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Un uccello maestoso con piume di cinque colori e una lunga coda, posato su un albero in fiore

uccello della paceCina · mitologia cinese

La Fenice cinese (Fenghuang)

鳳凰, in cinese

per niente paurosa

Il fenghuang è un uccello meraviglioso, con piume dei cinque colori e una lunga coda ondeggiante. Non ha niente a che vedere con la fenice greca che rinasce dalle ceneri: secondo la tradizione cinese compare solo nei tempi di pace e di buon governo, e scompare quando arrivano i tempi bui. Si posa solo sugli alberi della paulonia, mangia solo semi di bambù e beve solo da sorgenti purissime. Per secoli è stato il simbolo dell'imperatrice, così come il drago era il simbolo dell'imperatore.

Lo sai che… nei matrimoni tradizionali cinesi si vedono spesso insieme il drago e la fenice: sono il simbolo della coppia felice.

La storia

Il nonno diceva sempre che il fenghuang non si cerca. Si aspetta, e non basta nemmeno aspettare.

Lei era piccola, quando glielo sentì dire la prima volta, in un inverno magro, di quelli in cui il riso finisce prima della primavera. Nella valle c'erano stati anni duri. Si litigava per l'acqua, si litigava per i confini dei campi, e di sera nessuno apriva volentieri la porta a un viandante. Il nonno, seduto accanto al braciere con le mani storte dal freddo, guardava la brace e raccontava.

«Una volta, molto tempo fa, il saggio Confucio andò lontano da casa, perché nessuno dei signori voleva dargli retta. E un giorno sospirò e disse: il fenghuang non viene più. Il fiume non mostra più i suoi segni. Per me è finita.»

«Che cos'è il fenghuang?» chiese la bambina.

«Un uccello.» Il nonno sorrise. «Ma non come i passeri che rubano il grano. Ha le piume di cinque colori, e sul corpo ha dei disegni, che a guardarli bene sono parole. Sulla testa la virtù, sulle ali la giustizia, sul dorso la correttezza, sul petto l'umanità, sul ventre la lealtà. Ha la coda lunga, che ondeggia come un nastro. E nessuno lo ha mai visto mangiare dai campi altrui: mangia soltanto i semi del bambù, beve soltanto a sorgenti pulitissime, e non si posa su nessun albero tranne la paulonia.»

«E dove vive?»

«In un monte lontano, che si chiama Danxue. Ma ai vecchi libri interessa soprattutto quando viene. Il fenghuang si fa vedere soltanto quando il mondo è in pace. Canta da sé, danza da sé, e quando appare, dicono, il paese è in ordine e la gente è in armonia. Quando i tempi si fanno cattivi, sparisce.»

La bambina guardò fuori. Pioveva. Sul tetto di una casa vicina, un corvo si scuoteva l'acqua dalle piume.

«Allora non verrà mai», disse.

«Forse no.» Il nonno scrollò le spalle. «Ma è comodo, quando non viene, dare la colpa al cielo.»

Il mattino dopo la portò dietro la casa, dove c'era un angolo di terra pieno di sassi. Con un coltello vecchio e le mani gelate, scavarono una buca. Il nonno tirò fuori dalla tasca un germoglio di paulonia, che aveva strappato chissà dove, e lo piantò.

«Questo albero crescerà in fretta», disse. «Non sarà il fenghuang a posarvisi, non quest'anno. Ma un albero ci vuole, se uno vuole tenere la porta aperta.»

Quella primavera piantarono anche il bambù, lungo il muro, dove il vento arrivava meno. Il nonno ripulì la piccola sorgente che usciva dalla roccia e che nessuno curava più, tolse le foglie marce, spostò un sasso, e un filo d'acqua limpida tornò a scorrere.

I vicini guardavano e scuotevano la testa. «Per chi lo fate?» domandavano. «Per un uccello che non esiste?»

Il nonno non rispondeva. Ma con gli anni accadde una cosa strana, di quelle che nessuno decide: la gente, passando, si fermava alla sorgente. Qualcuno portava una pietra per fare un gradino. Qualcuno si offriva di aiutare con la recinzione. Poi, quando un inverno arrivò di nuovo a far male, una famiglia che aveva ancora un po' di riso lo divise con quella accanto, e nessuno ci fece su una canzone, perché sembrava la cosa naturale da fare.

Una sera d'estate si fermò un viandante con le scarpe rotte, e chiese di bere. Bevve alla sorgente, a lungo, poi guardò le case senza chiavistelli e disse piano: «Da molti villaggi sono passato, e in nessuno ho trovato la porta aperta». La ragazza non seppe che cosa rispondere. Gli diede una ciotola di minestra, e lui ripartì all'alba, più leggero.

La paulonia crebbe alta. Il nonno diventò più piccolo. Una mattina d'autunno si sedette sotto l'albero a guardare le foglie, e non si rialzò.

La bambina, che ormai non era più una bambina, restò. Continuò a tenere pulita la sorgente. Continuò a piantare bambù, uno ogni anno. Qualche volta, nei giorni peggiori, si sorprendeva a pensare che suo nonno si fosse sbagliato, e che si può passare una vita ad aspettare un uccello che sta da un'altra parte.

Poi, un giorno di fine primavera, il suo cortile si riempì di un silenzio diverso.

Non era il silenzio della paura. Era quello che c'è in una sala quando entra una persona che tutti rispettano. Gli uccelli avevano smesso di cantare, uno per uno, come se avessero capito. Anche i cani sull'altra sponda del torrente tacquero.

Lei alzò lo sguardo.

Sulla paulonia, nel punto più alto, si era posato un uccello grande come nessuno ne aveva visto. Le piume non avevano un colore: avevano cinque, e cambiavano con la luce, il rosso che sfumava nel giallo, il giallo nel verde, e poi l'azzurro, e un bianco che sembrava neve in controluce. La lunga coda scendeva come un drappo fino a sfiorare i rami più bassi. Sul petto, tra le piume, c'erano segni sottili che lei avrebbe giurato di saper leggere.

L'uccello la guardò. Poi aprì il becco e cantò.

Fu un suono che non assomigliava a nessuna musica che avesse mai sentito, e che faceva pensare a tutte. Dalle case uscirono le persone, una alla volta, in silenzio, con in mano ancora i mestoli e le zappe. Nessuno parlava. Una donna si mise la mano sulla bocca. Un uomo si tolse il cappello.

Il fenghuang aprì le ali e danzò.

Rimase per tutto quel giorno, e per la notte, e ancora per un po'. Bevve alla sorgente pulita. Beccò dal bambù i semi che lei aveva piantato anni prima. Poi, una mattina, non c'era più.

Nessuno pianse, perché non se ne era andato per delusione. Se ne era andato come se ne va un ospite gentile, lasciando la casa in ordine.

E la donna, ormai con i capelli grigi, uscì dietro casa, scavò una buca nel posto dove il vento era meno forte, e piantò un altro bambù.

Perché i tempi buoni, aveva capito, non sono qualcosa che arriva. Sono qualcosa che qualcuno tiene aperto.

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Fonti

  • «Shanhaijing», Classico dei monti e dei mari
  • Confucio, «Dialoghi», libro IX
Ciro Simone Irmici

Chi c'è dietro

Ciro Simone Irmici

Costruisco siti, app e giochi. L'Atlante l'ho costruito con l'intelligenza artificiale e controllo io ogni scheda e ogni fonte. Non sono uno studioso di mitologia: racconto le leggende con rispetto e dico sempre da dove vengono. Se conosci una leggenda del tuo paese, scrivimi.

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