
Re Laurino e il Giardino delle Rose
«Rosengarten», giardino delle rose, in tedesco
per niente paurosa
Laurino era il re dei nani e custodiva tesori dentro la montagna. Aveva una cintura che gli dava la forza di dodici uomini e un mantello che lo rendeva invisibile, e sulla roccia coltivava un giardino di rose. Si innamorò di una principessa e la portò via, ma i cavalieri venuti a liberarla lo trovarono seguendo proprio le rose. Prigioniero, Laurino maledisse il giardino: nessuno l'avrebbe più visto né di giorno né di notte. Si dimenticò però dell'alba e del tramonto.
Lo sai che… per questo all'alba e al tramonto le Dolomiti diventano rosa: in ladino questo fenomeno si chiama «enrosadira».
La storia
Su, in alto, tra le rocce del Catinaccio, c'era un giardino che nessun uomo aveva mai coltivato.
Era un giardino di rose. Rose rosse, grandi, fitte, che coprivano la pietra come un tappeto. E sotto, nel ventre della montagna, viveva un popolo di nani che scavava giorno e notte alla ricerca di cristalli, di argento e d'oro. Il loro re si chiamava Laurino.
Laurino non era un re qualsiasi. Aveva due tesori che nessun altro possedeva. Il primo era una cintura, e chi la portava aveva la forza di dodici uomini. Il secondo era un mantello, e chi lo indossava diventava invisibile. Con quei due oggetti e con il suo giardino, il re dei nani si sentiva al sicuro, come un bambino con le mani piene di giochi.
Ma una cosa, a Laurino, mancava. E fu in maggio che la scoprì.
Il re dell'Adige, quell'anno, volle fare una grande gita di primavera. Doveva annunciare il matrimonio della figlia Similde, e invitò tutti i nobili del regno. Tutti, tranne uno.
Laurino lo seppe. Da lassù, dalla sua montagna, vide i cavalieri passare a cavallo, con le bandiere e i mantelli colorati, e provò un'invidia piccola e pungente. Poi si tirò il mantello sulle spalle, e disparve.
Andò lo stesso alla festa. Nessuno lo vide. Camminò tra le tende, tra i cavalli e le tavole imbandite, ascoltando le risate di chi non lo aveva invitato. Il torneo era appena cominciato quando Laurino, appoggiato a un palo, alzò gli occhi.
Similde era su un palco, in mezzo alle altre dame. Rideva di qualcosa, e il sole le faceva i capelli di rame.
Laurino smise di respirare.
Quella sera, mentre il sole scendeva, un'ombra senza corpo passò tra la folla. Un attimo dopo la principessa non c'era più, e per un lungo momento nessuno capì dove fosse finita. Poi qualcuno cominciò a gridare il suo nome.
Il re dei nani la portò nel suo regno, tra le rose.
Nessuno sa che cosa pensò Similde, quella notte, quando aprì gli occhi in un giardino che non conosceva. Sappiamo però cosa pensò chi l'aveva perduta. Il suo promesso sposo, un cavaliere di nome Hartwig, non perse tempo. Andò dal re dei Goti, gli chiese aiuto, e insieme riunirono i loro guerrieri.
Salirono sul Catinaccio.
Laurino li vide arrivare dalle finestre di roccia, con le armi lucide e le bandiere. Non ebbe paura. Si allacciò la cintura e uscì ad aspettarli, e per un po' la battaglia fu tutta sua: ogni colpo valeva quello di dodici uomini, e i cavalieri arretravano.
Ma erano tanti, e la fatica pesava. A un certo punto il re dei nani capì che non ce l'avrebbe fatta.
Si tirò il mantello sulle spalle e sparì.
Pensò: non possono prendermi, se non mi vedono. Cominciò a saltellare tra i cespugli del giardino, cercando un posto dove nascondersi, e si buttò sotto un roseto. Dentro il roseto stava fermo, con il cuore in gola. Si sentiva sicuro.
Ma le rose, quando lui si muoveva, si muovevano con lui.
I cavalieri se ne accorsero subito. «Guardate», disse uno, «quel cespuglio trema senza vento.» E uno dopo l'altro guardarono. Le rose tremavano, si scostavano, si piegavano, tracciando nell'aria la forma di qualcuno che non c'era.
Allungarono le mani. Afferrarono il re invisibile, lo trascinarono fuori e tagliarono la cintura che gli dava forza.
Laurino fu portato via, prigioniero.
Nella cella, al buio, il re dei nani rimase a lungo con la testa tra le mani. Pensò al suo regno, al giardino, ai tesori, a Similde, di cui non sapeva niente. Sentì crescere dentro un'amarezza lenta, e a un certo punto diede la colpa a ciò che aveva di più caro: il giardino.
«Mi hai tradito», disse. «Se non fossi stato così bello, se non ti fossi mosso con me, non mi avrebbero trovato.»
E pronunciò una maledizione.
«Nessun occhio umano ti vedrà mai più. Né di giorno, né di notte.»
Le rose sparirono. Al loro posto rimase la nuda roccia, grigia e dura, che si arrampicava verso il cielo.
Ma Laurino, nella rabbia, aveva dimenticato una cosa. Non c'è soltanto il giorno, e non c'è soltanto la notte. C'è anche un momento in cui il sole sta per nascere o sta per sparire, e il cielo non è né l'uno né l'altro.
Ecco perché, ancora oggi, nelle sere limpide, quando il sole si abbassa sulle Dolomiti, la roccia del Catinaccio comincia a farsi rosa. Poi rossa. Poi, per qualche minuto, brucia come un grande roseto. All'alba succede la stessa cosa.
Quel fenomeno ha un nome, che è una parola ladina: enrosadira. Questa parte della storia, la maledizione e il tramonto, non c'è nel poema medievale: si è fissata tra Ottocento e Novecento, raccogliendo tradizioni ladine e tedesche.
Dicono che in quel momento il giardino di Laurino torni a farsi vedere, per un attimo soltanto, da chi sa guardare.
Poi la luce se ne va, e rimane solo la montagna, grigia, ferma, e un po' più sola di prima.
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Fonti
- Trentino Marketing, visittrentino.info, «Il giardino di rose di re Laurino»
- Poema tedesco «Laurin» (XIII secolo)
