
Le Janas
«le fate», in sardo
per niente paurosa
Sono piccole fate che vivono nelle «domus de janas», le case delle fate scavate nella roccia migliaia di anni fa. Di giorno stanno nelle loro case di roccia a tessere stoffe d'oro su telai d'oro. Possono essere generose con chi le rispetta e dispettose con chi entra nelle loro case senza permesso. In Sardegna quasi ogni paese ha una sua storia di janas. Le fate sono leggenda, ma le loro case sono vere: sono tombe preistoriche, spesso scolpite come abitazioni, con porte e pilastri.
Lo sai che… in Sardegna sono state scoperte più di 2.400 domus de janas, e dal luglio 2025 diciassette siti con queste tombe sono Patrimonio dell'Umanità UNESCO.
La storia
In Sardegna ci sono case che nessuno ha mai costruito. Nessun muratore ha messo un mattone sopra l'altro. Sono state scavate nella roccia, un colpo dopo l'altro, quando i nonni dei nonni dei nonni non sapevano ancora scrivere.
Hanno la porta, e a volte anche una porta finta, disegnata nella pietra per ingannare chi guarda. Hanno il tetto a due spioventi, come le case dei vivi. Hanno colonne, un focolare in mezzo alla stanza, letti di pietra, e sulle pareti un po' di rosso, ocra, e le corna di un toro.
I sardi le chiamano domus de janas. Case delle fate.
Una volta, in un paese che ognuno può scegliere a caso, una ragazza portava il gregge a pascolare sopra una collina di rocce rosse. Era un giorno di caldo bianco, di quelli che fanno vibrare l'aria. Le pecore si erano sparpagliate all'ombra dei lecci, e una, la più testarda, era sparita.
La ragazza la cercò per tutta la mattina. Poi sentì un rumore.
Tac. Tac-tac. Tac.
Veniva da sotto una parete di pietra. Un battere regolare, lieve, come di legno su legno. Seguì il rumore e trovò un'apertura bassa, nascosta dietro un cespuglio di fillirea.
La nonna le aveva detto mille volte: «Se vedi una casa nella roccia, passa oltre e non guardare dentro. Le janas non vogliono ospiti che non invitano».
La ragazza esitò. Ma la pecora belava, di là. Si abbassò ed entrò.
Dentro non era buio. C'era una luce dorata, calda, che veniva da nessun posto. Il corridoio si apriva in una stanza con le colonne e il tetto a doppia falda, proprio come in una casa vera. E nella stanza c'erano loro.
Erano piccole, più piccole di una bambina di sei anni. Avevano i capelli lunghi come fiumi, e i volti seri, concentrati, di chi lavora. Sedevano ognuna davanti a un telaio. Ed erano telai d'oro, con fili sottili come la luce del tramonto, che scorrevano tra le dita e diventavano stoffa. Tac, tac, tac. Era quello il rumore.
Nessuna alzò la testa. La ragazza restò ferma sulla soglia, con il fiato corto.
Poi una janas, quella al telaio più grande, parlò senza voltarsi.
«Hai fatto rumore con i piedi. Hai portato il sole dentro casa nostra.»
«Cercavo la mia pecora», disse la ragazza. «Scusate. Vado subito.»
Le janas smisero di tessere, tutte insieme. Il silenzio fu così pieno che sembrava avere un peso.
«La tua pecora è qui», disse la prima. «Ha mangiato i fili che avanzavano. È stata più educata di te: ha chiesto, a modo suo.»
Dietro il telaio, infatti, c'era la pecora, con un po' di filo dorato che le spuntava dal muso. Aveva l'aria soddisfatta.
La ragazza non rise. Aveva paura che fosse la cosa sbagliata. Ma la più piccola delle janas, quella seduta più vicino, sorrise per prima. Poi sorrisero le altre.
«Siediti», disse la prima, «ma guai a toccare un filo. Chi tocca un filo d'oro, deve restare fino a che non l'abbia tessuto tutto.»
La ragazza si sedette per terra e non toccò niente. Si guardò attorno: sulle pareti c'era l'ocra rossa e il disegno di due corna, e in mezzo alla stanza un focolare di pietra, spento da chissà quanto, accanto a due letti di roccia. Poi guardò le mani che correvano, i fili che diventavano stoffa, la stoffa che sembrava avere dentro un po' di sole e un po' di acqua. Non seppe quanto tempo passò. Una cosa era strana: là dentro le ore non pesavano.
Quando si alzò, la prima janas le porse qualcosa. Un nastro stretto, tessuto d'oro, lungo quanto un palmo.
«Perché non hai toccato niente», disse. «Tienilo. Ti porterà fortuna, finché non lo mostrerai a nessuno.»
La ragazza lo prese con tutte e due le mani. Ringraziò. Uscì con la pecora, e quando fu fuori il sole la accecò, e sentì il caldo bianco sulla pelle come uno schiaffo.
Ma si voltò, e l'apertura non c'era più. Solo un cespuglio di fillirea e la parete di roccia.
Per un po' tutto andò bene. Il gregge faceva più latte, le pecore non si perdevano più, e la ragazza trovava sempre l'ombra giusta. Ma una sera, a casa, la nonna le chiese perché sorridesse sempre. E la ragazza, che non sapeva mentire, tirò fuori il nastro e glielo mostrò.
Il nastro, tra le mani della nonna, divenne cenere.
La nonna lo guardò, poi guardò la nipote. Non si arrabbiò. Disse soltanto: «Le janas non sono cattive e non sono buone. Sono come le donne: dipende da come le tratti, e da come tratti i loro segreti».
La ragazza pianse un po'. Ma la mattina dopo, sul davanzale, trovò una pecora di legno, piccola e liscia, intagliata alla perfezione. Nessuno la riconobbe. Nessuno seppe mai chi l'avesse lasciata.
La tenne tutta la vita.
Storie di janas, in Sardegna, ce ne sono tante, e quasi ogni paese ne ha una sua; questa l'ho inventata io. Le fate sono leggenda. Ma le loro case no: sono tombe di migliaia di anni fa, e nel luglio 2025 diciassette di questi siti sono stati riconosciuti Patrimonio Mondiale dell'UNESCO.
Se ne vedi una, passa piano. Non si sa mai chi sta tessendo là dentro.
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