
Fauno
Faunus, in latino
per niente paurosa
Fauno era un antichissimo dio dei Latini, protettore dei boschi, dei campi, delle greggi e dei pastori. Secondo Virgilio era stato anche un re del Lazio, il padre del re Latino che accolse Enea. Fauno parlava agli uomini attraverso i sogni e le voci misteriose del bosco: chi voleva un responso andava a dormire su pelli di pecora in una foresta sacra, e aspettava. Con il tempo i Romani lo avvicinarono al dio greco Pan, come fa anche Ovidio nei «Fasti».
Lo sai che… il 15 febbraio a Roma si celebravano i Lupercalia, una festa legata a Fauno, in cui giovani sacerdoti correvano con strisce di pelle di capra.
La storia
Nel Lazio, molto prima che Roma fosse Roma, c'era un bosco dove non si andava a far legna e non si andava a caccia. Ci si andava soltanto quando si aveva una domanda a cui nessun uomo sapeva rispondere.
Il bosco si trovava non lontano da Laurento, la città del re Latino. In mezzo agli alberi scuri sgorgava una fonte che puzzava di zolfo: l'acqua usciva dalla terra insieme a un fumo pesante, e intorno c'era un silenzio strano, come se anche gli uccelli avessero deciso di parlare più piano. La fonte si chiamava Albunea. La gente pronunciava quel nome a voce bassa.
Quella primavera il re Latino non dormiva più.
Era vecchio. Aveva governato in pace per tanti anni, e aveva una moglie, Amata, e una figlia, Lavinia. Altri figli non ne aveva: l'unico maschio gli era stato portato via da bambino. Così, dopo di lui, la corona sarebbe andata all'uomo che avesse sposato Lavinia.
Pretendenti ce n'erano a dozzine. Il più bello, il più ricco e il più sicuro di sé era Turno, giovane principe dei Rutuli, di una famiglia antica. La regina lo voleva come genero a ogni costo. Lo ripeteva a colazione, a cena, nel cortile, davanti al fuoco.
Ma il re esitava, e non per capriccio. Nel suo palazzo c'era un alloro sacro, altissimo. Un giorno uno sciame di api era arrivato in volo e si era appeso fitto ai rami più alti, scuro come un grappolo. L'indovino aveva guardato a lungo. Poi aveva detto: «Arriverà uno straniero. Verrà con la sua gente, da lontano, e sarà padrone di questa rocca».
Non era una bella notizia, per un re con un pretendente già scelto dalla moglie. Latino capì che da solo non ne sarebbe uscito. E allora fece quello che si faceva, in quel tempo, quando le parole degli uomini non bastavano: andò a chiedere a suo padre.
Perché suo padre era Fauno.
Nessuno sapeva dire da quanto tempo Fauno fosse lì. Era un dio antichissimo, più vecchio delle città, signore dei boschi e delle greggi, e i Latini lo rispettavano più di quanto lo temessero. Non lanciava fulmini e non scatenava il mare. Faceva una cosa sola, ma la faceva meglio di tutti: parlava. Parlava dentro i sogni e dentro le voci che si sentono solo nel bosco, a chi ha la pazienza di aspettare.
Il re partì al tramonto, con un corteo di sacerdoti, e arrivò alla fonte che era già quasi buio. Cento pecore dalla lana bianca furono portate davanti all'altare. Quando i sacerdoti ebbero finito, Latino fece una cosa che a chi guardava sembrò molto strana. Prese le pelli di quelle pecore, le stese per terra, nel punto più fitto del bosco, e vi si sdraiò sopra.
«Resta qui con me, ma non parlare», disse a un vecchio servitore. «E se mi vedi muovere, non svegliarmi.»
Poi chiuse gli occhi.
All'inizio non successe niente. Si sentiva l'acqua che bolliva piano nella fonte, e il re sentiva sul viso la lana ancora tiepida. Poi gli parve che il buio si riempisse. Passavano figure sottili e pallide, che non aveva mai visto, e che andavano e venivano come foglie sull'acqua. Sentì voci: voci di dèi, pensò, e sotto di loro altre voci, più lontane, che salivano da molto in basso, da posti dove i vivi non vanno.
Allora, fra tutte, ne riconobbe una.
Era una voce calma, antica, con dentro il rumore del vento fra i rami. Era la voce di suo padre.
«Latino, figlio mio. Non cercare un marito del Lazio per la tua ragazza. Non promettere le nozze che ti hanno preparato in casa. Verranno stranieri, e saranno loro i tuoi generi. Il loro sangue porterà il nostro nome fino alle stelle, e i loro discendenti vedranno ogni cosa ai propri piedi, fin dove il sole guarda, da un mare all'altro.»
Il re si svegliò di colpo, con il cuore che batteva forte. Il servitore gli porse un po' d'acqua. La fonte fumava come prima. Gli uccelli ancora non cantavano.
«Hai sentito qualcosa?» chiese Latino.
«Io? Niente, mio re. Soltanto le pecore.»
Latino sorrise. Era giusto così: la voce era per lui solo.
Tornò a casa, e questa volta non tenne il segreto. Era un re, non uno che nasconde le cose in fondo a un cassetto. Si sparse la voce in tutto il Lazio, e la gente cominciò ad andare alla fonte di Albunea, con le pecore, a distendersi sulle loro pelli e ad aspettare.
Pochi giorni dopo, alla foce del Tevere, comparvero delle navi.
Erano navi lunghe, stanche, che avevano attraversato un mare intero. Ne scesero uomini sporchi di sale e di fatica, con un uomo in testa che si chiamava Enea, e che veniva da una città distrutta, Troia. Si sedettero sull'erba, sotto gli alberi, e tirarono fuori da mangiare: focacce di grano, che usavano al posto dei piatti, e sopra ci misero la frutta di bosco. Quando ebbero finito di mangiare i frutti, mangiarono anche le focacce.
«Guarda!» disse il più giovane, ridendo. «Abbiamo mangiato perfino le tavole!»
Gli altri risero, e poi smisero di ridere. Era il segno che avevano aspettato per anni, quello che doveva dire loro dove fermarsi: erano arrivati.
Il vecchio re li ricevette con onore. Guardò Enea, guardò sua figlia, e ripensò a una voce in mezzo a un bosco.
Il bosco di Albunea è rimasto dov'era, e Fauno non ha mai smesso di essere onorato. Quando Roma fu grande, i Romani gli dedicarono una festa ogni anno, il quindici di febbraio, ai piedi del colle Palatino, in una grotta chiamata Lupercale. Giovani sacerdoti sacrificavano una capra e poi correvano per le vie della città, con strisce di pelle in mano, e la gente usciva dalle case per farsi toccare e portarsi addosso un po' di fortuna.
Di notte, però, a Fauno restava ancora qualcosa di suo. I pastori del Lazio, dicono, quando trovano una pecora che si è allontanata, a volte si fermano e ascoltano. Il bosco ha un modo di tacere che sembra pieno di parole. E qualcuno giura di averle quasi capite.
Parenti nel mondo
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Fonti
- Virgilio, «Eneide», libro VII
- Ovidio, «Fasti», libro II
