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Atlante dei Miti 0/300
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Un grande uccello dorato con il volto fiero e le braccia umane che vola con le ali spiegate

re degli uccelliIndia e Sud-est asiatico · tradizione induista

Garuda

Garuḍa, in sanscrito

per niente paurosa

Garuda è il re degli uccelli, con il corpo in parte umano e in parte d'aquila, le ali d'oro e un becco potente. È la cavalcatura di Vishnu. Quando nacque era così luminoso che gli dèi lo scambiarono per il fuoco. Per liberare sua madre, tenuta prigioniera dai serpenti, volò fino al cielo a prendere l'amrita, la bevanda dell'immortalità, superando muri di fiamme e ruote di lame. Da allora i serpenti sono i suoi nemici.

Lo sai che… il Garuda è il simbolo nazionale dell'Indonesia e della Thailandia, e la compagnia aerea indonesiana porta il suo nome.

La storia

Dopo un'attesa lunghissima, in un vaso caldo dove nessuno guardava più, un uovo si ruppe.

Ne uscì un uccello.

Era così grande che la sua ombra copriva la valle, e così luminoso che gli dèi, vedendolo da lontano, pensarono fosse Agni, il dio del fuoco, e gli corsero incontro per pregarlo. «Non bruciarci, ti preghiamo! Non consumare il mondo!»

L'uccello non capì. Si guardò le ali: erano d'oro. Il suo nome era Garuda.

«Non sono il fuoco», disse. «Sono un figlio, sono qui per mia madre. Ma se la mia luce vi fa paura, la spegnerò un poco.»

Sua madre si chiamava Vinata, ed era prigioniera.

Tutto era cominciato molto tempo prima. Kashyapa, un saggio, aveva due mogli, che erano sorelle: Kadru e Vinata. A entrambe aveva concesso di esprimere un desiderio. Kadru chiese mille figli, tutti serpenti. Vinata ne chiese due, più forti e più belli di tutti i figli della sorella. Le due donne depositarono le uova in due vasi, e aspettarono.

Dopo cinquecento anni, da Kadru uscirono mille serpenti. Vinata, che aveva aspettato altrettanto, non resse alla pazienza e ruppe un uovo. Dentro c'era un bambino con il corpo non finito, soltanto a metà. Era Aruna, e fu il primo figlio di Vinata. Si arrabbiò con sua madre: «Per la tua fretta, sarai schiava di tua sorella per cinquecento anni. Ma se aspetterai l'altro uovo con pazienza, il tuo secondo figlio ti libererà.»

E così Vinata aspettò. Intanto la sorella le tese una trappola.

Un giorno le due donne videro in cielo il cavallo di Indra, Uchchaihshravas, bianco come la luna. «Di che colore ha la coda?» chiese Kadru. «Bianca», disse Vinata. «Nera», disse Kadru. Scommisero: chi aveva torto sarebbe diventata la serva dell'altra.

Kadru ordinò ai suoi figli di arrotolarsi sulla coda del cavallo e farla sembrare scura. Alcuni serpenti rifiutarono. Ma Kadru, adirata, li maledisse: sarebbero stati bruciati nel fuoco di un sacrificio. Gli altri ubbidirono. E quando le due sorelle andarono a guardare da vicino, la coda del cavallo era nera.

Vinata perse. Per anni, fu la serva di Kadru.

Garuda crebbe in fretta. Un giorno vide sua madre che portava sulla schiena Kadru e i suoi mille figli, e poi i serpenti gli ordinarono di trasportarli fino a un'isola in mezzo al mare. Lui ubbidì. Volò così in alto che il sole bruciava i serpenti sul suo dorso, e Kadru dovette chiedere pioggia a Indra per salvarli.

Quando furono sull'isola, Garuda chiese a sua madre: «Perché dobbiamo servire i serpenti?» E Vinata gli raccontò della scommessa.

Allora Garuda andò dai serpenti. «Che cosa devo fare per liberare mia madre?»

«Portaci l'amrita», risposero, «il nettare che dà la vita eterna.»

L'amrita stava in cielo, custodita dagli dèi.

Tornò da sua madre. Vinata gli sorrise come sempre. «Cosa vuoi fare, figlio mio?»

«Liberarti. Andrò a prendere l'amrita.»

Lei lo guardò a lungo, e non provò a fermarlo. «Il cielo è dove vivono gli dèi, e gli dèi non regalano niente. Vai, e che il vento ti tenga alto.» Gli diede la sua benedizione, e Garuda aprì le ali.

Salì sopra le nuvole, sopra le montagne, sopra tutto. L'aria diventò sottile e fredda, e sotto di lui la terra si ridusse a un disegno. Il cielo si fece di un blu profondo. Davanti alla città degli dèi, Garuda trovò una prima difesa: un muro di fuoco, alto e ardente, che nascondeva il sole. Non lo attraversò. Scese su un grande fiume, bevve fino a riempirsi il becco, tornò, e spense le fiamme con l'acqua. Il fuoco sibilò e cadde.

La seconda difesa era una ruota. Girava senza sosta, con le lame affilate come rasoi, e nessuno poteva passare senza essere ridotto in pezzi. Garuda guardò e aspettò. Poi si fece piccolo, più piccolo di una zanzara, e passò fra i raggi senza toccarli.

La terza difesa erano due serpenti giganti, che sputavano veleno dagli occhi. Garuda sollevò una nube di polvere. I serpenti, accecati, non videro niente. Quando la polvere si posò, Garuda era già dietro di loro, con l'amrita fra le zampe.

Gli dèi si accorsero troppo tardi. Indra, con il suo fulmine, gli corse dietro. Colpì Garuda sull'ala. Il fulmine è l'arma più potente del cielo, ma Garuda non si spezzò. Sorrise.

«Rispetto il tuo fulmine, e rispetto te, Indra. Per onorarvi lascerò cadere una penna.» E una penna d'oro cadde dal suo corpo. Gli dèi la guardarono, e capirono che avevano di fronte qualcuno di più grande dell'arma che lo aveva colpito.

Indra gli offrì la sua amicizia. «Sei più forte di me, e io non voglio essere il tuo nemico. Dammi l'amrita. Ti darò qualsiasi cosa tu chieda.»

«Non posso. Mia madre è schiava, e devo portarla ai serpenti. Ma una volta che l'avrò liberata, sarai tu a riprenderla.»

Mentre volava verso casa, davanti a lui apparve Vishnu. Garuda non aveva toccato l'amrita nemmeno con un sorso. Vishnu sorrise.

«Il tuo cuore non si è lasciato conquistare dal desiderio. Chiedimi quello che vuoi.»

«Voglio essere immortale e senza vecchiaia, senza bere il nettare. E voglio stare più in alto di te.»

Vishnu rise. «Sia come hai chiesto. Starai sulla mia bandiera. E in cambio, io ti chiedo di portarmi sul tuo dorso.»

Così Garuda e Vishnu divennero compagni.

Tornato all'isola, Garuda posò l'amrita sull'erba kusha davanti ai serpenti. «Io ho fatto la mia parte. Liberate mia madre.» Vinata fu libera. «Ora andate a lavarvi, prima di bere», disse Garuda. «Dovete essere puri.»

I serpenti andarono al fiume. Quando tornarono, l'amrita non c'era più: Indra l'aveva ripresa. Rimaneva soltanto l'erba. I serpenti si gettarono a leccarla, per cogliere almeno una goccia. L'erba aveva i bordi taglienti, e la loro lingua si spaccò in due.

Da allora i serpenti hanno la lingua divisa, e Garuda è il loro nemico. E in cielo, quando Vishnu viaggia, c'è sempre un'ombra dorata che lo porta più in alto di qualsiasi montagna.

Tradizione viva, raccontata con rispetto: come raccontiamo i miti.

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  • Musica per leggere: Cinematic JourneyMusica epica da film, senza parole, di Ciro Simone IrmiciSpotifyYouTube Music

Fonti

  • «Mahabharata», libro I (Astika Parva)
Ciro Simone Irmici

Chi c'è dietro

Ciro Simone Irmici

Costruisco siti, app e giochi. L'Atlante l'ho costruito con l'intelligenza artificiale e controllo io ogni scheda e ogni fonte. Non sono uno studioso di mitologia: racconto le leggende con rispetto e dico sempre da dove vengono. Se conosci una leggenda del tuo paese, scrivimi.

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