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Atlante dei Miti 0/300
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Una tavola imbandita con candele accese e piccoli regali, sotto una ghirlanda, in una casa romana d'inverno

dio dell'età dell'oroRoma · mitologia romana

Saturno e i Saturnali

Saturnus e Saturnalia

per niente paurosa

Saturno era un dio antichissimo dell'agricoltura. I Romani raccontavano che, cacciato dal cielo, si fosse rifugiato nel Lazio, dove regnò su un'età felice, l'età dell'oro, in cui tutti erano uguali e la terra dava frutti senza fatica. Per ricordarla, ogni anno a dicembre si festeggiavano i Saturnali: per alcuni giorni si sospendeva il lavoro, i servi godevano di grande libertà, ci si scambiavano piccoli regali e candele e si banchettava tutti insieme. Era la festa più allegra dell'anno.

Lo sai che… secondo Macrobio, i Saturnali cominciavano il 17 dicembre e la festa durava alcuni giorni.

La storia

Per tutto l'anno, nel suo tempio, la statua di Saturno aveva i piedi legati con una fascia di lana.

Nessuno la toccava. Il dio stava lì, serio, con la falce in mano, immobile e legato come un prigioniero. Poi arrivava dicembre, arrivava il giorno della festa, e i sacerdoti scioglievano la lana.

A Roma lo sapevano tutti: quando Saturno è libero, un po' liberi lo siamo tutti.

Il ragazzo si svegliò all'alba del diciassette dicembre e non sentì il cuoco che lo chiamava a gran voce, né il passo del padrone che scendeva a controllare le scorte. Sentì un profumo di pane caldo. Aprì un occhio. Sulla soglia dello stanzino dove dormiva c'era il padrone in persona, con una tavoletta di legno in mano e sopra una pagnotta, del miele e dei fichi secchi.

«Svegliati,» disse l'uomo. «È la festa.»

Il ragazzo si tirò su di scatto, con il cuore che gli batteva. Era certo di aver fatto qualcosa di sbagliato.

«Padrone, io non...»

«Mangia, finché è caldo.»

«Ma sei tu che porti da mangiare a me.»

«Una volta all'anno.» Il padrone si strinse nelle spalle, un po' imbarazzato. «Sono le regole del dio. Non guardare me, io le seguo e basta.»

Il ragazzo mangiò con molta cautela, aspettando da un momento all'altro che qualcuno scoppiasse a ridere e dicesse che era uno scherzo. Nessuno lo disse.

Per la strada, intanto, la città era impazzita in modo allegro. Dai portoni uscivano risate, dalle finestre canzoni stonate, e davanti alle botteghe c'erano file di bancarelle con piccole figure di argilla dipinta: omini, animali, dèi alti come un dito. Si chiamavano sigillaria e si regalavano ai bambini. Accanto, sui banchi, candele di cera in mazzetti, legate con lo spago. Candele a tutti, dalla cuoca allo scrivano. Alcuni dicevano che servivano a ricordare che la luce, a dicembre, ricomincia a salire dal buio. Altri dicevano che erano un regalo che costava poco, e va benissimo così.

A mezzogiorno si pranzò tutti insieme, in un'unica sala. Il padrone, la padrona, i bambini, il cuoco con la faccia rossa del fornello, la donna che badava ai bambini, il vecchio che si occupava dell'orto. Il ragazzo fu fatto sedere in un posto d'onore, e il cuoco, per la prima volta in vita sua, si ritrovò a stare seduto a tavola mentre la padrona andava e veniva con le brocche.

«Che cosa si fa?» sussurrò il ragazzo.

«Quello che vuoi,» rispose il vecchio dell'orto. «Per un giorno puoi dire anche al padrone che il vino è troppo annacquato.»

«E se poi mi punisce?»

«Alla festa di Saturno non si punisce nessuno.»

Il ragazzo ci pensò un po'. Poi si schiarì la voce e disse, a voce molto alta:

«Padrone, questo vino sa di pozzanghera.»

Ci fu un silenzio. Il padrone posò la coppa. Tutti trattennero il fiato.

«È vero,» disse infine lui, serissimo. «L'ho comprato io.»

La sala esplose. Il cuoco rideva così forte che gli scivolò il cucchiaio, la padrona dovette appoggiarsi a una colonna, e i bambini battevano i pugni sul tavolo. Il ragazzo capì che, per quel giorno, era stato davvero promosso.

Quando i piatti furono vuoti, i bambini cominciarono a tirare il vecchio per la tunica.

«Raccontaci perché si fa così.»

Il vecchio si sistemò, si grattò il mento, e cominciò.

«Una volta, molto tempo fa, Saturno era un dio del cielo. Ma c'era stata una guerra tra dèi, e un altro dio, Giove, aveva preso le armi contro di lui. Saturno perse. Fu cacciato dal cielo, dall'Olimpo, e vagò come un esiliato, senza regno, in cerca di un posto dove nascondersi.»

«E lo trovò?»

«Lo trovò. Una terra tranquilla, con le colline e i boschi. Si nascose così bene che quella terra prese il nome da questo: Lazio, dal verbo che vuol dire “stare nascosti”. Dove abitiamo noi. Lì c'era un re, Giano, che lo vide arrivare dal mare, su una nave, stanco e senza niente, e gli aprì la porta. Non gli chiese di che cosa avesse bisogno. Divise con lui il suo regno, come si divide una pagnotta con un ospite.»

I bambini lo guardavano con gli occhi sgranati.

«Sulle colline vivevano uomini selvatici, sparpagliati nei boschi, senza leggi. Saturno li radunò. Insegnò loro a coltivare la terra, a potare le viti, a seminare. E il suo regno fu così tranquillo che lo chiamarono l'età dell'oro. Non c'era chi comandava e chi serviva. Tutti avevano abbastanza, e la terra dava i suoi frutti senza troppa fatica.»

«E poi?»

«Poi un giorno Saturno sparì. Così, senza dire niente. Giano, quello con due facce, una davanti e una dietro, si accorse che non c'era più. Cercò nei campi, nei boschi, lungo il fiume, e non trovò nemmeno un'orma. Gli costruì un altare. Decise che ogni anno, in suo onore, si sarebbe fatta una festa.»

«I Saturnali,» disse il ragazzo.

«I Saturnali,» disse il vecchio. «Per un giorno, o due, o tre, si ricorda com'era allora. Quando nessuno apparteneva a nessuno.»

Il ragazzo guardò il padrone. Il padrone guardò la propria coppa, poi, senza dire niente, la riempì e la porse a lui.

La sera, in strada, c'erano torce, canti, odore di arrosto. Dentro la casa il vecchio contava le candele, la padrona stendeva le stuoie dei bambini, e il cuoco dormiva già sulla panca con la bocca aperta.

Il ragazzo tornò nel suo stanzino. Aveva ricevuto una candela di cera, una vera, non di sego, che profumava appena di miele. L'accese e la guardò bruciare.

Domani, pensò, sarebbe stato ancora festa. Poi un giorno, presto, qualcuno avrebbe legato di nuovo la lana ai piedi del dio, e lui avrebbe ricominciato a portare l'acqua.

Spense la fiamma, con le dita, prima che si consumasse. La mise sotto il giaciglio, con cura.

Così, per i giorni normali, avrebbe avuto anche lui qualcosa da accendere.

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Fonti

  • Macrobio, «Saturnalia» (V secolo)
  • Virgilio, «Eneide», libro VIII
Ciro Simone Irmici

Chi c'è dietro

Ciro Simone Irmici

Costruisco siti, app e giochi. L'Atlante l'ho costruito con l'intelligenza artificiale e controllo io ogni scheda e ogni fonte. Non sono uno studioso di mitologia: racconto le leggende con rispetto e dico sempre da dove vengono. Se conosci una leggenda del tuo paese, scrivimi.

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