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Atlante dei Miti 0/300
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Un grande serpente con molte teste a ventaglio che fa da ombrello sopra un lago calmo

esseri serpenteIndia, Nepal e Sud-est asiatico · tradizione induista

I Naga

nāga, «serpente», in sanscrito

per niente paurosa

I naga sono esseri divini a forma di serpente, a volte con il busto e il volto umani, che vivono in splendidi regni sotto la terra e sotto le acque. Custodiscono tesori, sorgenti e pioggia, e possono essere protettori generosi. Il più famoso è Shesha, il serpente dalle mille teste su cui riposa Vishnu tra un'era e l'altra del mondo. Un altro, Vasuki, fece da corda quando gli dèi e i demoni frullarono l'oceano di latte per ottenere l'amrita.

Lo sai che… in alcune zone dell'India, nella festa di Nag Panchami, si offrono latte e fiori alle immagini dei serpenti.

La storia

Sotto la terra, dove non arriva il sole, c'è un regno che brilla.

Le sue città si chiamano Bhogavati e Patala. Le strade sono lastricate di gemme che fanno luce da sole, le case sono d'oro e di cristallo, e i giardini sono pieni di fiori che non appassiscono. Ci abitano i Naga: esseri dalla forma di serpente, che a volte hanno il busto e il volto di un uomo o di una donna e portano sulla testa corone di rubini. Custodiscono i tesori nascosti, le sorgenti, le piogge. Sono potenti, e sono antichi. Quando piove dopo una lunga siccità, dicono i vecchi, è perché in quel regno qualcuno ha deciso di aprire una sorgente.

Sono nati tutti dalla stessa madre. Si chiamava Kadru, e aveva mille figli.

Il più grande di tutti era Shesha.

Quando Kadru, con un inganno, ridusse in schiavitù la sorella Vinata, Shesha non volle avere a che fare con quella storia. Lasciò la casa e i fratelli. Salì sulle montagne, sulle rive dei fiumi sacri, nelle foreste dove nessuno parla, e per anni rimase immobile, a digiuno, respirando soltanto aria. Il suo corpo si fece sottile, secco, ma dentro era limpido come acqua.

Brahma, il creatore, fu commosso. Scese a trovarlo.

«Perché ti tormenti così, Shesha?»

«Non voglio più vivere con chi è senza giustizia. Voglio solo la pace.»

«La pace la avrai», rispose Brahma. «Ma prima fammi un favore. La terra non sta ferma: trema, ondeggia. Entra nelle sue profondità, e sostienila. Reggila sul tuo capo, in modo che stia salda.»

Shesha si avvolse in sé stesso, scese sotto il suolo e si mise sotto il peso del mondo. Da quel giorno, dicono, la terra non vacilla. E tra un'era e l'altra dell'universo, dicono i Purana, sopra le sue spire si sdraia a riposare Vishnu.

Il fratello Vasuki, invece, rimase re dei Naga.

Un giorno gli dèi e i demoni, per ottenere l'amrita, decisero di frullare l'oceano di latte. Avevano una montagna, Mandara, come bastone. Ma servivano una corda lunga e una forza che non si spezzasse. Chiesero a Vasuki. Lui accettò. Gli dèi lo presero da una parte, i demoni dall'altra; tirarono, e la montagna girò, e dall'oceano salirono schiuma, vapori e fumo. Vasuki respirava fuoco per lo sforzo, e dal suo respiro nacquero nuvole nere e pioggia fresca che rinfrescò i frullatori. Per primo, dalle onde, salì un veleno così forte che minacciava il mondo, e lo bevve Shiva, per proteggere tutti. Poi, dopo altri doni dell'oceano, uscì l'amrita.

Ma sui Naga pesava ancora una maledizione.

Kadru, furiosa con i figli che si erano rifiutati di aiutarla nell'inganno, aveva detto: «Sarete bruciati in un sacrificio.» Brahma stesso, dicono, aveva lasciato che accadesse, perché alcuni serpenti erano diventati troppo velenosi per gli uomini. Vasuki ricordava quelle parole ogni giorno, e non riusciva più a dormire.

Gli dèi gli dissero come difendersi. Un saggio, Jaratkaru, viveva solo e non voleva sposarsi. Ma una notte vide i suoi antenati appesi a testa in giù sopra un abisso, e capì che doveva avere un figlio per salvarli. Accettò di prendere in moglie una donna che avesse il suo stesso nome, e che gliela offrissero in dono. Vasuki aveva una sorella, e anche lei si chiamava Jaratkaru.

Il saggio mise una condizione: se lei l'avesse contraddetto, lui se ne sarebbe andato. Un giorno, al tramonto, lei lo svegliò perché non perdesse la preghiera. Lui, offeso, partì lo stesso. Ma prima le disse: «Nel tuo grembo c'è già un figlio, e salverà la tua stirpe.»

Il figlio si chiamò Astika. Crebbe in silenzio, nella casa dello zio Vasuki, e studiò i Veda come un vecchio saggio.

Gli anni passarono. Il re Parikshit mancò di rispetto a un asceta, e il figlio dell'asceta, per rabbia, predisse che in sette giorni il naga Takshaka l'avrebbe morso. Così accadde. Il figlio di Parikshit, il re Janamejaya, giurò vendetta. Indisse un sacrificio così grande da attirare nel fuoco tutti i serpenti della terra.

I sacerdoti cominciarono a recitare i mantra, e il fumo salì.

Sotto la terra, i Naga sentirono un richiamo a cui non potevano resistere. Uno dopo l'altro, piccoli e grandi, bianchi e neri, venivano trascinati in alto, senza forza, e cadevano nelle fiamme. Nessuno poteva fermare quei versi. Vasuki sentì il suo stesso corpo tirare verso il fuoco, e chiamò sua sorella.

«Chiama tuo figlio. È il suo momento.»

Astika partì ancora ragazzo. Arrivò davanti al recinto del sacrificio, dove le guardie lo fermarono: era troppo giovane. Allora cominciò a lodare il re, il fuoco, i sacerdoti, con parole così belle che Janamejaya ordinò di lasciarlo entrare.

«Questo ragazzo parla come un vecchio saggio», disse il re. «Dategli ciò che chiede.»

Intanto Takshaka, spaventato, era corso da Indra a nascondersi. Ma i mantra trascinarono in alto anche lui, insieme al dio che lo proteggeva, e Indra, vedendo il fuoco, lo abbandonò. Takshaka scivolò nell'aria, verso le fiamme, tremando.

Fu allora che Astika alzò la voce.

«Re, ti ho lodato come meritavi. Ora ti chiedo un dono. Che il sacrificio finisca qui.»

Janamejaya si turbò. Offrì oro, mucche, terre. Astika scosse la testa. «Voglio soltanto questo.» Il re era un uomo di parola, e anche se avrebbe voluto lasciar bruciare l'ultimo nemico, a malincuore, ordinò di fermare tutto.

Dicono che Astika, per tre volte, disse a Takshaka: «Resta». E Takshaka rimase sospeso a mezz'aria, immobile, finché il fuoco si spense.

I serpenti rimasti si nascosero sotto la terra, e nessuno li bruciò più. Quando seppero chi li aveva salvati, i Naga fecero una promessa: chiunque, di giorno o di notte, avesse ricordato il nome di Astika, non avrebbe più avuto nulla da temere dai serpenti.

Così i Naga si salvarono grazie a un ragazzo con il sangue di due mondi, e a un re che mantenne la parola.

Tradizione viva, raccontata con rispetto: come raccontiamo i miti.

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Fonti

  • «Mahabharata», libro I
  • «Vishnu Purana»
Ciro Simone Irmici

Chi c'è dietro

Ciro Simone Irmici

Costruisco siti, app e giochi. L'Atlante l'ho costruito con l'intelligenza artificiale e controllo io ogni scheda e ogni fonte. Non sono uno studioso di mitologia: racconto le leggende con rispetto e dico sempre da dove vengono. Se conosci una leggenda del tuo paese, scrivimi.

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