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Atlante dei Miti 0/300
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Un serpente gigante con tante teste che si alza da una palude, davanti a un eroe con una torcia

mostropalude di Lerna, Grecia · mitologia greca

L'Idra di Lerna

Hýdra, in greco

paurosa

Nelle paludi di Lerna viveva l'Idra, un serpente gigantesco con molte teste. Il suo fiato era velenoso, e c'era di peggio: per ogni testa tagliata ne rispuntavano due. Fu la seconda fatica di Eracle. Da solo non ce l'avrebbe mai fatta: lo aiutò il nipote Iolao, che con una torcia accesa bruciava i colli appena Eracle tagliava una testa, così non potevano ricrescere. L'ultima testa, che era immortale, Eracle la seppellì sotto una grande roccia.

Lo sai che… in biologia esiste un minuscolo animaletto d'acqua dolce chiamato idra: se lo tagli, ogni pezzo può ricrescere.

La storia

Nella palude di Lerna, in Grecia, non andava mai nessuno.

I pastori portavano le pecore lontano, sulle colline. I contadini lasciavano i campi del fondovalle a chi li voleva. Chi doveva passare di lì lo faceva di giorno, in fretta, trattenendo il fiato, e senza guardare l'acqua. Perché in quell'acqua scura, tra le canne e i giunchi, viveva qualcosa che aveva fatto sparire più di una mandria. E più di un viaggiatore.

Una nebbia bassa saliva dalla palude all'alba e non se ne andava più. Sapeva di fango e di uova marce. Se il vento cambiava, si diceva, portava un odore che dava le vertigini.

Quel qualcosa si chiamava Idra. I bambini del villaggio più vicino la conoscevano per nome, anche se nessuno l'aveva mai vista: bastava dirlo a bassa voce, e smettevano di giocare vicino all'acqua.

Era nata da due mostri, Tifone ed Echidna, ed era stata allevata dalla dea Era, la regina degli dèi, che non aveva buone intenzioni. L'aveva cresciuta in quella palude con un solo scopo: tenere pronta una sfida per Eracle, il figlio che suo marito Zeus aveva avuto da una donna mortale, e che lei non riusciva a sopportare.

Eracle arrivò un mattino, su un carro, con il suo giovane nipote Iolao a tenere le redini. Il re Euristeo, per punirlo, gli aveva ordinato dodici fatiche, e questa era la seconda.

Iolao fermò i cavalli ai margini della palude e non volle andare oltre. «Sento qualcosa», disse. «L'aria è strana.»

«Resta qui», disse Eracle. «Ti chiamo se mi serve.»

Scese. Il terreno cedeva sotto i suoi piedi. Camminò per un tratto tra le canne, la clava in una mano e l'arco nell'altra, finché non trovò una sorgente, e vicino alla sorgente un grande platano, e sotto il platano un buco nero nella terra.

La tana.

Eracle si fermò. Non si sentiva un suono. Non cantava nemmeno un uccello. Poi, dal buco, salì un fruscio lungo e sottile, come un lenzuolo che si trascina sul pavimento.

Non era saggio entrare lì dentro. Eracle prese una freccia, la intinse nel fuoco di una torcia, e la scoccò dentro il buco. Poi un'altra. Poi un'altra ancora.

Qualcosa si mosse.

Dalla tana uscì una testa, a fior d'acqua, grande come un vitello. Poi un'altra. Poi molte, che uscivano e si intrecciavano e ondeggiavano come steli, ognuna con gli occhi gialli e la lingua che guizzava. Sotto di esse si alzò il corpo, enorme, coperto di squame scure, e in fondo la coda, che frustava l'acqua.

L'Idra si avventò.

Eracle saltò indietro, ma non abbastanza: un collo gli si arrotolò attorno a un piede e lo trattenne. Un altro gli girò intorno alla vita. Il peso lo tirava verso il fango. Lui alzò la clava e colpì, e una testa schizzò via, rotolando tra i giunchi.

«Ce l'ho fatta!» gridò.

Ma non c'era da gridare vittoria. Sul collo spezzato, in mezzo al vapore, qualcosa si gonfiava. Nacque una testa. Poi, accanto, un'altra. Per una che era caduta, ne tornavano due.

Eracle colpì di nuovo. Due teste in meno. Quattro nuove. L'Idra sibilava forte, e in quel sibilo c'era una specie di riso.

E come se non bastasse, dall'acqua uscì un granchio enorme. Era stata Era a mandarlo, per aiutare il mostro. Sentì le pinze che si chiudevano sulla sua caviglia. Lo schiacciò con il tallone, e il granchio si fermò. Ma ormai l'Idra era dappertutto: davanti, dietro, di lato, e ogni volta che lo colpiva un nuovo collo si alzava a rimpiazzare il vecchio.

«Iolao!» chiamò Eracle.

Il ragazzo era già lì. Non gli serviva essere chiamato: aveva visto tutto da lontano. Aveva acceso una torcia, e adesso correva tra le canne con il fuoco alzato, e il volto bianco come un lenzuolo.

«Che cosa devo fare?»

«Quando taglio una testa, brucia il collo! Subito! Prima che ricresca!»

Eracle vibrò la clava. Una testa cadde. Iolao accostò la fiamma al moncone, ed ecco: il collo si annerì, si ritrasse, si spense. Nessuna testa nuova. L'Idra gettò un urlo che fece volare gli uccelli da tutta la palude.

Cadde un'altra testa, e Iolao bruciò. E un'altra, e un'altra ancora. Uno dopo l'altro, i colli fumavano e si chiudevano. Il mostro si dibatteva, con la coda che sbatteva sull'acqua, e il fiato che usciva dalla bocca a ondate, grave, difficile da respirare. Ma il suo sibilo, a poco a poco, si faceva più basso. Il corpo si afflosciava.

Alla fine ne restò una sola. Era la più grande, quella di mezzo, e non era come le altre: era immortale. Eracle la tagliò con la spada, e anche se era staccata continuava a muoversi, e a mordere l'aria, e a sibilare.

Non poteva essere uccisa. Scavò una buca profonda lungo la strada e vi seppellì la testa che non moriva. Poi rotolò sopra la buca una roccia enorme, che nessun uomo avrebbe potuto spostare. Da sotto, per un momento, si sentì un fruscio. Poi più niente.

Poi intinse le sue frecce nel veleno del mostro. Da quel momento, ogni ferita di quelle frecce non guarì più.

Tornò al carro stanco, sporco di fango dalla testa ai piedi, con Iolao al fianco, silenzioso. Quando raccontò tutto a Euristeo, il re disse che la fatica non contava: l'aveva vinta con l'aiuto di un altro. Così gliene toccò una in più.

Dicono ancora oggi che la palude di Lerna sia tranquilla. Che l'acqua non dia fastidio a nessuno, e che al mattino la nebbia salga e si dissolva come in tutti gli altri posti.

Ma i pastori delle colline non vi portano ancora le pecore. E se mai capitate vicino a una grande roccia lungo una strada, e vi sembra di sentire, sotto, un fruscio lungo e sottile, come un lenzuolo trascinato sul pavimento, andate avanti.

Non provate a guardare. Non fermatevi.

Nei percorsi

Ascolta / Leggi anche

  • Musica per leggere: Cinematic JourneyMusica epica da film, senza parole, di Ciro Simone IrmiciSpotifyYouTube Music

Fonti

  • Esiodo, «Teogonia»
  • Apollodoro, «Biblioteca», libro II
Ciro Simone Irmici

Chi c'è dietro

Ciro Simone Irmici

Costruisco siti, app e giochi. L'Atlante l'ho costruito con l'intelligenza artificiale e controllo io ogni scheda e ogni fonte. Non sono uno studioso di mitologia: racconto le leggende con rispetto e dico sempre da dove vengono. Se conosci una leggenda del tuo paese, scrivimi.

Altri miei lavori: audiolibri gratis su YouTube · ebook su Gumroad · Apple Books · musica su Spotify e YouTube Music