Scappò?»

«Non subito. Suo padre, Anchise, era vecchio, e disse che non si sarebbe mosso: era già vissuto abbastanza, sarebbe rimasto a morire con la sua città. Enea pregò, pianse, cercò di prendere le armi per tornare a combattere. Ed ecco che sulla testa del suo figlioletto, Iulo, comparve una fiamma sottile. Non bruciava i capelli. Leccava la pelle e luccicava, innocua. Poi un tuono secco da sinistra, e una stella che attraversò il cielo lasciando una scia di luce.»

«Un segno.»

«Un segno. Anchise alzò le mani al cielo e disse: “Non c'è più da aspettare. Vi seguo, dèi della mia casa.” E allora Enea si caricò il padre sulle spalle, sopra una pelle di leone, prese il figlio per mano, e disse alla moglie, Creusa, di seguirlo da dietro, a qualche passo.»

La nonna si fermò. Nell'atrio si sentiva soltanto la fiamma della lampada.

«E i Penati?» chiese il bambino.

«Qui viene la parte che mi piace. Enea disse al padre: “Prendi tu in mano le cose sacre e i Penati della patria. Io esco da una battaglia, e non mi è permesso toccarli finché non mi sarò lavato in un'acqua che scorre.” Così i piccoli dèi di Troia attraversarono la città in fiamme in grembo a un vecchio, che li teneva stretti come si tiene una cosa viva.»

«Che bello.»

«Sì. Ma non finisce bene, almeno non subito. Arrivati quasi alle porte, Anchise gridò di aver sentito dei passi, di aver visto delle armi che brillavano. Enea corse via per le strade più buie, e quando si fermò a contare chi aveva con sé, Creusa non c'era più.»

Il bambino non disse niente.

«Tornò indietro. Ripercorse tutta la città, chiamando il suo nome, e la chiamò tanto che la voce gli si ruppe. Alla fine gli apparve un'ombra, più grande del vero, e quell'ombra gli parlò con dolcezza. Gli disse di non piangere. Gli disse che nulla accadeva senza il volere degli dèi, che avrebbe dovuto attraversare il mare, e che sarebbe arrivato in una terra lontana chiamata Esperia, dove il Tevere scorre piano tra i campi dei contadini. Lì avrebbe avuto un regno, e una nuova sposa. “Ama nostro figlio”, disse. Enea provò ad abbracciarla, una volta, due volte, tre volte. Le sue braccia si chiudevano su un soffio, leggero come il vento, come un sogno che fugge.»

Il fuoco nel braciere si abbassò. La nonna aggiunse due pezzi di legno.

«All'alba, ai piedi del monte Ida, c'era già molta gente. Tutti quelli che erano scappati. Enea riprese il padre, riprese il figlio, e portò con sé i Penati. Navigò per anni. E un giorno, dicono, vide la foce del Tevere.»

«Quello che passa qui?»

«Quello che passa qui.»

Il bambino guardò la nicchia, le due statuette che danzavano, il cagnolino con le orecchie dritte.

«Sono gli stessi?»

«Gli stessi di Troia? Non lo so,» rispose la nonna. «Nessuno lo sa. So che a Roma, in ogni casa, qualcuno si alza dopo cena e porta un piatto in questo angolo. Sono secoli che lo si fa. E il giorno in cui smettessimo, forse, nessuno se ne accorgerebbe, ma la casa sì.»

Lui prese un'oliva dalla ciotola. La nonna gliela tolse di mano, ridendo, e la rimise al suo posto.

«Quella è la loro.»

Poi spense la lampada più grande e lasciò accesa soltanto una piccola luce davanti alla nicchia. Nell'atrio, i due giovani di bronzo sembrarono muoversi appena, come in un ballo lentissimo, mentre la casa si addormentava intorno a loro.

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Fonti

  • Ovidio, «Fasti», libri II e V
  • Virgilio, «Eneide», libro II
Ciro Simone Irmici

Chi c'è dietro

Ciro Simone Irmici

Costruisco siti, app e giochi. L'Atlante l'ho costruito con l'intelligenza artificiale e controllo io ogni scheda e ogni fonte. Non sono uno studioso di mitologia: racconto le leggende con rispetto e dico sempre da dove vengono. Se conosci una leggenda del tuo paese, scrivimi.

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