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Atlante dei Miti 0/300
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Una divinità serena con un terzo occhio, una falce di luna tra i capelli e un tridente, sullo sfondo di montagne innevate

divinità della trasformazioneMonte Kailash · tradizione induista

Shiva

Śiva, «il benevolo»

per niente paurosa

Shiva è una delle divinità più venerate dell'induismo. Nella Trimurti è quello che trasforma: distrugge ciò che è vecchio perché possa nascere qualcosa di nuovo. È raffigurato con un terzo occhio sulla fronte, una falce di luna e il fiume Gange tra i capelli, un serpente intorno al collo e un tridente in mano. È un grande asceta che medita sul monte Kailash, ma anche il re dei danzatori: con la sua danza, si dice, mantiene in movimento l'universo. La sua sposa è Parvati, e uno dei loro figli è Ganesha.

Lo sai che… secondo la tradizione, Shiva accolse sulla sua testa il fiume Gange che scendeva dal cielo, perché con la sua forza non distruggesse la terra.

La storia

In cima al monte Kailash, dove la neve non si scioglie mai, sedeva un uomo con la pelle coperta di cenere.

Aveva i capelli intrecciati in una massa scura, una falce di luna appoggiata fra i capelli, un serpente avvolto al collo come una collana, e un tridente piantato accanto a lui nella roccia. In mezzo alla fronte, sopra i due occhi chiusi, ne aveva un terzo. Stava seduto così da tempo immemorabile, in silenzio, senza muoversi.

Era Shiva. Chi lo ha incontrato dice che è il più calmo e il più terribile degli dèi, uno che distrugge ciò che è vecchio per far posto a ciò che nasce, ed è anche il re dei danzatori: dicono che il suo ballo tenga in movimento l'universo.

Ma di tutte le storie che si raccontano di lui, una delle più amate riguarda un fiume.

Molti secoli prima, sulla terra, regnava un re di nome Sagara. Aveva deciso di compiere un grande sacrificio. Per questo aveva lasciato libero un cavallo, che doveva vagare dove voleva per un anno, e i suoi sessantamila figli lo seguivano da lontano, per proteggerlo.

Una notte il cavallo sparì.

I sessantamila figli lo cercarono ovunque: sulla terra, sulle montagne, nelle valli. Non lo trovarono. Allora presero zappe e picconi e cominciarono a scavare, nel mezzo del mondo, scendendo sempre più in basso, finché la terra non tremò. E laggiù, in una caverna, trovarono il cavallo, e accanto a lui, seduto, un saggio che meditava: Kapila.

La caverna era silenziosa. Si sentiva soltanto il respiro lento del saggio, e l'acqua che gocciolava da molto lontano. Ma i sessantamila figli avevano fretta e avevano paura del re, loro padre, e la paura rende ciechi. Pensarono che fosse stato lui. Lo accusarono, lo insultarono, alzarono le armi. Kapila aprì gli occhi.

Non servì altro. Un solo sguardo, e dei sessantamila figli restò soltanto cenere.

Passarono generazioni. Quella cenere rimase là sotto, in fondo alla terra, senza pace. Si diceva che le anime dei figli di Sagara non potessero salire al cielo, se non fossero state toccate dall'acqua del grande fiume celeste, il Gange, che scorreva soltanto lassù.

Un discendente di Sagara, il re Bhagiratha, decise di portarlo giù.

Si ritirò a pregare. Rimase in penitenza per anni, mangiando poco, dormendo ancora meno, finché Brahma, il creatore, gli apparve. «Ho ascoltato», disse. «Il Gange scenderà. Ma c'è un problema: il fiume è così potente che, se cadesse dal cielo, spezzerebbe la terra come un vaso di argilla. Solo una persona può sostenerne la caduta: Shiva.»

Bhagiratha lasciò il regno ai suoi ministri e salì sul monte Kailash, dove l'aria è così sottile che ogni passo costa un respiro.

Rimase in piedi sulla punta di un piede, con le braccia alzate, per un anno intero, davanti al dio immobile. Il vento gli gelava il viso. La neve gli si posava sulle spalle. Una mattina, una voce profonda risuonò nell'aria, come un tuono lontano.

«Sono soddisfatto», disse Shiva. «Porterò io il fiume sulla mia testa.»

Il giorno stabilito, Shiva si alzò, si piantò sulla cima del monte, e aspettò.

Lassù, nel cielo, Ganga lo vide. Era una dea, oltre che un fiume: bianca, rumorosa, orgogliosa. Guardò giù, e vide un uomo con la pelle cosparsa di cenere. «Chi è questo?» pensò. «Lo trascinerò con me fin sotto terra, fino ai mondi più profondi, come un fuscello.»

E si lanciò.

Il rumore si sentì per tutto il mondo. Una colonna d'acqua grande come una montagna precipitò dal cielo, sbiancando le nuvole, facendo tremare le valli. Gli uccelli si alzarono dagli alberi. Gli uomini si buttarono a terra e si coprirono le orecchie.

Shiva non si mosse. Sotto i suoi piedi la roccia vibrò, ma lui restò dov'era, come una montagna dentro un'altra montagna.

L'acqua cadde su di lui, e lo coprì. Lui sapeva. Aveva letto il pensiero del fiume come si legge un libro aperto. Allora strinse i suoi capelli intrecciati, e il fiume vi si impigliò. Ganga cercava un'uscita, girava, girava, e non riusciva a trovare un solo varco in quella foresta di capelli. Vagò là dentro per anni, ma non toccò mai terra.

Giù, in fondo alla valle, Bhagiratha aspettava. Passò un mese, passò una stagione. Dalla cima del monte arrivava ogni tanto un rumore sordo, come di un mare chiuso in una grotta. Ma non scendeva una goccia.

Capì. Tornò sul monte e pregò di nuovo, con la stessa pazienza di prima. Shiva lo ascoltò. Sciolse una ciocca di capelli, e l'acqua uscì, piano, in sette rivoli. Tre andarono verso est, tre verso ovest, e il settimo seguì il carro di Bhagiratha.

Il re andava avanti sul suo carro, e il fiume dietro di lui, lungo e luminoso. Attraversarono pianure e foreste, superarono colline. Lungo il cammino, il fiume allagò per sbaglio la casa di un altro saggio, Jahnu, che stava pregando. Jahnu, infastidito, bevve il fiume in un sorso. Bhagiratha e gli dèi lo pregarono di perdonarlo, e il saggio lo lasciò uscire da un orecchio. Per questo, dicono, il Gange si chiama anche Jahnavi, la figlia di Jahnu.

Alla fine arrivò al mare. Scese fino alle profondità della terra, nella caverna dove giaceva la cenere dei sessantamila figli di Sagara. L'acqua la toccò.

E i figli salirono al cielo.

Da allora il Gange scorre in India. Si dice che sia sceso dal cielo per amore di una promessa fatta ai morti. Milioni di persone vanno a bagnarsi nelle sue acque, a portare fiori, a lasciare piccole lampade che galleggiano nel buio, una dietro l'altra, come se il fiume avesse ancora tante stelle da portare con sé.

E su una montagna di neve, dicono, un uomo coperto di cenere siede ancora a occhi chiusi, con un po' di quel fiume fra i capelli.

Tradizione viva, raccontata con rispetto: come raccontiamo i miti.

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  • Musica per leggere: Cinematic JourneyMusica epica da film, senza parole, di Ciro Simone IrmiciSpotifyYouTube Music

Fonti

  • «Shiva Purana»
  • «Ramayana», libro I (la discesa del Gange)
Ciro Simone Irmici

Chi c'è dietro

Ciro Simone Irmici

Costruisco siti, app e giochi. L'Atlante l'ho costruito con l'intelligenza artificiale e controllo io ogni scheda e ogni fonte. Non sono uno studioso di mitologia: racconto le leggende con rispetto e dico sempre da dove vengono. Se conosci una leggenda del tuo paese, scrivimi.

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