
Il Salvanèl
dal latino «silvanus», quello del bosco
per niente paurosa
Il Salvanèl è un folletto piccolo e svelto, vestito di rosso dalla testa ai piedi, che vive nei boschi trentini. Gli piacciono gli scherzi: fa perdere il sentiero ai viandanti e di notte entra nelle stalle a bere il latte. Ma è anche un guardiano: punisce chi strappa i fiori, chi taglia gli alberi senza motivo o chi accende fuochi distratto. Ha un parente grande, il Salvan, l'uomo selvatico barbuto e vestito di pelli, che conosce tutti i segreti della montagna.
Lo sai che… in un racconto ladino della Val di Fassa un salvanèl esce da una scatola di tabacco da fiuto e offre a un venditore ambulante di esaudire un desiderio, ma lui, spaventato, la richiude e la getta in una fessura tra le rocce.
La storia
In Val di Fassa, una volta, c'era un venditore ambulante che sapeva vendere qualsiasi cosa a chiunque. Pettini, nastri, aghi, bottoni, santini, un coltellino da tasca. Camminava di paese in paese con il carico sulla schiena, così pesante che le cinghie gli avevano scavato due solchi nelle spalle.
Quel giorno saliva per un sentiero in mezzo al bosco, e il bosco era così silenzioso che sentiva il proprio respiro.
Troppo silenzioso. Gli abeti stavano fermi, senza una foglia che si muovesse, come se tutti trattenessero il fiato per non ridere.
«Strano», borbottò il venditore. «Qui c'è qualcuno che mi guarda.»
Non c'era nessuno. Fino a quando, alla curva, sul masso accanto al sentiero, comparve un ometto.
Era piccolo, con gli occhi che brillavano. Aveva l'aria di uno che sa una barzelletta e la sta tenendo da parte. Si divertiva a prendere in giro la gente, si vedeva da come si teneva le mani dietro la schiena.
«Buon giorno, mercante», disse. «Hai l'aria stanca.»
«Lo sono», rispose il venditore. «E ho venduto poco.»
«Allora ti faccio un regalo.» L'ometto tirò fuori da dietro la schiena una scatola di tabacco da fiuto, rotonda, di legno, con il coperchio ben chiuso. «È tabacco di montagna. Il migliore. Aprila questa sera, quando ti fermi, e vedrai.»
Il venditore non era uno stupido. Sapeva che nessuno regala niente per niente, soprattutto nei boschi. Ma sapeva anche che rifiutare un regalo, con una creatura che ti guarda così, è più pericoloso che accettarlo. Prese la scatola, la ringraziò, la infilò nel borsone.
Quando rialzò gli occhi, sul masso non c'era più nessuno. Solo un po' di muschio che oscillava, come se qualcuno fosse appena saltato giù.
Camminò fino a sera. Ogni tanto sentiva nel borsone un piccolo rumore, tic, tic, come un'unghia contro il legno. Faceva finta di niente. Quando cominciò a imbrunire si fermò sotto una roccia, accese un fuocherello, mangiò il pane e il formaggio che gli restavano, e poi, per forza, la scatola gli tornò in mente.
La tirò fuori. La rigirò. Era leggera, quasi vuota.
«Un po' di tabacco non ha mai fatto male a nessuno», disse ad alta voce, per darsi coraggio.
E aprì il coperchio.
Per un momento non successe nulla. Poi, dalla scatola, uscì una mano grande come un bottone. Poi un braccio. Poi un berretto rosso a punta, poi un faccino furbo, poi un giubbetto rosso, calzoni rossi, scarpette rosse. Un omino rosso da capo a piedi, alto come una candela, che si stirò come uno che ha dormito troppo e si sedette sul bordo della scatola, a gambe penzoloni.
«Finalmente!» disse. «Che noia là dentro. Non si può nemmeno bere un goccio di latte.»
Il venditore non respirava più.
Il Salvanèl, perché era lui, lo guardò con un'espressione molto soddisfatta. Era il folletto del bosco, quello che di notte entrava nelle stalle a bere il latte dei pastori, quello che prendeva in giro i viandanti, quello che si arrabbiava se qualcuno strappava un fiore, tagliava un albero o accendeva un fuoco senza stare attento. E adesso era lì, a un palmo dal suo naso.
«Sai che cosa devo fare, adesso?» chiese il Salvanèl, sorridendo. «Devo ringraziarti, perché mi hai fatto uscire. Così funziona. Dimmi che cosa desideri, che te lo darò.»
Un desiderio. Il venditore si sentì le ginocchia di burro. Gli vennero in mente tutte le storie che aveva sentito nelle stalle, d'inverno: quelle del tipo che chiedeva una borsa piena d'oro, e ne usciva con una borsa piena di sassi; quelle del tipo che chiedeva di non morire mai, e si ritrovava albero. Con i folletti, pensò, i desideri non sono regali: sono trappole con il fiocco.
«Allora?» disse il Salvanèl, battendo un piedino sul legno. «Non ho tutta la notte. Anzi, sì, ce l'ho, e mi piace. Ma tu hai l'aria di uno che ha fretta.»
Il venditore guardò il folletto. Guardò il fuoco. Guardò il buio intorno.
E poi fece l'unica cosa che gli sembrò sensata.
Chiuse il coperchio. Con un colpo secco, tac, come si chiude una trappola per topi.
Dalla scatola uscì una vocina offesa: «Ehi! Ma io non ho ancora detto...»
Il venditore non l'ascoltò. Si alzò di scatto, con la scatola stretta tra le mani, e cercò con gli occhi un posto dove farla sparire. Poco più in là, nella parete di roccia, c'era una fessura, stretta e nera, profonda quanto un braccio. Corse lì, spinse dentro la scatola con tutte le sue forze, e la sentì scivolare giù, giù, giù, battendo contro le pietre, sempre più lontana, finché il rumore si spense.
Rimase immobile, con il cuore che gli batteva in gola, ad ascoltare.
Nulla. Solo il vento, che finalmente si era rimesso a soffiare tra gli abeti, e il fuoco che scoppiettava piano.
Qualcuno racconta che il venditore, quella notte, non riuscì a chiudere occhio. Aspettava una vocina, un tic tic, una risata. Ma il giorno dopo, e quello dopo ancora, e per tutto il resto del viaggio, non si sentì più niente.
Del Salvanèl non si seppe mai più nulla. Né dove fosse finito, né se fosse ancora lì, in fondo alla roccia, con il suo berretto rosso e la sua sete di latte. Se aspettasse qualcuno che avesse più coraggio, o più fantasia, o che gli chiedesse davvero qualcosa. Oppure se si fosse annoiato, avesse trovato un'altra uscita e fosse tornato nel bosco a fare quello che gli riusciva meglio: scherzi.
E il venditore ambulante? Continuò a vendere pettini e nastri per molti anni. Ma ogni volta che, nelle serate d'inverno, qualcuno nella stalla gli offriva una presa di tabacco, lui scuoteva la testa e rispondeva sempre allo stesso modo.
«No, grazie. Ho smesso. Fa uscire cose.»
Parenti nel mondo
Ascolta / Leggi anche
- Musica per leggere: Cinematic JourneyMusica epica da film, senza parole, di Ciro Simone IrmiciSpotifyYouTube Music
