Vai al contenuto
Atlante dei Miti 0/300
IT
Una divinità su un elefante bianco con un'arma a forma di fulmine, tra nuvole cariche di pioggia

divinità del tuono e della pioggiaSvarga, il cielo · tradizione induista

Indra

Indra, in sanscrito

un po' paurosa

Indra era il re degli dèi nei Veda, i testi più antichi dell'India. È la divinità del tuono, della tempesta e della pioggia, e brandisce il vajra, un'arma che è insieme fulmine e diamante. L'inno più famoso a lui dedicato racconta la sua vittoria su Vritra, un enorme serpente che aveva imprigionato le acque del mondo: Indra lo sconfisse e i fiumi tornarono a scorrere verso il mare. Cavalca un elefante bianco con molte proboscidi, Airavata.

Lo sai che… nel Rigveda, il più antico dei Veda, ci sono circa 250 inni dedicati a Indra: più che a qualsiasi altra divinità.

La storia

Prima che ci fossero i fiumi, raccontano i poeti dei Veda, il mondo aveva sete.

I Veda sono i testi più antichi dell'India. Per secoli furono canti da imparare a memoria e da recitare all'alba, davanti al fuoco, molto prima che qualcuno pensasse a scriverli. Uno degli inni più amati comincia come un annuncio solenne: il poeta dice che racconterà le prime imprese di Indra, il signore del fulmine.

Immagina quel mondo. La terra è secca e screpolata. Le bestie cercano un pozzo e non lo trovano. Il cielo è alto, bianco, fermo, e nessuna nuvola scende. Eppure l'acqua esiste. È lassù, tra le montagne, nascosta come un tesoro. Soltanto che non può uscire.

Su quel monte, disteso come un muro, giace Vritra.

È un serpente enorme. Il suo nome significa «colui che chiude», e chiudere è il suo mestiere. Si è avvolto intorno alle acque e le tiene prigioniere, come un ladro che rinchiude le mucche in una stalla non sua. Dall'interno della montagna arriva un rumore sordo, un muggito: sono i fiumi che vorrebbero correre e non possono. Il serpente non ha mani e non ha piedi, ma non gli servono. Gli basta il suo peso.

Gli dèi guardano da lontano. Nessuno osa avvicinarsi. Più in basso, nelle valli, gli uomini alzano gli occhi verso il monte ogni mattina e ogni sera, e ogni mattina e ogni sera il cielo è uguale a quello del giorno prima. Le mandrie si fanno magre. I bambini imparano a non chiedere da bere.

Poi si fa avanti Indra.

Indra è il re degli dèi, il signore del tuono e della tempesta. I versi lo paragonano a un toro, impetuoso, sicuro di sé. Ma anche lui, per questa impresa, ha bisogno di qualcosa. Gli serve un'arma.

Ci pensa Tvashtar, l'artigiano divino. Nella sua fucina, tra scintille che sembrano stelle, forgia per lui il vajra, che è insieme fulmine e diamante: una luce che taglia e una durezza che non si spezza. Indra lo prende in mano. Poi beve il soma, la bevanda sacra, quella che dà forza agli dèi. Ne beve tre coppe, una dopo l'altra, e il poeta lo ricorda con precisione, come si ricorda un rito che va fatto bene.

Poi sale verso il monte. Il sentiero è ripido, la roccia scotta, e a ogni passo l'aria diventa più pesante, come prima di una tempesta che non ha ancora deciso se scoppiare. Indra non rallenta. Dietro di lui, lontano, gli altri dèi trattengono il respiro.

Il serpente lo vede arrivare e non si muove. Aspetta. Vritra non è soltanto grosso: è astuto. Gli inni parlano dei suoi incantesimi, della nebbia che stende intorno a sé, dei lampi, dei tuoni e della grandine che getta contro il nemico. Sembrano tutte armi del cielo, ma contro il vero signore del cielo non servono a niente. La nebbia si strappa, la grandine rimbalza via, i lampi si spengono prima di arrivare.

Vritra sfida Indra, senza mani e senza piedi, come un guerriero che si crede più forte di quel che è. E Indra scaglia il vajra.

Il colpo cade sulla nuca del serpente. Il fragore riempie la valle e sale fino alle nuvole, e i poeti non provano nemmeno a descriverlo, perché per un suono così le parole non bastano. Il corpo del mostro si spezza e rovina giù dal monte come un tronco abbattuto dall'ascia. Resta disteso sulla terra, immobile, e le sue spire non stringono più niente.

Accanto a lui giace sua madre, Danu, come una mucca accanto al suo vitello. Ha provato a proteggerlo, forse. Non è bastato.

E allora succede la cosa per cui il mondo aspettava.

Prima viene un gocciolio, nella grotta dove l'acqua era chiusa. Poi un gorgoglio. Poi un rombo. La roccia si apre, e le acque escono tutte insieme, e scendono verso la pianura come mucche che finalmente tornano a casa, muggendo, una dietro l'altra, senza fermarsi mai. Sono i fiumi, dicono i versi, e corrono dritti verso l'oceano. Passano sopra il corpo del serpente e lo portano via, giù, in un buio lungo e senza nome.

Dove prima c'era la sete, adesso c'è un suono continuo: l'acqua che scorre. Nelle valli gli uomini escono dalle case senza capire, poi capiscono, e restano fermi con i piedi nel fango a guardare. Le mandrie corrono giù alla riva. Qualcuno si mette a ridere, qualcuno a cantare.

L'inno dice anche un'altra cosa. Dopo aver vinto, Indra fa nascere il sole, il cielo e l'aurora. Come se quella prigione avesse chiuso non soltanto i fiumi, ma anche la luce. E nessun nemico, aggiunge il poeta, rimase in piedi davanti a lui.

Sarebbe una buona fine. Ma i poeti dei Veda, che conoscevano bene gli dèi, non si fermano qui.

Con una domanda che sembra uscita da una conversazione, si rivolgono a Indra. Chi hai visto, gli chiedono, pronto a vendicare il serpente? Perché dopo la battaglia la paura ti entrò nel cuore, e tu, come un falco spaventato, attraversasti novantanove fiumi?

L'inno non risponde. Forse nemmeno il poeta lo sapeva. Resta soltanto l'immagine del dio più forte del cielo che, a vittoria finita, si guarda indietro e fugge sopra l'acqua.

Poi, però, i versi tornano al tono di prima, fermo e solenne. Indra è il re di tutto ciò che si muove e di tutto ciò che sta fermo, degli animali domestici e di quelli con le corna. Governa sugli uomini come il cerchio di una ruota tiene insieme i suoi raggi.

Forse è anche per questo che il Rigveda gli dedica tanti inni, più che a qualunque altro dio: la pioggia che arriva, ogni anno, somiglia un po' a quella vittoria. Prima il cielo si fa nero e immobile. Poi si sente il rombo. Poi la terra beve.

E l'acqua, che non ha più nessuno a trattenerla, scende verso il mare.

Tradizione viva, raccontata con rispetto: come raccontiamo i miti.

Nei percorsi

Ascolta / Leggi anche

  • Musica per leggere: Cinematic JourneyMusica epica da film, senza parole, di Ciro Simone IrmiciSpotifyYouTube Music

Fonti

  • «Rigveda», inno I, 32
Ciro Simone Irmici

Chi c'è dietro

Ciro Simone Irmici

Costruisco siti, app e giochi. L'Atlante l'ho costruito con l'intelligenza artificiale e controllo io ogni scheda e ogni fonte. Non sono uno studioso di mitologia: racconto le leggende con rispetto e dico sempre da dove vengono. Se conosci una leggenda del tuo paese, scrivimi.

Altri miei lavori: audiolibri gratis su YouTube · ebook su Gumroad · Apple Books · musica su Spotify e YouTube Music