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Atlante dei Miti 0/300
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Un fiume di lava arancione che scende verso il mare di notte, con il vapore che sale dalle onde

dea dei vulcaniKīlauea, Hawaii · Polinesia

Pele

Pelehonuamea, in hawaiiano

un po' paurosa

Pele è la dea dei vulcani e del fuoco delle Hawaii, venerata ancora oggi. La tradizione racconta che arrivò alle Hawaii in canoa da una terra lontana e cercò un posto per la sua casa di fuoco: ogni volta che scavava, la sorella Nāmakaokahaʻi, dea del mare, spegneva il suo fuoco con l'acqua. Alla fine Pele trovò casa nel cratere del Kīlauea, sull'isola più grande. Quando il vulcano erutta, gli hawaiani dicono che Pele sta creando nuova terra.

Lo sai che… esistono fili sottilissimi di vetro vulcanico che il vento trasporta dopo le eruzioni: si chiamano «capelli di Pele».

La storia

Prima di essere una dea della montagna, Pele fu una viaggiatrice.

Veniva da una terra lontana, che le isole chiamano Kahiki, e un giorno la lasciò. Non stava fuggendo da un nemico qualsiasi. Fuggiva dall'acqua. Perché nel mare viveva sua sorella maggiore, Nāmakaokahaʻi, la signora delle onde, e le due sorelle non andavano più d'accordo. Fuoco e acqua non si fanno compagnia a lungo.

Pele salì su una grande canoa, guidata dal fratello Kamohoaliʻi, che sapeva leggere le correnti meglio di chiunque. Con lei c'erano altri fratelli, e una sorella piccolissima, Hiʻiaka, che Pele teneva sotto il braccio avvolta in un uovo, come un tesoro. Nell'altra mano stringeva Pāʻoa, il suo bastone da scavo, con il quale pensava di aprirsi una casa.

Navigarono molti giorni. Il mare era immenso, scuro, pieno di stelle. Di notte la canoa fendeva un'acqua nera come vetro, e sotto lo scafo si sentiva solo il respiro lungo delle onde. Nessuno parlava. Pele guardava avanti, senza chiudere gli occhi, e il calore che le saliva dal petto faceva fumare l'aria intorno a lei. Una mattina, all'orizzonte, comparve una linea verde.

Erano le Hawaii.

Pele sbarcò sulla prima isola, e cercò un posto. Fece un buco con il suo bastone, nella roccia, e dal buco uscì il fuoco. Un fuoco rosso, vivo, che saliva verso il cielo e illuminava la costa. La dea rimase a guardarlo, con una gioia che non provava da tempo. Quella era casa sua.

Non durò.

Il giorno dopo il mare cominciò a ritirarsi, poi tornò con un'onda così alta che non si vedeva la fine. Nāmakaokahaʻi era arrivata. Le acque entrarono nella fossa, la riempirono, la spensero con un sibilo che si udì per miglia. Pele rimase sulla sabbia con le mani vuote.

«Hai scelto male», disse la sorella dalle onde. «Il mare arriva dappertutto.»

Pele non rispose. Prese il bastone e partì.

Passò all'isola successiva, Oʻahu, e ricominciò. Scavò un'altra fossa, più profonda, più larga, e il fuoco uscì ancora, più forte. Per un po' la montagna brillò, e dalla spiaggia la gente avrebbe visto un'alba rossa dove non doveva essere alba. Poi le onde tornarono. Di nuovo il sibilo, di nuovo il fumo, di nuovo la sabbia fredda. E così a Molokaʻi. Dovunque lei andasse, la sorella la inseguiva. I racconti dicono che a ogni nuova fossa Pele lasciava dietro di sé una collina, un cratere, un fianco di roccia nera, e se lo guardi bene, in quelle isole, lo puoi ancora vedere.

La dea era stanca. Non era una stanchezza del corpo, ma una stanchezza più sottile: quella di chi ricomincia, ricomincia, ricomincia. Di notte, sulla spiaggia, si sedeva con la piccola Hiʻiaka sulle ginocchia e ascoltava il mare che parlava nel buio. Non diceva niente, ma la mano che stringeva il bastone non si apriva mai.

Arrivò infine a Maui, dove c'è una montagna enorme che si chiama Haleakalā, la casa del sole. Qui, dicono, ci fu la battaglia. Pele combatté con tutto quello che aveva. Le due sorelle si affrontarono sulla montagna: onde contro lava, nuvole di vapore, il cielo che diventava bianco. La lotta fu lunga e terribile, e alla fine la sorella del mare ebbe la meglio. Il corpo di Pele si spezzò come un vaso di terra, e le sue ossa rimasero lì, sulla montagna, a ricordare. Sulla vetta, per un lungo momento, non si sentì più niente: né il vento, né il mare, né il fuoco.

Ma una dea non muore davvero.

La sua anima, ancora piena di fuoco, si alzò dalla roccia come una fiamma. Era più alta di prima. Guardò verso sud-est, dove il mare finiva e cominciava un'altra terra, la più grande di tutte, ancora fumante e giovane, con montagne così alte che toccavano le nuvole. Pele spiegò le ali di luce e volò fin lì.

Sull'isola di Hawaiʻi, in cima a una montagna dove il mare non poteva arrivare, trovò un cratere enorme, profondo come una valle, che si chiama Kīlauea. Dentro c'era una caverna di roccia, che oggi chiamano Halemaʻumaʻu. Pele vi entrò, e scese fino in fondo, dove la roccia era calda come una mano. Le onde della sorella, per quanto alte, non arrivavano fin lì. Per la prima volta dopo tanto mare, la dea poté sedersi e non sentire più nulla alle spalle.

Rimase.

Da allora la sua casa è là. Sul fondo del cratere, la lava si muove piano, rossa come un cuore. Qualche volta si alza, trabocca, scende per i fianchi della montagna in fiumi lenti e luminosi, e va dritta verso il mare. Quando incontra l'acqua, scoppia in una nuvola di vapore, e la sorella è lì ad aspettarla. Ma ogni volta che la lava si raffredda, al posto del mare c'è un pezzo di terra nuovo. La costa si allunga. L'isola diventa un po' più grande.

È per questo che nelle Hawaii non dicono che il vulcano distrugge. Dicono che Pele crea.

Dicono anche che bisogna starle vicino con rispetto. Chi sale sul Kīlauea porta spesso un piccolo dono: dei rami, un fiore, qualche bacca rossa di ʻōhelo, che Pele ama. Parla piano, canta, non porta via niente. Non lo fanno perché hanno paura. Lo fanno perché Pele è di famiglia: la chiamano Tūtū, nonna. E con una nonna, quando è fatta di fuoco, ci si comporta con garbo.

Dopo le eruzioni, il vento solleva dei fili sottilissimi di vetro vulcanico, lunghi e dorati, che si impigliano nell'erba e sui rami degli alberi. Li chiamano i capelli di Pele. Se ne trovi uno, di notte, vicino al cratere, quando il cielo si tinge di rosso e il fumo sale dritto, puoi pensare che sia lei a pettinarsi, seduta sull'orlo della sua casa, mentre guarda il mare da lontano.

Non è più in guerra con la sorella. Hanno trovato un modo di stare insieme: una di qua, una di là. Dove si toccano, nasce un'isola.

Tradizione viva, raccontata con rispetto: come raccontiamo i miti.

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  • Musica per leggere: Cinematic JourneyMusica epica da film, senza parole, di Ciro Simone IrmiciSpotifyYouTube Music

Fonti

  • Martha Beckwith, «Hawaiian Mythology» (1940)
  • National Park Service, Hawaiʻi Volcanoes National Park, materiali su Pele
Ciro Simone Irmici

Chi c'è dietro

Ciro Simone Irmici

Costruisco siti, app e giochi. L'Atlante l'ho costruito con l'intelligenza artificiale e controllo io ogni scheda e ogni fonte. Non sono uno studioso di mitologia: racconto le leggende con rispetto e dico sempre da dove vengono. Se conosci una leggenda del tuo paese, scrivimi.

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