
Hina
Hina, in molte lingue polinesiane
per niente paurosa
Hina è una delle figure femminili più importanti della Polinesia, legata alla luna e al lavoro della tapa, la stoffa ricavata dalla corteccia degli alberi. In una storia hawaiana batteva la tapa tutto il giorno, ma il sole correva troppo veloce per far asciugare le sue stoffe, e Māui, per aiutarla, lo rallentò sulla cima dell'Haleakalā. In un altro racconto Hina prese la sua zucca e salì fino alla luna, dove poté lavorare in pace. Ancora oggi, guardando la luna piena, alcuni dicono di vedere Hina che stende la sua tapa.
Lo sai che… in alcune versioni Hina è la sorella o la madre di Māui, che la aiutò rallentando il sole.
La storia
Alle Hawaii, quando il mondo era ancora giovane, viveva una donna che non smetteva mai di lavorare.
Si chiamava Hina, e faceva la tapa. La tapa è una stoffa che in Polinesia si ricava dalla corteccia degli alberi, e alle Hawaii la chiamano kapa. Ci vuole pazienza. Si stacca la corteccia, la si bagna, poi la si batte con un battitoio di legno, e la si batte ancora, tac, tac, tac, finché le fibre si uniscono e diventano un telo morbido e sottile. Poi il telo si stende al sole ad asciugare. Con la tapa ci si veste, ci si copre la notte, si fa un dono a chi si vuole onorare.
Hina cominciava all'alba. Si diceva che il rumore del suo battitoio arrivasse fino alla spiaggia, regolare come un cuore.
Il lavoro, però, non era il problema. Il problema erano gli altri.
In casa di Hina tutti avevano sempre bisogno di qualcosa. C'era chi aveva fame, chi voleva un telo nuovo, chi non trovava una cosa che aveva messo da qualche parte e che, naturalmente, doveva averla spostata lei. «Hina, aiutami.» «Hina, hai un momento?» «Hina, ma dov'è...?» Nessuno le chiedeva mai se servisse una mano a lei. Nessuno prendeva il battitoio per darle il cambio, nemmeno per il tempo di bere un sorso d'acqua.
E poi c'era il sole.
Ai tempi di Hina il sole correva. Spuntava dal mare, saliva, scendeva dall'altra parte, e il giorno era già finito prima che uno avesse il tempo di accorgersene. I teli di tapa, stesi con tanta fatica, restavano umidi. A sera Hina doveva raccoglierli ancora molli, appenderli sotto il tetto e, la mattina dopo, ricominciare da capo.
Una sera, dopo l'ennesima giornata persa, si sedette sulla soglia con un telo bagnato in grembo e disse a nessuno in particolare: «Se il giorno dura così poco, a che serve lavorare?»
La sentì suo figlio Māui. Nelle storie delle isole Māui è quello che non ha paura di niente, nemmeno degli dèi, e a vedere sua madre così non ce la fece. Prese delle corde robuste e salì sulla montagna da cui il sole si alza ogni mattina, quella che le Hawaii chiamano Haleakalā, la Casa del Sole. Si nascose fra le rocce e aspettò l'alba, senza muoversi, con il fiato corto.
Quando il sole si affacciò sul bordo della montagna e allungò i suoi raggi per scavalcarla, Māui lanciò le corde. Li prese uno a uno, come si prende un pesce con la lenza, e li legò forte.
«Fermati», disse. «Mia madre ha dei teli da asciugare.»
Il sole si dimenò. Brontolò. Disse che lui era il sole e che non gli si dava ordini, che doveva correre perché correre era il suo mestiere, e che nessuno, in tutta la storia del mondo, aveva mai osato legarlo. Māui lo ascoltò fino in fondo, con le corde ben strette fra le mani.
«Lo so», rispose. «Ma ti lascerò andare solo se prometti di camminare più piano.»
Passò un tempo lungo, per il sole. Poi promise.
Da quel giorno, dicono le Hawaii, il sole attraversa il cielo con più calma, e i giorni durano abbastanza da far asciugare la tapa. Hina stese i suoi teli sull'erba, e per la prima volta tornarono a casa la sera già asciutti, leggeri, profumati di luce. Li piegò uno sopra l'altro. Sorrise.
Si potrebbe pensare che la storia finisca qui.
Ma capita che chi lavora tanto non abbia bisogno soltanto di giornate più lunghe. A volte ha bisogno di silenzio.
Con il giorno più lungo, infatti, le richieste crebbero. Se il sole camminava piano, c'era più tempo per chiedere, per cercare, per chiamare: «Hina! Hina!» E Hina, un pomeriggio, posò il battitoio e restò a lungo ferma, ad ascoltare quel suo nome che rimbalzava da una stanza all'altra della casa.
Allora prese la sua zucca.
Era una di quelle zucche secche, vuote, che in Polinesia si usano come ciotole e come contenitori, e dentro ci mise quello che le serviva: il battitoio, la corteccia già bagnata, i teli piegati. Non lasciò un biglietto. Non salutò nessuno. Uscì in punta di piedi, quando la casa si era finalmente quietata, proprio nell'ora in cui la luce è bassa e il cielo comincia a farsi color del latte.
Sul mare, a quell'ora, era appena comparso un arcobaleno. Hina lo guardò. Poi, con la zucca sotto il braccio, ci mise sopra un piede, poi l'altro, e cominciò a salire.
Non si voltò mai. Salì per un tempo che nessuno ha misurato, sopra le palme, sopra le nuvole, sopra il punto dove l'aria si fa sottile. E dove l'arcobaleno finiva c'era la luna.
La luna era bianca, liscia e silenziosa. Non c'era vento. Non c'erano parenti, non c'erano figli che chiamavano, non c'erano cose da ritrovare. C'era soltanto un grande spazio chiaro, dove la luce arrivava piano e restava.
Hina posò la zucca. Tirò fuori la corteccia. Prese il battitoio, e lo alzò.
Tac.
Il suono andò lontanissimo, come una goccia in un pozzo, e nessuno lo interruppe.
Tac, tac, tac.
Sulla Terra, da qualche parte, qualcuno alzò la testa. «Hina?» chiamò. Non rispose nessuno. Giù, nell'isola, a un certo punto, ci si accorse che qualcosa era cambiato: la casa era in ordine, e non c'era nessuno a cui chiedere dove fosse una certa cosa.
Dicono che Hina sia ancora là. Che lavori la sua tapa con calma, giorno dopo giorno, e che la stenda sulla luna a prendere la luce, senza fretta, perché lassù nessun sole corre più. Per questo, quando la luna è piena, ci sono quelle macchie grigie, grandi e morbide, come le pieghe di un telo disteso.
Sono i suoi teli, si potrebbe dire.
Provate a guardarli, una sera. E se vi sembra di sentire, dal fondo del cielo, un rumore leggero, regolare, tac, tac, tac, non disturbatela.
Sta lavorando. Finalmente, in pace.
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Fonti
- Martha Beckwith, «Hawaiian Mythology» (1940)
- National Park Service, Haleakalā National Park, materiali sulle divinità hawaiane
