
Il Linchetto
il folletto della Lucchesia
per niente paurosa
Il Linchetto è il folletto delle case della provincia di Lucca. Non è cattivo, ma la notte non sa stare fermo: tira via le coperte a chi dorme, bussa alle porte, sposta gli oggetti e fa rumori strani in cucina. Nelle stalle si diverte a legare insieme le code delle mucche e dei cavalli. Il suo aspetto cambia da racconto a racconto: a volte è un omino minuscolo, a volte un animaletto strano. Per tenerlo lontano si appendeva dietro la porta un ramo di ginepro: lui si ferma a contarne le foglie.
Lo sai che… un trucco per tenerlo occupato era lasciare una tazza di riso sul comodino: il Linchetto non resiste, la rovescia e si mette a contare i chicchi.
La storia
In una casa di campagna, sulle colline sopra Lucca, abitava una famiglia che di notte non dormiva mai tranquilla.
Di giorno la casa era una casa come le altre. C'erano la cucina con il camino, la stanza dove si seccavano le castagne, la stalla con due mucche e un cavallo, e un bambino che correva dappertutto. Di notte, invece, succedevano cose.
Cominciava con un colpo.
Toc. Toc. Toc.
Qualcuno bussava alla porta di casa, a mezzanotte, piano, con pazienza. Il nonno, che aveva il sonno leggero, apriva. Fuori c'era il buio, un po' di nebbia, e il cane che alzava la testa senza abbaiare. Nessuno.
«È tornato», diceva il nonno, richiudendo.
E tutti in casa sapevano chi.
Era il Linchetto.
Nessuno lo aveva mai visto bene. Secondo la zia era un animale: un cane, o un gatto, o un uccello. Secondo un vicino era un po' topo, un po' uccello e un po' uomo, tutto insieme, cosa che a pensarla faceva anche ridere. Secondo il bambino era invisibile, e chi diceva il contrario raccontava frottole. Una cosa però era sicura: non era cattivo. Era dispettoso. E ci sono dispetti che, quando ti capitano alle tre di notte, ti sembrano la fine del mondo.
Quella notte cominciò dalla cucina.
Dalla dispensa uscì un rumore di cose che si spostano. Quando la nonna accese la candela, il mestolo non era più nel suo posto, il sale era sul davanzale della finestra e la forchetta sparita.
«Ah, bravo», disse la nonna in toscano, a voce alta, rivolta al soffitto. «Bravo. Divertiti.»
Non rispose nessuno. Ma sul tavolo cadde una briciola, come per dire che avevano sentito.
Con i bambini, si diceva, il Linchetto era affettuoso, tanto che il piccolo non ne aveva mai avuto paura. Con le donne anziane, invece, non si faceva scrupoli: le prendeva di mira più di tutti. E in quella casa la donna più anziana era la nonna.
Così, quando la nonna si rimise a dormire, le coperte volarono via. Lei le riprese. Volarono di nuovo. Lei le riprese, borbottando, e le strinse con tutte e due le mani.
Il bambino, nel letto accanto, rideva con la faccia nel cuscino.
«Non ridere», disse la nonna.
Ma lui rise ancora, e forse fu per questo che toccò anche a lui. Verso le tre, il bambino si svegliò con la sensazione di avere una zampa leggera sul petto. Non faceva male: era un peso, un respiro corto. Pensò che gli mancasse l'aria, e dalla gola gli uscì una frase che aveva sentito dire cento volte ai vecchi del paese.
«Oh Dio... mi prende il Linchetto.»
E in quel momento sentì, dal letto, la risata soffocata del nonno.
«Sì, ti ha preso», disse. «Ora lo lasci stare.»
Il peso sparì come era venuto. Rimase solo la finestra, che sbatteva piano.
Il giorno dopo, nella stalla, trovarono il peggio.
Le code delle due mucche erano legate insieme con un nodo stretto. E la criniera del cavallo, che era sempre stata liscia e lucente, era ridotta a una treccia lunga e piena di nodi.
Le mucche, poi, erano stanche come dopo una giornata di lavoro: avevano passato la notte a scalciare contro il nulla, e adesso muggivano piano, offese, con gli occhi grandi.
«Non scioglierla», disse subito il nonno, serio. «Se la sciogli, la bestia non vale più niente. Lasciala com'è.»
Il bambino guardò la treccia con rispetto. Era quasi bella. Chiunque l'avesse fatta, pensò, aveva mani da artista, o zampe, o quello che erano.
Alla sera, la nonna decise che bastava.
Prese una candela benedetta e la accese sul tavolo. La luce tremolò, e per un po' dalla cucina non venne nessun rumore. Appese un rametto di ginepro dietro la porta, perché sapeva che il Linchetto, trovandolo, avrebbe dovuto contare tutte le foglie, una per una, e non sarebbe riuscito a smettere.
E poi, ultimo trucco, mise sul comodino una tazza piena di riso.
«Ora vediamo», disse.
Spense le luci e si coricò con tutti gli altri.
Per un po', la casa restò immobile. Il fuoco si assopì. Il gatto fece le fusa. Poi, nel buio, si sentì un rumore sottile, come di pioggia sui vetri.
Tic. Tic. Tic.
Il riso. Il Linchetto aveva rovesciato la tazza.
Il bambino aprì un occhio. Nella luce della candela vide, o credette di vedere, un'ombra piccola che si muoveva sul pavimento, chinata su qualcosa. Sentì un sussurro che contava.
«Uno... due... tre... quattro...»
«Cinque», sussurrò il bambino, senza accorgersene.
L'ombra si bloccò, come se avesse sentito. Poi ricominciò, più veloce.
«Uno... due... tre...»
Contava, contava, e si sbagliava, e ricominciava da capo. Fuori il cielo cominciava a schiarire sopra i castagni. I galli della valle cantarono uno dopo l'altro. Il Linchetto, che aveva ancora centinaia di chicchi da contare, brontolò qualcosa e si dileguò con un fruscio, lasciando il riso sparso per terra e un'ultima occhiata di sbieco.
Quando la nonna si alzò, il pavimento era tutto bianco.
Spazzò ridendo, e per la prima volta da settimane non disse una parola contro nessuno. Poi guardò in alto, verso il soffitto.
«Stanotte ne metto due tazze», disse piano.
E in cucina, da qualche parte, una pentola tintinnò.
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Fonti
- MilanoFree, «Personaggi del folclore italiano: Mommotti, Linchetto e Anfisbena»
- Giovanni Giannini, raccolte di novelle e tradizioni lucchesi (fine Ottocento)
