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Atlante dei Miti 0/300
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Una figura che suona un cerchio di tamburi tra le nuvole, accanto a un'altra con un grande sacco di vento

divinità del tuonoil cielo del Giappone · mitologia giapponese

Raijin e Fūjin

雷神 e 風神, dio del tuono e dio del vento

un po' paurosa

Raijin è la divinità del tuono: ha un aspetto selvaggio e suona un cerchio di tamburi che porta sulla schiena. Quando batte i tamburi, nascono i tuoni. Il suo inseparabile compagno è Fūjin, la divinità del vento, che porta sulle spalle un grande sacco pieno di venti e lo apre per scatenare le bufere. I due vengono spesso raffigurati insieme, ai lati delle porte dei templi, come guardiani. Una tradizione popolare diceva ai bambini di coprirsi la pancia durante i temporali.

Lo sai che… il paravento «Fūjin e Raijin» del pittore Tawaraya Sōtatsu, del Seicento, è un tesoro nazionale del Giappone ed è conservato a Kyoto.

La storia

Quando il cielo diventa nero sopra il Giappone, le nonne dicono ai bambini di coprirsi la pancia.

«Perché?» chiede il bambino.

«Perché sta per arrivare Raijin.»

Fuori, il giorno si era spento in pochi minuti. Giù in strada qualcuno correva a ritirare il bucato, e i cani, nelle case, avevano cominciato ad abbaiare. L'aria era ferma e pesante, e sapeva di terra calda. Le cicale avevano smesso di cantare tutte insieme. Dalle montagne, in lontananza, arrivò un rumore sordo, simile a un colpo di tamburo dentro una grotta.

«Ecco», disse la nonna. «Coprila.»

Il bambino si tirò la maglietta fin sotto il mento, poi ci ripensò e la riabbassò sulla pancia, poi si mise anche le mani sopra. La nonna sorrise e accese una lampada.

«Ti racconto chi è.»

Raijin è il dio del tuono. Non ha l'aspetto di un signore tranquillo: ha la pelle di un colore che non è di nessun uomo, i capelli ritti, gli occhi che lampeggiano, le zanne e le dita ad artiglio. Intorno a lui, sospesi in cerchio sulle sue spalle, ci sono i tamburi. Li batte con due bacchette, uno dopo l'altro, e ogni colpo è un tuono. Quando si arrabbia, ne batte tanti insieme, e il rombo fa tremare i vetri.

«E il lampo?»

«Il lampo è quando sorride.»

Il bambino non sapeva se fosse una battuta.

Ma Raijin non viaggia mai da solo. Con lui c'è sempre Fūjin, il dio del vento. Anche Fūjin ha un aspetto selvaggio, e porta sulle spalle un grande sacco, ampio come una vela, gonfio di tutti i venti che esistono. Quando lo apre, escono bufere. Quando lo chiude, torna la calma.

I due non si lasciano mai. Per questo, in tanti templi del Giappone, li si vede scolpiti ai lati dell'ingresso, uno a destra e uno a sinistra, a fare la guardia. E per questo un grande pittore, tanti anni fa, li dipinse su un paravento d'oro, uno su ogni pannello, ciascuno in un angolo, come due ospiti che si guardano da lontano, in mezzo alle nuvole. Quel paravento oggi è custodito a Kyoto, ed è un tesoro nazionale.

Il bambino li aveva visti, una volta, all'ingresso di un tempio, durante una gita: due statue enormi con la faccia feroce, una per lato, nella penombra. Aveva stretto la mano della mamma e non aveva più voluto guardare.

Un colpo fortissimo fece vibrare i vetri. Il bambino tirò su le gambe.

«Hanno paura di loro anche i grandi?» chiese.

«Anche gli imperatori», disse la nonna. «Vuoi sentire?»

Allora raccontò di un imperatore, molto tempo prima. Era un uomo potente, abituato ad avere tutto. Un giorno gli dissero che sul monte Mimuro abitava un dio, e che questo dio era un serpente enorme, così grande che ci voleva un coraggio da pazzi anche solo per immaginarlo.

L'imperatore sorrise.

«Voglio vederlo», disse. «Chi me lo porta?»

C'era un uomo di nome Sugaru, tra i più forti della corte. Si inchinò.

«Proverò, maestà.»

Salì sul monte da solo, senza armi, e salì per un giorno intero. Il sentiero si fece stretto, poi sparì. Non cantava più nessun uccello. Il bosco si fece fitto, poi silenzioso, poi buio, e a un certo punto Sugaru sentì un odore di terra bagnata e di qualcosa di antico. Nessuno racconta bene che cosa vide lassù. Raccontano soltanto che quando scese aveva tra le braccia un grosso serpente, pesantissimo, e che non osava guardarlo negli occhi.

Lo portò al palazzo. Lo posò davanti all'imperatore.

Per un istante, non successe niente.

Poi l'aria cambiò.

Il serpente si drizzò. Dal suo corpo uscì un rombo che fece tremare i pavimenti. Gli occhi gli si accesero come fulmini, due lampi gialli che attraversarono la sala da parte a parte, e il tuono rimbombò sotto il tetto.

L'imperatore, che non si era neppure purificato come si deve prima di incontrare un dio, si coprì il volto con le mani. Non guardò. Non osò respirare. Con le gambe che non lo reggevano più, corse nelle stanze interne del palazzo e si nascose, mentre fuori la sala si riempiva di luce e di rumore.

«Riportatelo sul monte», gridò da dietro la porta. «Subito!»

Lo riportarono. Il serpente tornò tra gli alberi, e il rumore a poco a poco si spense. E l'imperatore, quando riuscì a ritrovare la voce, diede a quel colle un nome che significava «tuono»: Ikazuchi.

«E poi?» chiese il bambino.

«Poi basta. Quando una cosa tuona, non si va a prenderla per curiosità. Si lascia passare.»

La nonna spense la lampada. Fuori, la pioggia cominciò a battere sul tetto, prima a gocce larghe, poi a scrosci, come mille dita sul legno. Il vento fischiava intorno alla casa. Si sentivano gli alberi che si piegavano, e qualcosa che rotolava per strada.

Il bambino rimase immobile, con le mani sulla pancia. Un tuono, vicino, vicinissimo, fece vibrare tutta la stanza.

«Sono loro?»

«Sono loro.»

Il bambino ascoltò il vento che girava intorno ai muri. Gli sembrò di sentire, tra un fischio e l'altro, qualcosa di simile a una risata.

«E il sacco?» sussurrò. «Dove lo tiene, quando non c'è tempesta?»

«In cielo, dove nessuno arriva. Ma ogni tanto lo scuote un poco, per vedere se i venti sono ancora tutti lì.»

«E perché si divertono tanto?»

«Perché sono vecchi quanto il cielo, e ogni tanto hanno voglia di giocare.»

Passò un lungo minuto. Poi un altro. La pioggia si fece più sottile. Il vento, dopo un ultimo sbuffo, si ritirò nel suo sacco. Si sentì un solo colpo di tamburo, lontano, già dall'altra parte della montagna.

«Hanno finito?»

«Per questa volta.»

La nonna aprì la finestra. L'aria era fresca e profumava di erba. Fuori, nel cielo ripulito, ricominciavano a cantare le cicale.

Il bambino abbassò le mani dalla pancia.

Ma, per sicurezza, aspettò ancora un poco.

Tradizione viva, raccontata con rispetto: come raccontiamo i miti.

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Fonti

  • «Nihon shoki» (720)
  • Tawaraya Sōtatsu, paravento «Fūjin e Raijin» (XVII secolo), Kenninji, Kyoto
Ciro Simone Irmici

Chi c'è dietro

Ciro Simone Irmici

Costruisco siti, app e giochi. L'Atlante l'ho costruito con l'intelligenza artificiale e controllo io ogni scheda e ogni fonte. Non sono uno studioso di mitologia: racconto le leggende con rispetto e dico sempre da dove vengono. Se conosci una leggenda del tuo paese, scrivimi.

Altri miei lavori: audiolibri gratis su YouTube · ebook su Gumroad · Apple Books · musica su Spotify e YouTube Music