
I tengu
天狗, «cane del cielo»
un po' paurosa
I tengu sono spiriti delle montagne e dei boschi. I più antichi avevano il becco e le ali di un uccello; quelli più famosi oggi hanno il volto rosso e un lunghissimo naso, e vestono come i monaci di montagna. Sono orgogliosi e un po' dispettosi con chi si dà troppe arie, ma sono anche maestri bravissimi di spada e di arti marziali. Una famosa leggenda, nata più tardi nel teatro Nō, racconta che il giovane guerriero Minamoto no Yoshitsune imparò a combattere proprio da un re dei tengu, sul monte Kurama.
Lo sai che… in Giappone, di una persona molto vanitosa si dice che «è diventata un tengu».
La storia
Di giorno il ragazzo studiava le preghiere con tutti gli altri. Di notte non dormiva.
Viveva in un tempio, sul monte Kurama, dove i cedri erano così alti che a mezzogiorno nel bosco era già sera. Aveva dodici anni, o poco meno, e un nome da bambino: Ushiwakamaru. Suo padre era stato un grande guerriero, il capo di un clan, e gli avversari lo avevano sconfitto e ucciso. Sua madre, per salvarlo, lo aveva mandato lassù a diventare monaco. I monaci, almeno, non venivano cercati dai nemici.
Ma lui non voleva diventare monaco. Lui voleva imparare a combattere.
Così, quando il tempio dormiva, il ragazzo si alzava piano, prendeva una spada di legno che aveva nascosto sotto le stuoie, e usciva dalla porta di servizio. Scendeva per il sentiero, tra le radici, fino a una radura in fondo al bosco. Si esercitava da solo, ore intere, contro un albero. Colpiva, parava, faceva un passo indietro. L'albero non rispondeva mai.
Una notte qualcuno rispose.
«Colpisci con tutto il braccio. Un bambino che combatte contro un tronco non vincerà mai un guerriero.»
Il ragazzo si girò di scatto.
Su un ramo basso, a un passo da lui, era seduto un uomo. O qualcosa che somigliava a un uomo. Aveva il volto rosso come il tramonto e un naso lunghissimo, che sporgeva davanti a lui come un secondo braccio. Indossava le vesti dei monaci di montagna, e ai piedi aveva zoccoli di legno alti come sgabelli, su cui stava in equilibrio come se niente fosse. Nella mano teneva un ventaglio di piume.
Dietro di lui, nell'ombra, c'erano altri esseri, più piccoli, scuri come corvi. Avevano il becco e le ali. Si muovevano senza far rumore. Il ragazzo capì subito che cosa aveva davanti.
Tengu.
Nei libri antichi che i monaci conservavano nel tempio, i tengu erano nibbi, uccelli-demoni che si travestivano da monaci, e spesso facevano brutti scherzi ai religiosi orgogliosi: si fingevano santi, si fingevano maestri, e poi sparivano ridendo. Il ragazzo aveva sempre pensato che fossero storie per spaventare i novizi.
«Hai paura?» chiese il re dei tengu.
«Sì», disse il ragazzo. Era vero. «Ma voglio imparare.»
Il re dei tengu inclinò la testa. Qualcosa, nei suoi occhi, brillò.
«Sei il primo che lo ammette. Di solito mi dicono che sono già abbastanza bravi.»
Scese dal ramo con un salto leggero e si piantò davanti al ragazzo.
«Facciamo una prova. Colpiscimi.»
Il ragazzo alzò la spada di legno e colpì. Il ventaglio di piume si mosse una sola volta, appena, e la spada volò via. Colpì ancora. Cadde seduto. Colpì una terza volta. Si trovò con la faccia nella terra.
Si rialzò. Aveva i gomiti sbucciati e le orecchie rosse.
«Ancora», disse.
Quella notte non imparò niente, se non che non sapeva niente. La notte dopo tornò. E la notte dopo ancora.
L'alba lo trovava ogni volta sul sentiero di ritorno, sporco di terra, con le foglie nei capelli. Il monaco che lo svegliava per le preghiere guardava quei lividi e non faceva domande. Forse sapeva. Forse, in un tempio sul monte Kurama, certe domande è meglio non farle.
Il re dei tengu gli insegnò a non guardare la lama dell'avversario, ma le sue spalle. Gli insegnò a saltare dai rami come se avesse le ali, a camminare senza far scricchiolare le foglie, a stare fermo come un sasso quando i compagni erano sette e cercavano di sorprenderlo da ogni parte. Gli insegnò che la spada non è un bastone più lungo del braccio, ma un modo di pensare. I tengu minori, quelli con il becco, gli giravano intorno e lo spingevano, e lo facevano cadere, e ridevano.
Passarono mesi. Poi anni. D'inverno la neve copriva la radura, e il ragazzo si esercitava lo stesso, con le mani spaccate dal freddo e il fiato che fumava, mentre i tengu minori scendevano dagli alberi senza lasciare nemmeno un'orma nella neve fresca. Il ragazzo cresceva, e le sue spalle si allargavano. Una sera, nella radura, riuscì finalmente a sfiorare il ventaglio di piume con la punta della spada di legno.
Rimase di sasso. Poi gridò: «Ce l'ho fatta! Ce l'ho fatta! Nessuno è mai riuscito a toccarvi!»
E si accorse, subito dopo, che il bosco era silenzioso.
I tengu minori non c'erano più. Il re dei tengu era fermo accanto all'albero, con le braccia incrociate. Non rideva.
«Sei diventato bravo», disse piano. «Ora ascolta una cosa. Io sono un tengu, e so tutto sull'orgoglio. È la cosa che noi conosciamo meglio, perché è proprio quella che ci ha cambiati. Chi si dà delle arie e si crede già un maestro ha smesso di imparare. E uno così, in montagna, finisce per diventare uno di noi.»
Il ragazzo restò a bocca aperta. Poi, lentamente, abbassò la spada. Abbassò anche la testa. Si inchinò, fino a toccare quasi con la fronte le foglie.
«Ho sbagliato», disse. «Ho ancora tanto da imparare.»
Per un po' non ci fu risposta.
Poi si sentì, in alto, un frullare di ali. Il re dei tengu scoppiò a ridere, una risata lunga, che fece tremare i rami.
«Ecco. Adesso sì. Ancora una volta.»
E ricominciarono.
Gli anni passarono, come passano in montagna: senza che nessuno li conti. Un giorno il ragazzo lasciò il tempio, perché doveva incontrare altri uomini e altre battaglie, e il suo nome diventò famoso in tutto il paese, come quello di Minamoto no Yoshitsune, il guerriero che sconfisse i nemici della sua famiglia. Quasi nessuno seppe chi lo avesse addestrato. Quando glielo chiedevano, sorrideva e non rispondeva.
Ma i monaci del monte Kurama, quando le notti sono ventose e i cedri cigolano come vele, dicono che nella radura in fondo al bosco si trovi ancora, a volte, una piuma lunga e scura, appoggiata su una spada di legno.
Nessuno la raccoglie.
E se un giorno qualcuno, passando da quelle parti, si vantasse troppo ad alta voce, i vecchi dicono di non preoccuparsi.
Il tengu lo ha già sentito.
Tradizione viva, raccontata con rispetto: come raccontiamo i miti.
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Fonti
- «Konjaku monogatari shū» (XII secolo)
- «Gikeiki», Cronaca di Yoshitsune (XIV secolo)
- dramma Nō «Kurama Tengu» (epoca Muromachi)
