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Atlante dei Miti 0/300
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Un albero gigantesco che con i suoi rami spinge in alto il cielo e lascia entrare la luce sulla terra

cielo e terraAotearoa (Nuova Zelanda) · Polinesia

Rangi e Papa

Ranginui e Papatūānuku

per niente paurosa

Nella tradizione māori, all'inizio il Padre Cielo, Ranginui, e la Madre Terra, Papatūānuku, erano stretti in un abbraccio così forte che tra loro non entrava la luce. I loro figli vivevano schiacciati nel buio. Dopo tanto discutere, uno di loro, Tāne, il dio delle foreste, si sdraiò sulla schiena e spinse con le gambe finché il cielo si staccò dalla terra. Entrò la luce e nacque il mondo. Ma i genitori soffrono ancora la separazione: la pioggia sono le lacrime di Rangi, la nebbia i sospiri di Papa.

Lo sai che… secondo la tradizione māori, dopo la separazione Tāne vestì il Cielo di stelle e la Terra di foreste.

La storia

Prima che ci fosse il mondo, c'era il buio.

Non un buio come quello della notte, con le stelle e il rumore del vento. Un buio completo, caldo e stretto. Perché in quel tempo il cielo e la terra non erano separati. Ranginui, il Padre Cielo, si stendeva sopra Papatūānuku, la Madre Terra, e si tenevano abbracciati così forte che fra loro non passava nemmeno un filo di luce.

In mezzo a loro, nel poco spazio che restava, vivevano i loro figli.

Erano sei, e non avevano mai visto niente. Conoscevano il buio come i pesci conoscono l'acqua: senza saperlo. Sentivano soltanto, sopra la testa e sotto i piedi, il battito lento dei genitori, e da quel battito imparavano la misura del tempo. Non sapevano che cosa fosse il giorno, né un orizzonte, né un albero. Si muovevano a tentoni, schiacciati, con la schiena contro il cielo e i piedi contro la terra. Se uno si alzava, batteva la testa. Se uno si girava, urtava un fratello. Il respiro dei genitori era come un soffitto basso: caldo, pesante, continuo.

Un giorno decisero di parlarne.

«Non si può più vivere così», disse uno.

«E cosa vuoi fare? Sono i nostri genitori.»

«Dobbiamo fare qualcosa.»

Allora i figli, uno dopo l'altro, cominciarono a dire quello che pensavano, e le loro voci si incrociavano nel buio. Tū-mata-uenga, il più fiero, disse che bisognava ucciderli. Era l'unico modo, disse: solo morti, i genitori li avrebbero lasciati liberi.

Il silenzio che seguì fu pesante come la notte stessa.

Tāne, il dio della foresta, scosse la testa. «No», disse. «Non uccidiamoli. Separiamoli. Che il cielo vada in alto, e la terra resti sotto, e noi in mezzo. Lui sarà un cielo lontano, lei sarà una madre che ci nutre. Resteranno sempre i nostri genitori.»

Tutti furono d'accordo, tranne uno. Tāwhiri-mātea, il dio dei venti, il più inquieto, non voleva che i genitori fossero divisi. Ma non ebbe la forza di fermare gli altri.

Così cominciò il tentativo.

Per primo si fece avanti Rongo, il dio delle piante coltivate. Si piantò sulla terra, appoggiò le mani contro il cielo, e spinse. Spinse finché le braccia gli tremarono e il respiro gli mancò. Ranginui non si mosse. Poi toccò a Tangaroa, il dio del mare. Poi a Haumia, il dio delle piante selvatiche. Poi a Tū, il guerriero. Nessuno riuscì a smuovere di un dito l'abbraccio.

Alla fine toccò a Tāne.

Tāne non tentò con le mani. Si stese sulla schiena, con le spalle contro la Madre, e puntò i piedi in alto contro il Padre, con tutta la sua forza, come si fa per spingere una barca in acqua. I suoi muscoli tremavano. Gli parve che le ossa gli si spezzassero. Dentro il buio, in un silenzio così profondo che si poteva sentire il battito del suo cuore, qualcosa cominciò a gemere.

Lentamente, il cielo si sollevò.

Prima fu una crepa, un filo di luce che passava fra la terra e il Padre, così sottile che nessuno ci credette. Poi un taglio più largo. Poi uno spazio dove ci si poteva alzare in piedi. I figli, che non avevano mai visto la luce, si coprirono gli occhi con le mani.

Ranginui salì, e salì ancora, finché fu lontano.

Papatūānuku restò giù, nuda sotto il sole, con il corpo steso come una terra sconfinata. Per la prima volta, i figli videro il mondo: la valle, i monti, il cielo azzurro, il primo albero. Tāne guardò ciò che aveva fatto, e vide che era bello. Vide anche che la Madre era scoperta, sotto il sole, e che il Padre, lassù, era nudo e vuoto. Allora vestì la Madre di foreste, di felci e di fiori, e dipinse il corpo del Padre con le stelle, perché ciascuno avesse un abito. Ma sentì anche, in fondo allo stomaco, una cosa che non aveva previsto.

Dall'alto arrivò un lamento, una voce lunga.

«Perché ci avete divisi?» diceva Ranginui. «Perché ci fate questo male?»

E dal basso, un sospiro che saliva dal suolo come un respiro: «Figli miei… figli miei…».

Nessuno rispose. Rongo si coprì il viso con le mani. Haumia guardò i propri piedi. Tangaroa, in riva al mare nuovo, ascoltò quella voce senza muovere un muscolo. Avevano voluto la luce, e adesso la luce faceva vedere anche questo: due genitori che non potevano più toccarsi, e che per questo non smettevano di chiamarsi.

Ranginui pianse. Le sue lacrime caddero dal cielo su Papatūānuku, grosse e lente, e furono la prima pioggia. La Madre Terra sospirò e dai suoi sospiri sorse una nebbia leggera, che si sollevava dalle valli la mattina e si stendeva sui laghi. Così, dicono i Māori, piove ancora quando il Padre ricorda, e c'è nebbia quando la Madre risponde.

Ma Tāwhiri-mātea, il dio dei venti, non aveva dimenticato. Era rimasto in silenzio, a covare la rabbia, e adesso saliva verso il Padre e gli prometteva vendetta.

Mandò tempeste contro la foresta di Tāne: gli alberi si spezzarono e i rami volarono come frecce. Mandò onde contro Tangaroa, e il mare si gonfiò e ruggì: i pesci scapparono nelle profondità, e i rettili corsero nel bosco. Mandò uragani contro Rongo e Haumia, che si nascosero dentro la terra per salvarsi. Soltanto Tū rimase in piedi, a testa alta, nella tempesta.

Fu quello il primo giorno, e fu il più lungo.

Quando il vento si calmò, i fratelli erano soli. Ranginui si era allontanato ancora, e la Madre era una terra ferita e silenziosa. Tāne, con le gambe ancora tremanti per lo sforzo, si sedette su una roccia e pianse.

Ma il mondo era lì, davanti a lui: grande, nuovo, pieno di luce.

E nessuno, da allora, ha più potuto tornare indietro.

Tradizione viva, raccontata con rispetto: come raccontiamo i miti.

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Fonti

Ciro Simone Irmici

Chi c'è dietro

Ciro Simone Irmici

Costruisco siti, app e giochi. L'Atlante l'ho costruito con l'intelligenza artificiale e controllo io ogni scheda e ogni fonte. Non sono uno studioso di mitologia: racconto le leggende con rispetto e dico sempre da dove vengono. Se conosci una leggenda del tuo paese, scrivimi.

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