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Atlante dei Miti 0/300
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Un gigante con un occhio solo in cima a una scogliera che lancia un grande masso verso il mare

giganteAci Trezza, ai piedi dell'Etna · Sicilia

Il Ciclope Polifemo e l'Etna

«Polyphemos», in greco

paurosa

Secondo una tradizione successiva a Omero, nelle grotte dell'Etna vivevano i Ciclopi, giganti con un occhio solo. Nell'Odissea Ulisse e i suoi compagni restano chiusi nella grotta di uno di loro, Polifemo. Ulisse dice di chiamarsi «Nessuno», lo acceca e scappa nascosto sotto la pancia delle pecore. Polifemo, furioso, scaglia enormi massi contro la nave: secondo la tradizione sono i faraglioni davanti ad Aci Trezza. Ovidio racconta anche il suo amore non ricambiato per la ninfa Galatea.

Lo sai che… quando Polifemo gridò «Nessuno mi ha accecato!», gli altri ciclopi pensarono a un male mandato dagli dèi e gli consigliarono di pregare suo padre, invece di aiutarlo.

La storia

Dopo la guerra di Troia, Ulisse viaggiò per anni, e quasi sempre dovette cavarsela con la testa, perché con la forza non sarebbe bastato.

Arrivò con la sua nave in una terra dove nessuno arava e nessuno seminava. Là vivevano i Ciclopi, giganti con un occhio solo in mezzo alla fronte. Non avevano leggi, non avevano assemblee. Ognuno comandava la propria grotta, la propria famiglia, le proprie pecore.

Davanti all'approdo c'era una piccola isola piena di capre selvatiche. Ulisse lasciò la nave con gli altri e scelse dodici uomini. Prese con sé un otre di vino nero, dolcissimo, regalo di un sacerdote di nome Marone, figlio di Evanteo. Quel vino era così forte che bisognava allungarlo con venti misure d'acqua.

Sulla riva vide una grotta enorme, con un recinto di sassi grandi come torri. Dentro c'erano cesti di formaggi, agnelli, capretti, secchi pieni di latte.

«Prendiamo i formaggi e scappiamo», sussurrarono i compagni.

Ulisse scosse la testa. Voleva conoscere il padrone di casa. Sperava in un dono, come si fa con gli ospiti. Fu l'errore più grande del viaggio.

Verso sera, la terra cominciò a tremare. Il padrone rientrò con il gregge, e portava sulle spalle un carico di tronchi secchi. Lo gettò a terra con un fragore che fece tremare i vasi. Poi spinse dentro le pecore e chiuse l'ingresso con un masso così pesante che nessuno dei dodici uomini avrebbe potuto spostarlo.

Il buio si fece fitto. Nella grotta restò solo il bagliore del fuoco e, in fondo, quell'occhio unico che si voltava.

«Forestieri», tuonò la voce. «Chi siete?»

Ulisse disse la verità, ma non tutta: erano greci, di ritorno da Troia, e chiedevano ospitalità in nome degli dèi. Polifemo non rispose alla preghiera. Afferrò due dei compagni, e di quel che accadde dopo è meglio non raccontare niente. Basti sapere che quella notte nessuno dormì, e che la mattina ne sparirono altri due, e la sera dopo altri due ancora.

Ulisse non poteva uccidere il gigante nel sonno. Il masso sulla porta era troppo pesante: se Polifemo moriva, loro sarebbero rimasti murati vivi nella grotta.

Così pensò. Pensò mentre il fuoco si spegneva, pensò mentre tutti respiravano piano. E vide, in un angolo, un grosso tronco d'olivo verde, grande come l'albero di una nave.

Con i compagni ne tagliò un pezzo, ne appuntì la punta e la indurì nel fuoco. Poi lo nascose sotto il letame, in fondo alla grotta. Tirarono a sorte quattro uomini che aiutassero Ulisse. Con lui erano cinque.

La sera Polifemo tornò. Si sedette, mungeva, mangiava. E allora Ulisse si avvicinò con una coppa piena di vino nero.

«Ciclope, bevi», disse. «Guarda che vino portavamo sulla nave.»

Polifemo bevve. Bevve di nuovo. Chiese una terza coppa, e si leccò le labbra.

«Dimmi come ti chiami», disse. «Voglio farti un regalo.»

«Il mio nome è Nessuno», rispose Ulisse. «Così mi chiamano mia madre, mio padre, i miei amici.»

«Allora ti darò il mio regalo», ghignò il Ciclope, con la lingua impastata. «Mangerò Nessuno per ultimo.»

Poi cadde all'indietro e si addormentò. Dalla bocca gli usciva vino e un respiro lungo come un mantice.

Ulisse e i quattro scelti misero il palo nelle braci, finché la punta non divenne rossa. Si fecero coraggio l'uno con l'altro, e dentro il silenzio della grotta, con tutta la forza che avevano, lo spinsero nell'unico occhio del gigante.

L'urlo fece tremare le pareti. Polifemo si strappò il palo dalla faccia e gridò tanto forte che da ogni caverna della montagna accorsero i vicini.

«Polifemo, che hai? Perché ci svegli di notte? Qualcuno ti ruba le pecore? Qualcuno ti uccide con la forza o con l'inganno?»

«Amici», ruggì lui da dietro il masso, «Nessuno mi uccide! Nessuno con la forza! Nessuno con l'inganno!»

I vicini restarono un momento in silenzio.

«Se nessuno ti fa del male», dissero, «allora è un male mandato da Zeus, e non c'è rimedio. Prega Poseidone, tuo padre.»

E se ne andarono, uno dopo l'altro, nel buio.

Nella grotta Ulisse non si mosse. Ma il pericolo non era finito: il gigante, cieco, spostò il masso, si sedette sulla soglia con le braccia aperte e aspettò che gli uomini provassero a uscire.

Allora Ulisse legò i compagni sotto la pancia dei montoni più grandi, uno per animale. Per sé scelse il montone più grosso, dal vello più folto. Si aggrappò sotto la pancia, senza fiatare, e aspettò l'alba.

Uscirono le pecore. Polifemo le toccava una a una sul dorso, con le dita grandi come rami, e non sentì nulla. La mano non scese mai sotto il ventre, e uomini e montoni passarono.

Correndo, spingendo il gregge davanti a sé, arrivarono alla nave. Remarono con quanta forza avevano. Quando furono lontano da riva, Ulisse non resistette. Gridò, con la voce che portava lontano:

«Ciclope, se qualcuno ti chiede chi ti ha tolto l'occhio, di' che è stato Ulisse, figlio di Laerte!»

I compagni lo pregavano di tacere. Troppo tardi.

Polifemo si arrampicò sulla cima e strappò un pezzo di montagna. Lo scagliò contro la voce, e la nave rischiò di affondare. Ne lanciò un altro, più lontano. Poi alzò le braccia al padre e lo pregò: che Ulisse non tornasse mai a casa; e, se ci fosse arrivato, che ci arrivasse tardi, da solo, su una nave non sua, e trovandola in lutto.

Le rocce caddero in mare. L'Odissea non dice dove fosse l'isola dei Ciclopi, ma la tradizione la mette in Sicilia. E a chi oggi va in barca ad Aci Trezza, ai piedi dell'Etna, dicono che sono ancora lì: i faraglioni dei Ciclopi, scogli e un'isoletta in fila nell'acqua, scuri di lava, come se qualcuno li avesse appena buttati.

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Fonti

Ciro Simone Irmici

Chi c'è dietro

Ciro Simone Irmici

Costruisco siti, app e giochi. L'Atlante l'ho costruito con l'intelligenza artificiale e controllo io ogni scheda e ogni fonte. Non sono uno studioso di mitologia: racconto le leggende con rispetto e dico sempre da dove vengono. Se conosci una leggenda del tuo paese, scrivimi.

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