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Una fata vestita di bianco accanto a un camoscio, davanti a un ghiacciaio

fate dei montiAlpi tirolesi (Ötztal e valli vicine, Val Venosta compresa) · Trentino-Alto Adige

Le Salighe

«Salige Fräulein», le signorine beate

per niente paurosa

Le Salighe sono fate buone delle montagne tirolesi, vestite di bianco. Abitano sotto rocce e ghiacciai e proteggono i camosci e gli altri animali selvatici. In un racconto curano per tre giorni un giovane cacciatore caduto, in un palazzo di cristallo, ma gli fanno promettere di non cacciare camosci, lepri alpine e pernici bianche e di non indicare a nessuno la strada. Quando lui, un inverno, rompe la promessa e insegue un camoscio, compaiono le tre fate in vesti bianche, c'è un lampo e il ragazzo precipita.

Lo sai che… il loro nome viene dal tedesco antico «sælic», che vuol dire beato, felice.

La storia

Nelle montagne del Tirolo, sopra l'ultimo pascolo, dove l'erba finisce e comincia la roccia, c'era una parete scura che la gente chiamava Mohrin.

Sotto quella parete, dicevano, vivevano le tre Salighe.

Non le aveva mai viste nessuno. O meglio: nessuno aveva mai raccontato di averle viste e di essere rimasto lo stesso di prima. Si diceva che abitassero nel cuore della montagna, sotto rocce e ghiacciai, in un palazzo di cristallo, e che di giorno fossero luminose come l'alba, e che di notte la loro luce si vedesse per un attimo tra le crepe del ghiaccio, e che da secoli proteggessero i camosci, le lepri bianche e tutti gli animali che vivono troppo in alto perché un uomo li prenda.

Una volta, in estate, una povera pastora salì all'alpeggio portando con sé il suo bambino piccolo. Il marito era lassù con le pecore e non lo vedeva da mesi. Strada facendo si fermò a pregare in una chiesetta di pietra, poggiò il figlio un attimo sull'erba, e fu proprio in quel momento che un'ombra enorme passò sul sole.

Un gipeto, un grande rapace delle Alpi, scese in picchiata. Le grida della madre si persero nel vento. L'uccello sparì con il bambino tra gli artigli, in alto, sempre più in alto, fino a diventare un punto.

Il pastore, più in alto ancora, vide il rapace arrivare. Non capì come, ma l'uccello si posò a due passi da lui, con il piccolo stretto tra le zampe, e per un attimo non si mosse, come tenuto fermo da una mano invisibile. Il pastore lanciò un sasso. E poi un altro. I sassi volarono dritti come se qualcuno li guidasse. Il gipeto lasciò la preda, e il bambino cadde sull'erba, spaventato ma intero.

Il pastore lo credette un caso. Non lo era. Erano state le tre Salighe, che dalle loro finestre di ghiaccio avevano guardato giù e deciso di aiutarlo.

Passarono gli anni. Il bambino crebbe, e crebbe forte e svelto. Divenne cacciatore, il più bravo della valle, uno di quelli che salgono dove gli altri tornano indietro. E più saliva, più la Mohrin lo chiamava. Perché si diceva che oltre quella lastra di roccia coperta di ghiaccio vivessero tanti camosci e tanti stambecchi che nessun cacciatore li aveva mai contati, perché nessuno ci arrivava.

Lui ci provò. Salì, salì ancora, e a un certo punto il piede non trovò più la roccia. Cadde in un precipizio. L'ultima cosa che sentì fu il vento, poi il buio.

Quando riaprì gli occhi era disteso su un letto di fiori di montagna, speik ed edelweiss, in una luce che non aveva mai visto. Tre donne in bianco lo guardavano. Era un posto di cristallo e di acqua che scorre, con giardini, e animali liberi che non si spaventavano di nulla.

Per tre giorni le Salighe lo curarono. Gli mostrarono il palazzo, i giardini e gli animali che avrebbe potuto cacciare e che non ebbe mai la tentazione di toccare. Quando fu guarito, lo accompagnarono fino alla porta di una fenditura che attraversa tutta la montagna.

«Ti salvammo da bambino e ti abbiamo salvato oggi», dissero. «Prima di andare, devi promettere.»

Doveva promettere quattro cose. Non dire a nessuno di averle viste e di aver visto il loro regno. Non cacciare né uccidere gli animali di montagna: né camosci, né lepri alpine, né pernici bianche. Non indicare a nessun mortale la strada per il palazzo. E tenere per le fate affetto e rispetto.

Il ragazzo promise. Lo disse con tutto il cuore, perché in quel momento non desiderava altro.

Lo lasciarono uscire da un passaggio nascosto tra i rododendri, alla sorgente del torrente. E gli dissero che poteva tornare a trovarle a ogni luna piena, e fermarsi tre giorni, chiamandole con un segno convenuto.

Tornò a casa come uno che ha sognato. In paese lo chiamarono «il Sognatore». Non andava più alle feste. Non andava più a caccia. Il fucile restava appeso al chiodo. Ma a ogni luna piena spariva nella montagna per tre giorni, e tornava più magro e più pallido, con gli occhi lontani.

I genitori si preoccuparono. Una notte lo seguirono, di nascosto, tra le pietre. Videro che saliva. Videro che arrivava davanti alla roccia. E la madre, spaventata, perse la testa e lo chiamò per nome.

La montagna rispose con un rombo. La roccia si aprì per un momento, poi franò. Pietre, terra, polvere. Quando tutto fu fermo, l'ingresso non c'era più. Il ragazzo lo cercò per giorni, battendo con le mani sulla pietra, ma non lo trovò mai più. Anche il suo fucile era finito sotto la frana.

Passò l'estate, e fu un'estate di silenzio. Poi venne l'inverno, e alcuni vecchi amici lo invitarono a una battuta di caccia sulla Platte, vicino alla Mohrin. Lui non voleva. Poi disse di sì. Si fece prestare un fucile, e salì con loro.

Ma il luogo, quel luogo, lo chiamava. A un certo punto si staccò dal gruppo. Vide un camoscio e lo inseguì, di roccia in roccia, fino al bordo di un burrone. Da lì sentì un grido, simile alla voce di una ragazza.

Alzò il fucile, e sparò.

Un lampo. L'animale rimase illeso, in piedi, e davanti al ragazzo apparvero le tre donne, in vesti bianche, con gli occhi severi.

Il ragazzo fece un passo indietro, un solo passo.

Sotto i suoi piedi non c'era più terra.

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Ciro Simone Irmici

Chi c'è dietro

Ciro Simone Irmici

Costruisco siti, app e giochi. L'Atlante l'ho costruito con l'intelligenza artificiale e controllo io ogni scheda e ogni fonte. Non sono uno studioso di mitologia: racconto le leggende con rispetto e dico sempre da dove vengono. Se conosci una leggenda del tuo paese, scrivimi.

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