
Il Ponte del Diavolo di Borgo a Mozzano
il Ponte della Maddalena
un po' paurosa
Sul fiume Serchio c'è un ponte medievale strano, con un arco altissimo e storto: il Ponte della Maddalena. La leggenda dice che il capomastro non riusciva a finirlo e fece un patto con il diavolo: il ponte sarebbe stato pronto in una notte, in cambio della prima anima che lo avesse attraversato. Pentito, il costruttore chiese aiuto al parroco, e la mattina fecero passare per primo un animale. Il diavolo, beffato e furioso, si buttò nel fiume e sparì. Il ponte, invece, è ancora lì.
Lo sai che… il ponte è lungo più di 90 metri e ha la forma «a schiena d'asino», con un grande arco centrale e tre archi più piccoli, diversi tra loro.
La storia
Chi arriva a Borgo a Mozzano, in Lucchesia, e guarda il fiume Serchio, vede subito una cosa che non sta bene.
È un ponte, lungo più di novanta metri. Ma non è un ponte come gli altri. Ha un arco enorme, alto più di diciotto metri, che sale come la schiena di un asino, e poi scende di colpo. Gli altri archi, accanto, sono piccoli e storti, come se fossero stati fatti da un altro costruttore in un altro anno.
I vecchi del posto dicono che il motivo c'è. Che quel ponte non l'ha costruito solo un uomo.
Tanto tempo fa, nei tempi in cui si parlava di Matilde di Canossa e delle sue terre, un capomastro ebbe l'incarico di fare un ponte sul Serchio.
Un lavoro impossibile. Il fiume era largo, l'acqua profonda, le sponde instabili. Ogni volta che il capomastro metteva una pietra, la corrente la portava via. Passarono mesi. Gli operai cominciarono a guardarsi con sfiducia. Il signore che aveva ordinato l'opera chiese quando sarebbe stata finita, e il capomastro non seppe rispondere.
Una sera, mentre il sole scendeva dietro i monti, si sedette sulla riva a fissare il fiume.
Era stanco. Non sapeva più a chi chiedere aiuto.
«Brutto affare», disse una voce vicino a lui.
Il capomastro si voltò. A pochi passi, in piedi tra i canneti, c'era un uomo vestito di scuro. Non si era sentito arrivare. Il suo viso era normale. Forse troppo normale. Aveva il sorriso di chi sa già come va a finire.
«Posso aiutarti», disse lo sconosciuto. «Il ponte sarà pronto domattina. Tutto, dall'inizio alla fine.»
«Domattina?»
«In una notte. In cambio voglio una cosa sola.»
«Cosa?»
«La prima anima che lo attraverserà.»
Il capomastro tacque. Sapeva chi aveva davanti, e lo sapeva da subito, perché sentì il sangue gelare. Ma pensò al signore, al fiume, ai mesi sprecati. Pensò a se stesso, a che cosa sarebbe successo se avesse fallito.
«Va bene», disse.
Fu un attimo. Lo sconosciuto sorrise, e sparì tra la nebbia del fiume.
Il capomastro tornò a casa. Non mangiò e non dormì. Camminò avanti e indietro per tutta la notte, e sentì dal fiume un rumore mai udito. Non era il Serchio. Era pietra su pietra, un battere, uno scalpellare, un rumore di mille mani che lavoravano insieme senza voce.
Verso l'alba il rimorso divenne più forte della paura. Pensò a chi avrebbe attraversato il ponte per primo, ignaro: forse un bambino, forse sua moglie. Non poteva farlo. Non poteva.
Corse dal prete del paese. Aveva gli occhi di chi non ha chiuso occhio.
«Padre», disse. «Ho fatto una cosa terribile.»
Raccontò tutto. Il prete lo ascoltò senza interromperlo. Quando ebbe finito, restò un momento in silenzio, poi si alzò.
«Un patto è un patto», disse. «Ma ti ha parlato della prima anima. Non ha detto che debba essere un cristiano.»
Il capomastro lo guardò.
«Una bestia è una bestia», aggiunse il prete. «Il diavolo vuole un'anima? Che se la prenda.»
Si guardarono. Poi, a poco a poco, sorrisero tutti e due.
All'alba il ponte era lì. Perfetto, immenso, lucido di rugiada, con l'arco alto che cavalcava il fiume come una gobba di pietra. Gli operai restarono a bocca aperta. Il signore non fece domande. Dall'altra riva, tra i canneti, qualcuno aspettava in silenzio.
Il diavolo.
Se ne stava lì, con le braccia incrociate, a guardare il ponte e a guardare il capomastro. Ormai non sorrideva più, aspettava.
«Allora?» disse. «Chi passa per primo?»
Il capomastro non rispose. Fece un cenno.
Dal paese, spinto da un ragazzo con una frusta di vimini, arrivò un maiale. Un maiale grasso, rosa, tranquillo, che non sapeva niente e che trotterellava allegro tra le pietre, annusando il terreno. Salì sul ponte. Lo attraversò tutto, da una parte all'altra, grugnendo di piacere.
Il diavolo lo guardò passare.
Capì subito. Il suo viso cambiò. Gli occhi si fecero di brace, la bocca si storse. Un maiale. Una notte di lavoro, per un maiale. L'avevano beffato, e davanti a tutti.
Gridò. Non fu un grido umano. Fece tremare i pioppi e fece fuggire gli uccelli. Poi, in un attimo, si lanciò dal ponte e si gettò nel Serchio, che si chiuse sopra di lui con un tonfo lungo e sordo.
Il fiume tornò a scorrere. Non si vide più niente.
Alcuni, in altre versioni del racconto, dicono che l'animale fosse un cane. Altri, che a ingannare il diavolo fosse stato San Giuliano con un pezzo di focaccia. Il resto è uguale: un patto, un inganno, un diavolo che se ne va a mani vuote.
Il ponte, invece, è rimasto.
Nei secoli è cambiato. Si dice che sia stato restaurato da Castruccio Castracani, fra il Duecento e il Trecento; che uno scrittore, nel Trecento, Giovanni Sercambi, lo abbia messo in una novella. Dal Cinquecento lo chiamano Ponte della Maddalena. Nel 1836 una piena del fiume lo danneggiò gravemente. Ma è ancora in piedi, bello e storto, con il suo arco altissimo che sembra voler arrivare fino al cielo.
E la gente del posto lo chiama ancora con il nome che tutti sanno: il Ponte del Diavolo.
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