
Vishnu
Viṣṇu, in sanscrito
per niente paurosa
Vishnu è venerato come la divinità che protegge e conserva il mondo. Ogni volta che l'ordine e la giustizia sono in pericolo, secondo la tradizione, scende sulla terra in una forma diversa: sono gli «avatar». Tra i più amati ci sono Rama, il principe giusto del Ramayana, e Krishna, il giovane pastore che suona il flauto. Viene raffigurato con la pelle blu e quattro braccia, che tengono una conchiglia, un disco, una mazza e un fiore di loto, e viaggia sull'aquila Garuda.
Lo sai che… la tradizione elenca dieci avatar principali di Vishnu: tra i primi ci sono un pesce, una tartaruga e un cinghiale.
La storia
C'è una promessa, nella tradizione indiana, che Vishnu fa a chi crede in lui: ogni volta che il giusto vacilla e l'ingiusto alza la testa, lui scenderà fra gli uomini. Non sempre con lo stesso volto. A volte sarà un pesce, a volte una tartaruga. E una volta fu qualcosa che non aveva mai visto nessuno.
Tutto cominciò con un re che pensava di essere più forte di un dio.
Si chiamava Hiranyakashipu, ed era il signore dei demoni. Aveva fatto penitenza per anni, in piedi su un piede solo, finché Brahma, il creatore, era sceso per ricompensarlo. «Chiedi ciò che vuoi.»
E lui aveva chiesto di non poter morire.
Brahma gli aveva spiegato che non era possibile. Allora il demone ci aveva pensato bene. Voleva non morire di notte e non morire di giorno. Non dentro una casa e non fuori. Non per mano di un uomo e non per mano di un animale, di un dio o di un demone. Non a terra e non in cielo. Non per un'arma.
«Sia così», aveva detto Brahma.
Hiranyakashipu tornò nel suo palazzo e cominciò a comandare. Fece costruire templi in suo onore e ordinò che nessuno pronunciasse il nome di un altro dio. Quando passava per la città, la gente abbassava gli occhi.
Aveva un figlio. Si chiamava Prahlada. Era piccolo, silenzioso, con gli occhi sempre pieni di luce. E non voleva ubbidire.
Perché Prahlada, fin da quando era nel grembo di sua madre, aveva ascoltato parole su Vishnu, e non riusciva a dimenticarle. Ogni volta che i maestri di corte gli insegnavano a lodare il re, lui sorrideva e diceva un altro nome.
«Ripeti», gli ordinava il maestro.
«Vishnu.»
Fu portato davanti a suo padre.
«Chi ti ha insegnato questa follia?» gridò il re. «Chi è questo Vishnu, che non ha paura di me?»
«Mio signore», rispose Prahlada con calma, «lui è dappertutto. È in te, in me, nelle cose che mangiamo. Non puoi cancellarlo.»
Il re non ne volle sapere. Ordinò di far sparire il bambino. Prima lo fecero attaccare da guerrieri armati di lance, e le lance si piegarono. Poi gli mandarono contro serpenti velenosi, e i serpenti si arrotolarono ai suoi piedi come cuccioli. Gli misero davanti elefanti furiosi, e gli elefanti si fermarono. Provarono con il veleno nel cibo, e Prahlada mangiò senza accorgersene. Lo gettarono da una rupe, e atterrò come una foglia. Lo legarono su un rogo, e il fuoco non ardeva.
Ogni volta, Prahlada ripeteva lo stesso nome. Non con rabbia. Come si dice il nome di un amico.
La gente della città cominciò a mormorare. Dopo l'ultima prova, quando il bambino uscì dalle ceneri senza nemmeno un segno sulla veste, nelle strade nessuno parlò ad alta voce, ma tutti si guardarono: chi poteva dire che il re fosse davvero più forte di tutto? Il re lo sentì, nel silenzio che lo seguiva ovunque andasse, e la sua collera crebbe.
Allora il re, fuori di sé, lo trascinò nella grande sala, tra le colonne di pietra.
«Dici che il tuo Vishnu è dappertutto. Allora è anche qui? In questa colonna?»
«Sì», disse Prahlada.
Hiranyakashipu rise, e il riso risuonò per tutta la sala. Alzò il pugno, e colpì la colonna con tutta la sua forza. La sala era enorme, scura, piena di quell'odore di incenso e di paura che ormai non lasciava più il palazzo.
Per un attimo non successe niente. Poi ci fu un rombo, come di una montagna che si spacca, e la colonna si aprì.
Ne uscì una forma che nessuno aveva mai visto. Aveva il corpo di un uomo e la testa di un leone, con una criniera di fuoco e occhi che bruciavano come braci. Le sue unghie erano lunghe e splendenti. Il suo ruggito fece tremare i muri. Era Narasimha, l'uomo-leone, e dentro di lui c'era Vishnu.
I guerrieri fuggirono. Hiranyakashipu, che non aveva mai avuto paura, restò a guardare. Poi si mise a combattere. Fu una lotta lunga, a colpi che scuotevano il palazzo. E mentre combattevano, la luce del giorno si fece rossa, poi grigia. Era il crepuscolo: non era giorno, né notte.
Narasimha afferrò il re e lo portò sulla soglia della sala. Non era dentro, e non era fuori. Lo sollevò e lo posò sulle sue ginocchia: non a terra, non in cielo. Non era un uomo, non era un animale, non era un dio. E non prese nessuna arma: usò soltanto le sue unghie.
Così finì il re, in un attimo, senza una parola. Tutte le condizioni del dono erano rispettate. Nessuna era stata infranta.
Poi il dio restò lì, ancora acceso di furore. Gli dèi guardavano da lontano e nessuno osava avvicinarsi, nemmeno Lakshmi, la sua sposa. Il ruggito non si spegneva. Soltanto un bambino non ebbe paura.
Prahlada si avvicinò, a piedi nudi, e si inchinò. Cominciò a parlare con la voce di sempre. Lodò il dio senza chiedergli nulla, perché non voleva niente. Disse che il mondo è pieno di paura, e che Vishnu è ciò che resta quando la paura se ne va.
Il leone ascoltò. A poco a poco il fuoco nei suoi occhi si abbassò. La mano che aveva fermato un tiranno si posò sulla testa del bambino, con la leggerezza di una piuma.
«Chiedi un dono», disse Narasimha.
«Non voglio niente», rispose Prahlada. «Se ti chiedessi qualcosa, sarebbe come comprarti. Ti chiedo solo che non nasca mai in me il desiderio.»
Il dio sorrise, e capì che quel bambino lo aveva conosciuto meglio di tutti gli dèi in cielo.
Prahlada divenne re. Governò il suo popolo con giustizia, e i templi non servirono più a dimostrare la potenza di nessuno. Dalla colonna, dicevano, era uscito non un mostro, ma una promessa che si manteneva.
Così, raccontano, Vishnu mantiene la promessa: quando il mondo è troppo buio, accende una luce nel posto più inatteso. Anche dentro un pezzo di pietra.
Tradizione viva, raccontata con rispetto: come raccontiamo i miti.
Parenti nel mondo
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Fonti
- «Vishnu Purana»
- «Bhagavad Gita»
