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Atlante dei Miti 0/300
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Una principessa guerriera con una corazza bianca e un arco, accanto a una marmotta sull'altopiano

sagaAltopiano di Fanes, Alta Badia · Trentino-Alto Adige

Il regno dei Fanes

«Rëgn de Fanes», in ladino

un po' paurosa

È la grande saga dei Ladini delle Dolomiti. Sull'altopiano di Fanes viveva un popolo alleato delle marmotte, finché il re straniero sposato dalla regina cambiò lo stemma del regno: tolse la marmotta e mise l'aquila. Da quel tradimento cominciò la rovina. Nella saga ci sono la principessa guerriera Dolasilla, con la corazza bianca e le frecce che non sbagliano mai, un mago malvagio e un eroe chiamato Ey de Net. Alla fine i pochi Fanes rimasti si rifugiarono dentro la montagna, dove aspettano ancora il suono delle trombe d'argento.

Lo sai che… la saga fu raccolta e in parte ricucita dallo scrittore Karl Felix Wolff, che unì materiale orale frammentario e sparso.

La storia

Sull'altopiano di Fanes, prima che gli uomini imparassero a scrivere, viveva un popolo che non faceva paura a nessuno.

Erano gente mite. Pascolavano, cacciavano poco, e avevano stretto un'alleanza con le marmotte, le piccole padrone dei prati d'alta quota. Ogni mattina, quando il sole toccava le cime e i prati si riempivano di luce, le marmotte uscivano dalle tane e fischiavano ai fanes, e i fanes rispondevano. Sul loro stemma c'era una marmotta. Era un emblema piccolo, tondo, senza artigli, e andava bene a tutti.

Poi la regina sposò un re venuto da lontano.

Era un uomo avido e guerriero, e il suo primo gesto fu cambiare lo stemma. Tolse la marmotta e mise un'aquila, con le ali spalancate e gli artigli aperti. «Un regno che vuole crescere», disse, «non può avere per simbolo un animale che si nasconde sottoterra.»

Le marmotte, quel giorno, non uscirono dalle tane.

I vecchi del regno lo notarono, e per un po' non dissero niente. Poi cominciarono a dirlo a bassa voce, la sera, vicino al fuoco: da quando c'è l'aquila, il prato è più silenzioso. Il regno era più forte, questo sì. Ma era anche più duro, e più diffidente, e la gente aveva smesso di cantare mentre lavorava.

Il re ebbe una figlia, e la chiamò Dolasilla. Dai nani, i piccoli fabbri delle montagne, la ragazza ricevette due doni. Una corazza bianca, che nessuna lama poteva forare, e delle frecce che non sbagliavano mai il bersaglio. La ragazza le prese con rispetto, senza chiedere di più. I nani non regalano niente, pensò, e aveva ragione. Con quelle in mano, Dolasilla guidò l'esercito dei Fanes da una vittoria all'altra. Il regno si allargò, valle dopo valle. Nessuno riusciva a fermarla.

Ma i nani avevano detto anche un'altra cosa. L'invincibilità di Dolasilla sarebbe durata soltanto finché lei non si fosse sposata.

Un giorno, in battaglia, Dolasilla incontrò un guerriero nemico che si chiamava Ey de Net, «occhio di notte». Non era la prima volta che si vedevano: si erano visti anni prima, e nessuno dei due l'aveva dimenticato. Si guardarono a lungo, in mezzo al fumo e al ferro, e capirono tutto prima di parlare.

«Non voglio più combattere contro di te», disse lei.

«Nemmeno io.»

Decisero di sposarsi.

Quando il re lo seppe, andò su tutte le furie. Si oppose con durezza, e fece quello che nessuno si aspettava: mandò allo sbaraglio Dolasilla e tutto il suo popolo, sapendo ormai che il regno stava per finire.

Alla vigilia dell'ultima battaglia, il vento fu freddo. Dolasilla lucidò la corazza e contò le frecce, una a una, nel silenzio dell'accampamento. Non vide nessuno avvicinarsi. Ma nel buio, tra le tende, strisciava qualcuno.

Si chiamava Spina de Mul, ed era uno stregone. Alcuni dicono che avesse l'aspetto di uno scheletro di mulo mezzo marcio, con le ossa che ciondolavano e due occhi vuoti. Con l'inganno, mentre Dolasilla dormiva, le portò via le frecce.

All'alba, quando la ragazza indossò la corazza, la vide scurirsi. Il bianco diventava grigio, poi nero, e sentì dentro di sé che il suo tempo era finito.

Combatté lo stesso.

I nemici, in principio, cercarono l'armatura bianca di cui tutti parlavano, e non la trovarono. Poi capirono. E allora una pioggia di frecce, le sue frecce, quelle che non sbagliavano mai, cadde su di lei. Dolasilla morì sotto i colpi delle sue stesse armi.

Il re, quel giorno, tradì tutto e tutti. Dicono che finì trasformato in pietra: un sasso duro e freddo, che da allora guarda la valle senza vederla. Qualcuno racconta che sia ancora là, sul passo Falzarego, e che il nome del passo voglia dire proprio questo: falza rego, il re falso. È un'etimologia popolare, ma racconta bene la storia.

I pochi Fanes rimasti, con la regina e le marmotte, scomparvero nella roccia. Scesero in un antro profondo sotto le montagne del loro regno, e le pietre si richiusero.

Sono ancora là, dicono. Dormono con le marmotte, nel buio caldo della montagna, e aspettano il suono delle trombe d'argento che annunceranno la rinascita. Aspettano il segnale.

Sull'altopiano, adesso, c'è silenzio. D'estate arrivano i camminatori con le scarpe pesanti, e il vento porta via i loro discorsi. Eppure qualcuno giura che al mattino presto, quando il sole tocca le cime, da qualche parte nel prato una marmotta fischi tre volte, forte, verso la montagna.

Poi aspetta, con la testa alta, una risposta che non arriva.

Non ancora.

La saga dei Fanes, a lungo, non fu scritta da nessuno. Passava di bocca in bocca, tra le valli ladine delle Dolomiti, a pezzi, come i sassi di una frana. Ci pensò Karl Felix Wolff a raccoglierla e a cucirla insieme, nei primi decenni del Novecento, con i punti che i vecchi non ricordavano più. Per questo ogni narratore la racconta un po' diversa. Ma i suoi pezzi più duri restano sempre quelli: le marmotte, l'aquila, la ragazza con la corazza bianca, e un popolo intero che dorme sotto la roccia, in attesa.

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Fonti

Ciro Simone Irmici

Chi c'è dietro

Ciro Simone Irmici

Costruisco siti, app e giochi. L'Atlante l'ho costruito con l'intelligenza artificiale e controllo io ogni scheda e ogni fonte. Non sono uno studioso di mitologia: racconto le leggende con rispetto e dico sempre da dove vengono. Se conosci una leggenda del tuo paese, scrivimi.

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