
I Menehune
menehune, in hawaiiano
per niente paurosa
Sull'isola di Kauaʻi, alle Hawaii, si raccontano storie dei Menehune, un popolo di omini piccolissimi e laboriosi che vivevano nascosti nei boschi e lavoravano solo di notte. Erano bravissimi costruttori: in una sola notte potevano tirare su un muro di pietre, una diga o un vivaio di pesci, passandosi i sassi in una lunga catena di mani. Se il lavoro non era finito prima dell'alba, lo lasciavano incompiuto per sempre. In cambio volevano solo un banchetto con il loro cibo preferito.
Lo sai che… a Kauaʻi c'è un antico vivaio per i pesci, l'Alekoko, che secondo la tradizione fu costruito dai Menehune in una sola notte; ma l'idea dei Menehune come «popolo piccolo» ha un'origine discussa, e la studiosa Katharine Luomala la riteneva in parte nata dopo l'arrivo degli Europei.
La storia
A Kauaʻi, l'isola verde delle Hawaii, c'era una valle dove il fiume faceva una curva, e in quella curva un capo aveva un sogno.
Voleva un grande vivaio per i pesci: una vasca di pietra, larga, con un muro lungo e solido che chiudesse l'acqua, dove i pesci potessero crescere sicuri e dove la sua gente non avesse mai fame. Per anni ci aveva provato. Aveva chiamato i costruttori migliori, aveva fatto portare pietre, aveva guardato il muro alzarsi e poi crollare alla prima piena.
Una sera, mentre il sole si spegneva dietro le montagne, una vecchia gli disse: «Non servono i tuoi costruttori. Serve chi lavora di notte.»
«Di notte non lavora nessuno», rispose il capo.
«Nessuno che tu possa vedere», disse la vecchia.
Nelle foreste di Kauaʻi, infatti, viveva un popolo che nessuno aveva mai guardato in faccia: i Menehune. Piccoli, piccolissimi, alti poco più di un bambino seduto, ma forti come una frana. Di giorno dormivano nascosti fra le felci e le radici. Quando il sole calava si svegliavano, e allora cominciavano a lavorare.
Quella sera il capo non riuscì a dormire. Fece, però, quello che la vecchia gli aveva consigliato: preparò il cibo che i Menehune amano, e lo mise sotto un albero, vicino al fiume. Un grande banchetto, con tutto quello che aveva: pesce arrostito, banane mature, frutta dolce. Poi spense il fuoco, mandò tutti a letto e disse alla sua gente: «Domani mattina troveremo quello che troveremo. Ma nessuno esca da casa, nessuno guardi. Nessuno.»
La valle si fece silenziosa. Le stelle uscirono. Un uccello di notte fece un verso e tacque.
Poi, piano, si sentì qualcosa.
Era un fruscio, come di foglie. Subito dopo, un picchiettare leggero, un clic di pietra su pietra. Poi un altro, e un altro ancora. Chi, nella valle, aveva il sonno leggero, aprì gli occhi e restò a fissare il buio, senza muoversi.
Giù, sul fiume, si era formata una lunga fila.
I Menehune erano centinaia, forse migliaia. Stavano uno accanto all'altro, dalla cava fino alla curva del fiume, in una catena che non finiva mai. Il primo prendeva una pietra dal mucchio e la dava al secondo. Il secondo la passava al terzo. Una pietra dopo l'altra, di mano in mano, senza una parola, solo il suono sottile dei sassi che cambiavano mani: clic, clic, clic. Nessuna pietra cadde. Nessuna pietra si fermò. La fila si muoveva come l'acqua di un ruscello.
Al capo della fila c'era un Menehune più basso degli altri, con le spalle larghe, che sistemava ogni sasso nel muro. Lo posava, lo girava, lo incastrava, e passava al successivo. A volte sussurrava qualcosa, una parola sola: «Qui.» «Più su.» «Piano.» E il muro cresceva.
Era un lavoro bellissimo da vedere. Ma c'era un bambino, nella valle, che quella notte non riuscì a stare fermo.
Era un bambino come tanti, e quella notte non riuscì a stare fermo. Spostò la stuoia della porta. Fece un solo passo fuori. Si fermò fra gli alberi e guardò. Vide la fila, il muro che saliva, il banchetto sotto l'albero con qualcuno che già assaggiava. Per un attimo il suo respiro fu troppo forte.
Un Menehune alzò la testa.
Non disse niente. Non ci fu nessun rumore. Soltanto, per la durata di un battito di ciglia, tutti smisero di muoversi, le pietre ferme a mezz'aria, centinaia di occhi piccoli e scuri rivolti verso gli alberi. Il bambino sentì il cuore saltargli in gola. E poi, con la stessa calma, i Menehune tornarono a lavorare, come se non avessero visto niente.
Il bambino tornò a casa camminando all'indietro, senza fare rumore, e quella notte non disse una parola a nessuno.
Il muro fu finito quando le stelle cominciavano a sbiadire. L'ultimo sasso fu posato nell'ultimo posto. E la vasca, nel buio azzurrino che precede il giorno, si riempì d'acqua come uno specchio. In una sola notte era nato quello che gli uomini non erano riusciti a fare in anni.
Quando il capo uscì all'alba, trovò il vivaio perfetto. Il muro era dritto e solido. L'acqua era chiara. Sotto l'albero i piatti erano vuoti, e nemmeno una buccia di banana era rimasta. Non c'era più nessuno: soltanto qualche impronta piccolissima sul fango, e un leggero profumo di felci.
La gente lo chiamò Alekoko. Dicono che a Kauaʻi esista ancora.
Il capo, però, ebbe un'idea, e fu l'idea sbagliata.
«Se hanno fatto questo in una notte», disse, «possono farne un altro. Una diga, qui, e una strada lassù.» Così, qualche settimana dopo, preparò un altro banchetto, ancora più grande. Ancora una volta nessuno uscì di casa. Ancora una volta, nel buio, cominciò il clic clic delle pietre.
Ma questa volta il lavoro era più grande, la notte più corta. Il Menehune dalle spalle larghe sussurrò una parola in più, «Presto», e la fila si mosse più veloce. Un muro lungo, poi un altro. Le pietre volavano. Il cielo, a est, si schiariva.
Sul bordo della valle, un gallo cantò.
I Menehune si fermarono tutti insieme, con una pietra in mano. Posarono i sassi dove stavano, uno per uno, in perfetto silenzio, e uno dopo l'altro scomparvero fra le felci, senza un saluto.
Il lavoro rimase a metà. Il muro finiva nel nulla, con una pietra posata in bilico sull'ultima fila. Nessuno, da quel giorno, osò più completarlo, e nessuno osò più chiederglielo.
I vecchi di Kauaʻi dicono che i Menehune non si offendono: fanno quello che si può fare tra il tramonto e l'alba, e quello che non si può fare lo lasciano com'è, a ricordo.
E dicono anche che chi, in una notte di luna, sente un clic di pietre dal bosco, non deve andare a guardare. Deve solo lasciare un piatto sotto un albero. E andare a dormire con un sorriso.
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Fonti
- Martha Beckwith, «Hawaiian Mythology» (1940)
- Katharine Luomala, «The Menehune of Polynesia» (1951)
