
Tangaroa
Tangaroa, Tagaloa o Kanaloa
per niente paurosa
Tangaroa è la grande divinità del mare in quasi tutta la Polinesia, con nomi un po' diversi da un'isola all'altra: Tangaroa in Nuova Zelanda, Tagaloa nelle Samoa, Kanaloa alle Hawaii. Nella tradizione māori è uno dei figli di Rangi e Papa, ed è il padre di tutti i pesci e le creature dell'oceano. Secondo i racconti raccolti da Grey, i suoi discendenti Ikatere, i pesci, e Tū-te-wehiwehi, i rettili (figli di Punga, figlio di Tangaroa), litigarono: i pesci si rifugiarono nel mare, le lucertole nella foresta. Nella tradizione māori i pescatori dicevano preghiere e restituivano al mare la prima parte della pesca.
Lo sai che… i navigatori polinesiani raggiunsero isole lontanissime dell'oceano senza bussola, leggendo le stelle, le onde e il volo degli uccelli.
La storia
Il mare, all'inizio, non aveva padrone. Poi ebbe Tangaroa.
Era uno dei figli del Padre Cielo e della Madre Terra, di quelli che crebbero stretti nel buio fra i due genitori. Quando la luce entrò nel mondo, Tangaroa guardò per primo, forse, la distesa d'acqua che si apriva davanti a lui. Era scura e immensa, senza confini. Sentì di appartenerle. Scese fino al fondo, dove le correnti si incrociano come strade, e vi costruì la sua casa.
Da allora il mare fu suo.
I suoi figli erano tanti. C'erano i pesci, che sono i suoi figli più numerosi, e c'era Ikatere, il loro capostipite, con il corpo che luccicava come argento. E c'era Tū-te-wehiwehi, il padre dei rettili, che amava lo scuro dei posti nascosti. Figli o nipoti, secondo i racconti: in molti il loro padre è Punga, figlio di Tangaroa. Per un po', tutti vissero in pace. Nuotavano e strisciavano fra le alghe, sotto l'acqua calma, e il padre li guardava dal fondo, in silenzio.
La casa di Tangaroa non aveva pareti. Aveva valli sommerse, foreste di alghe che ondeggiavano senza vento, luci che si accendevano e si spegnevano a profondità dove non è mai arrivato nessun sole. I pesci piccoli seguivano i grandi, i grandi seguivano le correnti, e le correnti seguivano il suo respiro. Lui non aveva bisogno di comandare. Gli bastava esserci: ogni cosa, nel mare, sapeva dove andare.
Ma in alto, sopra le onde, si stava preparando una tempesta.
Il dio dei venti, Tāwhiri-mātea, fratello di Tangaroa, era furioso perché il cielo e la terra erano stati divisi. Così si gettò contro i fratelli con tutta la sua forza. Le nuvole si addensarono, il mare cominciò a ribollire, e le onde diventarono montagne di acqua nera che si arrampicavano una sull'altra e si spaccavano sulla riva. I pesci, spaventati, cercavano un riparo. I rettili, fra i flutti, cercavano la terra.
Fu in quel momento che i figli di Tangaroa si divisero.
«Venite con me!» gridò Ikatere. «Verso il largo! Il mare è la nostra casa, nostro padre ci proteggerà!»
«No!» rispose Tū-te-wehiwehi. «Il mare ci inghiottirà! Andiamo a terra, nella foresta, fra gli alberi di Tāne!»
Per un momento si guardarono, e fra loro scese la tempesta. Poi ognuno fece la sua scelta. I pesci si tuffarono nel profondo, dove le onde non arrivavano, e si ritrovarono in un mondo di silenzio blu. I rettili corsero sulla spiaggia, risalirono le dune, entrarono nel bosco. E il bosco li accolse.
Tangaroa, dal fondo del mare, vide tutto. Vide i pesci arrivare uno dopo l'altro, stanchi, spauriti, e li accolse nel buio. Vide i rettili sparire fra gli alberi, e sentì come una mano che si apriva e lasciava cadere qualcosa. Un padre, quando perde dei figli, non dimentica. Neanche un dio.
Non si lamentò con il fratello dei venti, perché non serve. Ma si rivolse con rabbia verso Tāne, il dio della foresta, perché aveva protetto i fuggiaschi. «Hai preso i miei figli», disse, con una voce che fece tremare le conchiglie. «Quello che mi hai tolto, io lo riprenderò.»
E cominciò la guerra.
Le onde salirono contro le coste e cominciarono a mordere. Un pezzo di spiaggia, un pezzo di scogliera, un pezzo di terra: l'acqua se li portava via, un po' alla volta, giorno dopo giorno. Franarono i boschi sulla riva. Le canoe, che erano fatte con gli alberi di Tāne, venivano rovesciate e affondate. Case e campi finirono sott'acqua. Dicono che da allora il mare non ha mai smesso di consumare la terra, e che è lui a stringere il mondo da ogni parte.
Ma c'era un altro fratello che non aveva paura: Tū-mata-uenga, il guerriero, il padre degli uomini. Fu lui che decise di rispondere. Prese le fibre del lino e ne fece reti. Prese dei rami e fece ami. Scese sulla riva e cominciò a pescare. Tirava su i figli di Tangaroa a decine, a centinaia, e li mangiava. Il mare ruggiva e le reti si riempivano. Dal fondo, Tangaroa sentiva ogni volta il peso di un figlio che mancava, e la sua rabbia saliva nelle onde, fino a ricadere sulla riva con un lungo boato.
Fu così, dicono, che gli uomini cominciarono a vivere del mare.
Oggi, quando Tangaroa parla, lo fa con il respiro delle maree. Sale, scende, sale. Il suo fiato lento entra nelle baie e se ne va. I vecchi, sulle spiagge, lo ascoltano come si ascolta un parente che dorme: con rispetto, e senza svegliarlo.
All'alba, su una riva, una famiglia sta caricando una canoa. C'è una nonna dai capelli bianchi, un uomo con una rete, un bambino con gli occhi ancora pieni di sonno. L'acqua è liscia come una pelle. La nonna entra fino alle caviglie. Dice qualche parola piano, in una lingua che il bambino conosce a metà. Poi si inchina, e il bambino la imita.
«A chi parli, nonna?»
«A chi è padrone di questa casa. Stiamo per prendergli qualcosa. È buona educazione chiedere.»
Salpano. Il sole si leva dietro le colline. Quando la rete torna a bordo, piena di scintille d'argento, l'uomo ne prende il primo pesce, il più bello, e lo rimette in acqua. Il mare lo prende senza rumore.
Perché Tangaroa è il padre di tutto ciò che ha le pinne e la coda, e bisogna ricordarsi di dire grazie.
Nelle altre isole il suo nome cambia. Alle Samoa è Tagaloa, il grande dio creatore. Alle Hawaii è Kanaloa, e sta accanto a Kāne nei racconti più antichi. Sono tre nomi per la stessa grande acqua. Con questi nomi in testa, i navigatori polinesiani lasciavano le loro isole e si affidavano alle stelle, alle onde e al volo degli uccelli, e tornavano o scoprivano terre che nessuno aveva mai visto. Ovunque, prima di partire, chiedevano un buon viaggio, e partivano con la certezza che l'oceano, per quanto immenso, non è vuoto.
Qualcuno lo sta respirando.
Tradizione viva, raccontata con rispetto: come raccontiamo i miti.
Parenti nel mondo
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Fonti
- Te Ara, Enciclopedia della Nuova Zelanda, «Tangaroa, the sea»
- Martha Beckwith, «Hawaiian Mythology» (1940)
