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Atlante dei Miti 0/300
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Una grande forma scura e sinuosa sotto la superficie di un fiume verde, vicino a una canoa māori decorata

guardiani delle acquefiumi, laghi e mari di Aotearoa · Polinesia

I Taniwha

taniwha, in māori

un po' paurosa

Nella tradizione māori della Nuova Zelanda, i taniwha sono esseri potenti che vivono in fiumi, laghi, grotte e tratti di mare. Possono avere la forma di un grande rettile, di uno squalo, di una balena o perfino di un tronco che galleggia. Per molte comunità sono guardiani protettori, che avvisano dei pericoli e difendono la propria gente; per gli stranieri o per chi manca di rispetto, invece, possono essere pericolosi. Molte tribù hanno il proprio taniwha, legato a un luogo preciso.

Lo sai che… in Nuova Zelanda, a volte, il tracciato di strade nuove è stato discusso o cambiato anche per rispettare la casa di un taniwha.

La storia

In Nuova Zelanda, che i māori chiamano Aotearoa, ogni fiume ha un nome, e qualche volta ha anche qualcuno che lo abita.

Quella che segue è una storia immaginata da noi: i taniwha veri appartengono ciascuno a una tribù, che ne custodisce i racconti.

Quella mattina la bambina era scesa all'acqua con la nonna, come tutte le mattine. Il fiume faceva una curva larga e lenta, con una scogliera scura sull'altra riva e canne alte che si piegavano al vento. La nonna riempiva le ceste. La bambina guardava l'acqua.

Fu lei a notare il tronco.

Galleggiava a metà del fiume, grosso, nero, lungo come una canoa. Non era la prima volta che un tronco scendeva giù dai monti dopo la pioggia. Ma questo non scendeva.

Il fiume andava verso il mare, e il tronco andava contro il fiume.

La bambina lo guardò risalire la corrente senza fretta, senza un rumore, senza nemmeno un rametto che si spostasse. Sentì un freddo leggero alla nuca.

«Nonna», disse piano.

La nonna alzò gli occhi. Nel suo villaggio la chiamavano kuia, che vuol dire anziana, quella che sa. Guardò il tronco per un tempo lungo, poi posò la cesta.

«Non è un tronco», disse.

Non aggiunse altro. Prese la bambina per la mano e risalì il sentiero verso il villaggio senza voltarsi. Ma la bambina si voltò. Vide il tronco fermarsi proprio sotto la scogliera, e per un istante, un solo istante, vide una cosa lunga e liscia sollevarsi dall'acqua, come la schiena di un grande animale, e subito dopo tuffarsi.

Il villaggio, da quel giorno, parlò sottovoce.

Tutti sapevano chi abitava nel fiume. Non lo dicevano a voce alta, perché alcune cose non si pronunciano senza motivo. Ma i bambini imparavano da subito che l'acqua aveva un guardiano: che non si buttavano sassi nella pozza sotto la scogliera, che non si prendeva più pesce del necessario, che prima di attraversare si diceva una breve preghiera, una karakia, per salutare chi stava sotto. Il taniwha, spiegavano gli adulti, non è un mostro e non è un animale. È il custode del fiume, e il fiume, a sua volta, era il custode del villaggio.

Passarono molte lune.

Una sera il cielo si fece di un grigio cattivo, e dalle montagne cominciò ad arrivare un brontolio basso. La bambina, ormai cresciuta di qualche spanna, uscì dalla casa per riempire d'acqua una zucca e si fermò sulla riva.

Il fiume era troppo calmo.

Non c'era un'onda, non c'era una foglia che girava. Sembrava uno specchio nero, e nello specchio, nella curva sotto la scogliera, il tronco era tornato. Non si muoveva. Ma si era messo di traverso, e la sua estremità puntava verso monte, come un dito.

Prima ancora di capire, la bambina correva.

«Nonna! Nonna, è tornato! Guarda come è girato!»

La kuia uscì, guardò il fiume, guardò il cielo, e non fece domande. Batté tre volte le mani, forte. Le porte si aprirono una dopo l'altra. Poche parole bastarono: «Alle case alte. Prendete i bambini, prendete le reti. Subito.»

Nessuno discusse. In meno di un'ora il villaggio intero era salito sulla collina, e dalla collina vedeva il fiume cambiare faccia.

Venne giù una piena, di quelle che sembrano un muro. Portò via le canne, i sassi, i vecchi pali dell'attracco. Coprì il sentiero dove la mattina stessa si andava a prendere l'acqua. L'acqua entrò nelle case più basse, ci restò una notte intera e se ne andò all'alba, lasciando solo fango.

Le case, però, erano vuote. Non ci fu nessun ferito.

All'alba la bambina scese a guardare. Nell'acqua gialla e agitata, in mezzo alla curva, un lungo tronco nero galleggiava lento, in direzione del mare. Stavolta andava con la corrente. Passando davanti a lei, per un attimo, si fermò.

«Grazie», disse la bambina. Non seppe mai se l'aveva detto ad alta voce.

Quello fu il fiume che tutti rispettarono. Ma ogni fiume ha i suoi passanti.

Una stagione, arrivarono dei viaggiatori da lontano, gente che non apparteneva a quella valle. Erano stanchi e superbi, e l'anziana li avvertì con gentilezza: «Qui c'è chi veglia. Salutate l'acqua, prima di toccarla.»

Ne risero. Uno di loro lanciò un sasso nella pozza sotto la scogliera, per vedere cosa succedeva. Un altro riempì le sue ceste di pesce fino all'orlo. Il terzo disse che le storie di tronchi che camminano erano roba da villaggio.

Verso sera si misero in barca per attraversare.

Sul fiume non c'era un filo di vento. Eppure la barca, a metà del guado, cominciò a girare. Lentamente, poi più veloce, come presa da un vortice che non si vedeva. L'acqua intorno si fece nera. I tre smisero di ridere. Qualcuno gridò. Qualcuno, finalmente, ricordò di dire la preghiera, ma la voce era troppo piccola.

Poi, d'un tratto, la barca si fermò. Il fiume tornò liscio.

Quella notte i viaggiatori raggiunsero la riva fradici e zitti. Il mattino dopo ripartirono senza il pesce, senza il sasso, senza una parola, e in quel villaggio non si fecero più vedere.

Passarono molte stagioni, molti anni, molte generazioni. La bambina diventò anziana a sua volta, e fu lei a dire, a nipoti e pronipoti, che nel fiume c'era un guardiano.

Un giorno arrivarono degli uomini con carte, righelli e grandi macchine gialle. Dovevano costruire una strada, lunga e dritta, e il punto più comodo per farla passare era proprio la curva sotto la scogliera. Il capo dei tecnici stese le sue carte sul tavolo e tracciò la linea con una matita.

L'anziana li ascoltò in silenzio. Poi disse una sola frase: «Lì sotto c'è qualcuno.»

I tecnici si guardarono. Qualcuno sorrise. Il capo però non rise: guardò la scogliera, guardò il fiume, guardò la donna, e cancellò la linea con la gomma.

La strada, oggi, fa una piccola curva larga. Non si capisce bene perché. Quando si arriva in quel punto, in macchina, si rallenta senza accorgersene.

E sotto la scogliera, nell'acqua scura, qualcosa veglia.

Tradizione viva, raccontata con rispetto: come raccontiamo i miti.

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Ciro Simone Irmici

Chi c'è dietro

Ciro Simone Irmici

Costruisco siti, app e giochi. L'Atlante l'ho costruito con l'intelligenza artificiale e controllo io ogni scheda e ogni fonte. Non sono uno studioso di mitologia: racconto le leggende con rispetto e dico sempre da dove vengono. Se conosci una leggenda del tuo paese, scrivimi.

Altri miei lavori: audiolibri gratis su YouTube · ebook su Gumroad · Apple Books · musica su Spotify e YouTube Music