Vai al contenuto
Atlante dei Miti 0/300
IT
Un bambino col saio nero e il cappuccio che sbuca da dietro un vaso di ceramica, con una chiave in mano

spirito della casaNapoli, centro storico · Campania

'O Munaciello

«il monachello», in napoletano

un po' paurosa

Nei vicoli di Napoli si racconta di un piccolo uomo vestito da monaco, con un cappuccio e le fibbie d'argento sulle scarpe. Entra nelle case senza farsi vedere: a volte lascia monete nascoste, a volte fa sparire le cose o fa dispetti. Chi lo vede non deve raccontarlo, altrimenti la fortuna se ne va. Secondo la versione raccolta da Matilde Serao, era un bambino del Quattrocento che la madre vestiva sempre con un saio. Secondo un'altra era il «pozzaro», l'uomo che puliva i pozzi e passava da una casa all'altra sottoterra.

Lo sai che… in molte case napoletane, quando qualcosa sparisce, si dice ancora che «è stato 'o munaciello».

La storia

A Napoli, nei vicoli del centro, tra i panni stesi e le edicole votive con le candele sempre accese, c'è una storia che le nonne raccontano a bassa voce. Non perché faccia paura. Perché fa un po' male.

Torniamo indietro di quasi seicento anni. È il 1445. A Napoli regna Alfonso d'Aragona, e la città è un formicaio di botteghe, di navi in porto, di campane che suonano.

In una di quelle botteghe, tra le più ricche, lavorava un ragazzo che si chiamava Stefano Mariconda. Era un garzone: portava le stoffe, apriva e chiudeva la porta, faceva i conti. Non aveva né nome né soldi. Ma aveva due occhi che bruciavano ogni volta che passava una certa ragazza.

Quella ragazza si chiamava Caterinella Frezza, ed era la figlia del padrone. Il padre era un mercante di panni tra i più ricchi della città, e la teneva in casa come un tesoro: bella, giovane, con una dote che avrebbe fatto girare la testa a un principe. Per lei sognava un marito nobile. Di certo non un garzone di bottega.

Eppure, Caterinella e Stefano si erano guardati una volta, e poi un'altra, e poi un'altra ancora. E non c'era stato più niente da fare.

Non potevano vedersi di giorno. Non potevano parlarsi in strada. Non potevano nemmeno sfiorarsi le mani. Così Stefano trovò una via tutta sua. Di notte, quando i vicoli erano deserti e le campane tacevano, saliva sui tetti di Napoli. Camminava piano sulle tegole ancora calde, tra i comignoli e i panni dimenticati, con il mare nero in fondo e le stelle sopra la testa. E arrivava fino alla finestra di lei.

Che dolci notti, quelle! Dalla finestra socchiusa di Caterinella usciva una voce bassa, un riso soffocato, un sospiro. Nessuno doveva sentire. Nessuno doveva sapere.

Ma a Napoli, si sa, i muri hanno occhi, e i vicoli hanno orecchie.

La famiglia Frezza scoprì tutto. E decise che quella storia doveva finire.

Una notte, mentre Stefano camminava sui tetti, come sempre, con il cuore leggero, qualcuno lo aspettava nell'ombra. Caterinella era alla finestra, con la candela in mano, e sorrideva già. Vide Stefano comparire dietro un camino. Vide delle mani afferrarlo. Vide un corpo cadere nel vuoto, senza un grido.

Questo dice la storia. E quella notte, qualcosa si spezzò, a Napoli, per sempre.

Caterinella non parlò più. Non pianse, non gridò. Lasciò la casa, la bottega, la famiglia, e si chiuse in un convento. E lì, tra quelle mura di pietra, nacque un bambino.

Era un bambino molto piccolo, e non come gli altri. Il suo corpo era deforme, storto, e il suo viso non assomigliava a nessuno. Le suore lo guardarono con paura. Ma sua madre, quando lo prese in braccio, lo guardò con un amore così grande che non c'era posto per nient'altro.

Lo chiamò con tutti i nomi più dolci che conosceva. E gli fece cucire un piccolo abito: nero e bianco, come quello dei monaci. Pensava che la vestizione, forse, avrebbe fatto il miracolo. Che il cielo, vedendo quel bambino vestito da frate, avrebbe avuto pietà.

Ma il cielo non rispose.

E a Napoli la gente guardava quel piccolo essere con quel saio nero e bianco, e rideva. «Guarda, il monacello!» gridavano i ragazzi. «'O munaciello!» Gli correvano dietro per strada. Lo prendevano in giro. Gli tiravano sassi. Lui, il piccolo monaco, camminava in silenzio, a testa bassa, stringendo il suo saio.

Poi, un giorno, sparì.

Non lo vide più nessuno. Si disse che il diavolo se l'era portato via. Matilde Serao, la grande scrittrice di Napoli, scrive soltanto che scomparve misteriosamente. I Frezza, lei dice, erano sospettati di un'altra morte: quella di Stefano.

E così il piccolo monaco morì, senza che nessuno lo piangesse.

O almeno, così pensavano tutti. Perché da quel giorno, nelle case di Napoli, cominciarono a succedere cose strane.

Di notte, una porta si apriva da sola. Un piatto cadeva dalla credenza e si rompeva in mille pezzi. Una sedia strisciava sul pavimento, piano, piano. E nel buio dei vicoli, c'era chi giurava di aver visto un ometto minuscolo, con un cappuccio calato sugli occhi, che camminava lungo i muri e scompariva dietro un angolo.

Era lui. 'O munaciello.

Ma una cosa strana, di lui, la gente imparò presto. Non faceva sempre dispetti. A volte, sotto un cuscino o dentro un cassetto, qualcuno trovava una moneta d'oro. Una sola. Nascosta bene, come se qualcuno l'avesse lasciata di nascosto, con timidezza, senza voler essere visto.

Chi veniva trattato con rispetto, riceveva fortuna. Chi lo derideva o lo scacciava, trovava le chiavi sparite, i vetri rotti, il sonno spezzato.

Per questo i vecchi dicevano una cosa, sempre la stessa. «Se vedi 'o munaciello, non lo dire a nessuno.» Perché chi lo racconta, perde la fortuna. Come se lui, il piccolo monaco, si vergognasse ancora di essere guardato.

Altri a Napoli raccontano un'altra storia. Dicono che il munaciello non fosse mai un bambino deforme, ma un uomo piccolo e silenzioso, vestito come un frate, che faceva il «pozzaro»: quello che puliva i pozzi e i cunicoli sotto la città. Conosceva ogni passaggio, ogni cunicolo, ogni buco nel muro. Poteva entrare in tutte le case senza farsi vedere, e uscire come era entrato. A volte portava via qualcosa, a volte portava un regalo. E per questo le persone, nel dubbio, non sapevano mai se ringraziarlo o chiudere meglio la porta.

Quale delle due storie sia vera, a Napoli nessuno lo sa. Forse tutte e due. Forse nessuna.

Ma ancora oggi, quando in una vecchia casa del centro una porta si socchiude da sola, o una moneta spunta dal fondo di un cassetto dove non c'era, qualche nonna alza gli occhi al soffitto, e dice a mezza voce, senza sorridere:

«Grazie, munaciello. Grazie. E scusaci.»

Ascolta / Leggi anche

  • Musica per leggere: Cinematic JourneyMusica epica da film, senza parole, di Ciro Simone IrmiciSpotifyYouTube Music

Fonti

Ciro Simone Irmici

Chi c'è dietro

Ciro Simone Irmici

Costruisco siti, app e giochi. L'Atlante l'ho costruito con l'intelligenza artificiale e controllo io ogni scheda e ogni fonte. Non sono uno studioso di mitologia: racconto le leggende con rispetto e dico sempre da dove vengono. Se conosci una leggenda del tuo paese, scrivimi.

Altri miei lavori: audiolibri gratis su YouTube · ebook su Gumroad · Apple Books · musica su Spotify e YouTube Music