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Atlante dei Miti 0/300
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Un giovane dio con una corona d'edera e un grappolo d'uva, su una nave da cui spuntano tralci di vite

dio del vino e del teatroTebe e Nasso · mitologia greca

Dioniso

Diónysos, in greco antico

per niente paurosa

Dioniso è il dio della vite, del vino, della festa e del teatro. Era figlio di Zeus e di una principessa mortale, Semele, e la sua nascita fu davvero strana: Zeus lo tenne cucito nella propria coscia finché non fu pronto a venire al mondo. Viaggiò a lungo, fino ai confini dell'Asia, insegnando a coltivare la vite. Un inno antico racconta che alcuni pirati lo rapirono credendolo un ragazzo ricco: sulla nave spuntarono tralci d'uva e i pirati, spaventati, si tuffarono in mare e diventarono delfini.

Lo sai che… il teatro greco è nato durante le feste in suo onore: ad Atene le tragedie si recitavano proprio nel teatro di Dioniso, sotto l'Acropoli.

La storia

Si dice che Dioniso sia nato due volte. E la seconda nascita è molto più strana della prima.

Cominciò a Tebe, in una casa di re, dove viveva una principessa di nome Semele. Era così bella che anche Zeus, il re degli dèi, se ne accorse. Scese da lei in segreto, travestito, e la visitò tante volte che alla fine Semele fu certa: aspettava un figlio, e il padre era il signore del cielo.

Ma c'era qualcuno che l'aveva capito prima di lei. Era Era, la moglie di Zeus, che non perdonava mai.

Un giorno bussò alla porta di Semele una vecchia, curva, con la voce dolce. Era Beroe, la sua vecchia nutrice, quella che l'aveva allevata da bambina. Almeno così sembrava. In realtà, dietro quel volto rugoso, c'era Era in persona.

«Sei sicura che sia davvero Zeus?» disse piano. «Quanti uomini dicono di essere un dio, per ottenere quello che vogliono. Se è davvero lui, chiedigli una prova. Digli di mostrarsi a te come si mostra a sua moglie, in tutto il suo splendore.»

Il dubbio, come un seme, mise radici. La sera, quando Zeus tornò, Semele gli disse: «Giurami che mi darai quello che ti chiedo.»

Zeus, che la amava, giurò sull'acqua di Stige, il fiume dal quale nessun dio può tirarsi indietro. «Qualunque cosa», disse. «Chiedi.»

«Voglio vederti come sei.»

Zeus impallidì. Cercò di tirarsi indietro, ma il giuramento era dato e non si poteva ritirare. Salì al cielo con il cuore pesante, indossò la sua veste di lampi e tornò a Tebe con il tuono.

Il corpo di una mortale non regge la vista di un dio. Il palazzo si riempì di luce. Poi di fuoco. Poi, in un attimo, di silenzio.

Ma Zeus, dentro quella luce, non aveva dimenticato il figlio. Lo strappò alle fiamme prima che fosse tardi: era ancora troppo piccolo per nascere. E allora fece una cosa che nessun dio aveva mai fatto. Aprì la propria coscia, vi mise il bambino e la ricucì. Per mesi lo portò con sé, come una cosa preziosa, fino al giorno in cui il bambino fu pronto. Allora la coscia si aprì, e Dioniso nacque per la seconda volta, sano e urlante, tra le braccia di suo padre.

Era un bambino pericoloso da tenere, perché Era non si era arresa. Così Zeus lo affidò alla sorella di Semele, Ino, e poi alle ninfe di una montagna lontana, che lo nascosero nelle grotte e lo crebbero con latte e miele. Nessuno sapeva dove fosse.

Crebbe tra le viti. Scoprì cosa succede quando si schiaccia l'uva e si lascia riposare il succo. Scoprì la musica, il ballo, le risate. Poi partì.

Girò il mondo. Arrivò dalle coste dell'Asia fino ai suoi confini più lontani, seguito da un corteo rumoroso di donne che danzavano, di satiri con le zampe di capra, di flauti e tamburi. Dove passava, insegnava a piantare la vite e a fare il vino, e la gente imparava a ridere. Ma non tutti lo accoglievano. Il re di Tebe, Penteo, suo cugino, lo rifiutò: ma questa è un'altra storia, e non è bella.

Questa è quella dei pirati.

Un giorno, su una spiaggia, c'era un ragazzo. Aveva i capelli scuri sulle spalle, un mantello di porpora, un'aria di chi ha bevuto troppo e dormito troppo poco. Camminava con passo incerto sulla sabbia, e sembrava tanto giovane e tanto ricco che una nave di marinai di passaggio lo vide e pensò: ecco un affare.

Erano uomini di mare, di quelli che non fanno domande. Lo presero a bordo con un trucco, e lui, che non si ribellò, chiese soltanto una cosa. «Portatemi a Nasso. Là c'è casa mia.»

«Certo», risposero. Ma intanto, fra di loro, si facevano cenno di no. Il timoniere si chiamava Acete, e fu l'unico a capire che c'era qualcosa di strano. Quel ragazzo non aveva niente di normale. Quando parlava, il mare si calmava.

«Non è un uomo», disse ai compagni. «Dentro quel corpo c'è un dio. Non possiamo fargli del male. Portiamolo dove vuole.»

I compagni lo zittirono. Spinsero la nave nella direzione opposta, verso paesi dove avrebbero potuto vendere un ragazzo come schiavo.

La nave non si mosse.

Rimase ferma sul mare, come sorretta da una mano. I remi si agitavano, le vele si gonfiavano, il vento fischiava, ma la nave non andava avanti di un palmo. Poi, sul ponte, si sentì un gorgoglio. Dalle assi sgorgò del vino, dolce, profumato, che si sparse sui piedi dei marinai.

Dalle vele cominciarono ad arrampicarsi i tralci di vite, carichi di grappoli. L'edera si avvolse intorno all'albero maestro, ai remi, alle funi, e si riempì di bacche scure. Si sentì un suono di flauti, da nessun luogo. I marinai si guardarono, col fiato corto: sulla nave, in mezzo a loro, c'era un ragazzo che non era più un ragazzo. In piedi, con una corona di foglie in testa, sorridendo, c'era il dio.

Ai suoi piedi si distesero belve che non c'erano: una tigre, una lince, una pantera dal pelo lucido. I marinai urlarono. Il terrore li spinse tutti insieme verso il bordo della nave, e uno dopo l'altro, senza pensare, si buttarono in mare.

Ma in acqua accadde qualcosa. Le braccia si accorciarono e diventarono pinne. La schiena si curvò. La pelle si fece liscia e scura. Quando risalirono in superficie, non erano più uomini: erano delfini. E ancora oggi, dicono, quando un branco di delfini salta accanto a una nave, gioca e ride, e a chi ha orecchio sembra di sentire in quei salti una gioia che non è solo del mare.

Solo il timoniere non fu toccato. Acete, che aveva avuto pietà, restò sul ponte, tremante, a guardare il dio.

«Non temere», gli disse Dioniso. «Ora dirigiamo a Nasso.»

La nave partì da sola, leggera, con il vino che brillava sul ponte e la brezza tra le foglie.

Così dicono che sia fatto Dioniso. Dio della vite e del vino, della festa e della danza, del teatro. Un dio che nasce due volte, che attraversa il mondo con una musica dietro, e che a volte, come i suoi tralci, cresce dove nessuno se lo aspetta.

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Fonti

  • «Inno omerico a Dioniso» (VII)
  • Euripide, «Baccanti» (405 a.C.)
  • Ovidio, «Metamorfosi», libro III
Ciro Simone Irmici

Chi c'è dietro

Ciro Simone Irmici

Costruisco siti, app e giochi. L'Atlante l'ho costruito con l'intelligenza artificiale e controllo io ogni scheda e ogni fonte. Non sono uno studioso di mitologia: racconto le leggende con rispetto e dico sempre da dove vengono. Se conosci una leggenda del tuo paese, scrivimi.

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