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Atlante dei Miti 0/300
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Un dio barbuto con il tridente che emerge dalle onde su un carro trainato da cavalli bianchi

dio del mareil mare Egeo · mitologia greca

Poseidone

Poseidôn, in greco antico

un po' paurosa

Poseidone è il fratello di Zeus e il signore dei mari. Con il suo tridente può scatenare tempeste, calmare le onde e perfino far tremare la terra: per questo lo chiamavano anche «scuotitore della terra». Nell'Odissea lo si vede frustare i suoi cavalli e andare a Ege. Nell'Odissea è il grande nemico di Ulisse, perché Ulisse ha accecato suo figlio, il ciclope Polifemo, e per anni il dio gli impedisce di tornare a casa.

Lo sai che… secondo altri autori greci, per esempio Pindaro, era stato lui a creare il primo cavallo: per questo è anche il dio dei cavalli.

La storia

Quando nacque, Poseidone fu inghiottito.

Suo padre Crono aveva paura dei figli, e se li metteva in pancia appena nascevano. Così racconta Esiodo: la sorella Estia, la sorella Demetra, Era, Ade e infine Poseidone, uno dopo l'altro, giù nel buio, senza un grido. Soltanto l'ultimo nato, Zeus, si salvò, e fu lui a riportare i fratelli alla luce.

Quando il mondo si divise, tirarono a sorte. A Zeus toccò il cielo. Ad Ade toccò l'oscurità dei morti. A Poseidone toccò il mare grigio, con tutto quello che c'è sotto.

Lo chiamarono «scuotitore della terra», e il «dio dalla chioma scura». Aveva un tridente, e i cavalli. Aveva soprattutto una memoria lunghissima.

Lo sa bene Ulisse.

Dopo la guerra di Troia, Ulisse aveva perso la nave, i compagni, tutto. Poseidone non gli perdonava una cosa: l'accecamento di suo figlio Polifemo. Il Ciclope, sulla riva dell'isola, aveva alzato le mani verso il cielo e pregato: «Padre, scuotitore della terra, dalla chioma scura: se sono davvero tuo figlio, fa' che Ulisse non torni mai a casa».

Il dio aveva sentito, e per anni aveva reso il ritorno impossibile.

Poi, un giorno, gli altri dèi si riunirono a parlare di Ulisse, che da sette anni era prigioniero sull'isola della ninfa Calipso. Poseidone non c'era. Era andato lontano, fino agli Etiopi, ai confini del mondo, dove lo aspettavano i sacrifici. Così, mentre lui era via, gli altri decisero: Ulisse deve tornare a casa. Zeus mandò Ermes a Calipso, e Ulisse si costruì una zattera con venti tronchi, un'ascia e un trapano, e partì.

Navigò per diciassette giorni, guardando le stelle. Il diciottesimo vide in lontananza una terra scura, come uno scudo sul mare.

Fu allora che Poseidone, tornando dagli Etiopi, lo vide dai monti dei Solimi.

Scosse la testa. «Ah. Gli dèi hanno cambiato idea su Ulisse, mentre io non c'ero. Eccolo, vicino alla terra dei Feaci, dove il destino vuole che si salvi. Ma prima, credo, lo riempirò di guai.»

Radunò le nuvole. Afferrò il tridente e rimescolò il mare. Chiamò tutti i venti insieme, l'Est e il Sud, l'Ovest e il Nord, e la notte cadde dal cielo come un telo nero.

Ulisse sentì le ginocchia cedere. «Povero me», disse al suo cuore. «Beati i Greci morti a Troia. Almeno loro avevano una tomba.»

Un'onda altissima si abbatté sulla zattera. Il timone gli sfuggì di mano, l'albero si spezzò, la vela volò lontano. Lui finì sott'acqua, e rimase giù a lungo, trascinato dai vestiti bagnati che gli aveva dato Calipso. Quando riemerse, sputò il sale a boccate. Ma nonostante tutto non dimenticò la zattera: la raggiunse a nuoto, vi si aggrappò e si sedette in mezzo, per sfuggire alla morte.

Allora, fra le onde, comparve una donna.

Era Ino, che un tempo era stata mortale e ora era una dea del mare. Si posò sulla zattera in forma di uccello marino e gli parlò con pietà. «Ulisse sfortunato, perché Poseidone ce l'ha tanto con te? Non ti ucciderà, per quanto ci provi. Togli i vestiti, lascia la zattera ai venti e nuota verso la terra dei Feaci. Prendi questo velo: legalo sotto il petto e non avrai niente da temere. Ma appena tocchi la riva, slegalo, gettalo lontano nel mare scuro e voltati dall'altra parte.»

Sparì nell'acqua come un gabbiano.

Ulisse esitò. Si fidava poco. «Finché i tronchi stanno insieme, resto qui», pensò.

Il mare non glielo permise. Poseidone mandò un'onda enorme, ricurva come il tetto di una casa che cade, e i tronchi si sparsero come paglia al vento. Ulisse montò su una trave come su un cavallo, si tolse i vestiti, legò il velo e si buttò in acqua a braccia larghe.

Il dio lo vide, e scosse di nuovo la testa. «Va' pure, vagabondo, a soffrire in mezzo al mare, finché non incontri uomini cari a Zeus. Ma non dirai di aver avuto poco.»

Frustò i suoi cavalli e se ne andò a Ege, dove si trova il suo palazzo famoso.

Ulisse nuotò per due giorni e due notti. All'alba del terzo il mare era calmo, e vide la terra vicina. Sentì il fragore delle onde sugli scogli. Non c'erano porti. Trovò la foce di un fiume, e lo pregò, e l'acqua si fermò per lui.

Arrivò a riva con la pelle gonfia, la bocca piena di sale, senza fiato e senza voce. Poi slegò il velo e lo gettò nella corrente, voltando le spalle.

Il resto della storia è lungo. I Feaci accolsero Ulisse nel loro palazzo, lo ascoltarono, lo caricarono di doni e lo riportarono a Itaca su una bella nave. Il viaggio fu facile: lui dormiva.

E il dio se ne accorse.

Salì all'Olimpo e parlò a Zeus. «Non avrò più nessun onore fra gli immortali, se i mortali non mi rispettano. I Feaci sono del mio sangue, e hanno portato a casa l'uomo che volevo far soffrire. Lo hanno perfino coperto di doni.»

Zeus rispose: «Fa' come credi, scuotitore della terra. Fra gli dèi nessuno ti disprezza».

Poseidone aspettò la nave sulla via del ritorno. Quando fu vicina alla riva, in vista del porto e di tutta la città, la toccò con il palmo della mano. In un istante diventò roccia, radicata nel fondo del mare. Poi se ne andò.

I Feaci, sulle mura, non capirono. «Chi ha fermato la nostra nave? Fino a un momento fa correva!» Il vecchio re Alcinoo ricordò una profezia: un giorno Poseidone avrebbe distrutto una nave dei Feaci e avrebbe coperto la loro città con una grande montagna.

Ordinò di sacrificare dodici tori. Il popolo si strinse intorno all'altare, e pregò il signore del mare.

L'«Odissea» non dice se il dio li ascoltò. Dice soltanto che, davanti alla città, c'era una nave di pietra, e che le onde le battevano contro.

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Fonti

  • Omero, «Odissea», libri I e IX
  • Esiodo, «Teogonia»
Ciro Simone Irmici

Chi c'è dietro

Ciro Simone Irmici

Costruisco siti, app e giochi. L'Atlante l'ho costruito con l'intelligenza artificiale e controllo io ogni scheda e ogni fonte. Non sono uno studioso di mitologia: racconto le leggende con rispetto e dico sempre da dove vengono. Se conosci una leggenda del tuo paese, scrivimi.

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