
Durga
Durgā, «l'inaccessibile»
un po' paurosa
Durga è una dea guerriera venerata come la forza e la protezione. La tradizione racconta che un demone-bufalo, Mahishasura, aveva vinto gli dèi in guerra e li aveva cacciati dal cielo. Allora gli dèi unirono la loro energia e da quella luce nacque Durga, con molte braccia e in ognuna un'arma regalata da un dio diverso. Cavalcando un leone o una tigre, affrontò Mahishasura e lo sconfisse dopo una lunga battaglia.
Lo sai che… ogni autunno, soprattutto a Calcutta, si celebra la Durga Puja: per giorni la città si riempie di statue e padiglioni dedicati a lei.
La storia
C'era un tempo in cui gli dèi persero il cielo.
Non fu una guerra di un giorno. Fu una guerra lunga, di cent'anni, fra gli dèi e i demoni, e alla fine vinsero i demoni. A guidarli c'era Mahishasura, che aveva la forma di un bufalo gigantesco e, quando voleva, assumeva anche forme d'uomo. Mise in fuga Indra, il re degli dèi. Si sedette sul suo trono. E gli dèi, senza più una casa, si trovarono a vagare sulla terra, come mendicanti, nascondendosi nelle foreste e nelle grotte.
Dopo molto vagare, andarono da Brahma, e con Brahma da Shiva e da Vishnu. Raccontarono tutto: che il demone aveva preso il posto del sole e della luna, del fuoco e del vento, e che adesso comandava lui.
Vishnu e Shiva ascoltarono in silenzio. Sentivano, dietro quelle parole, tutto il peso dei cento anni di sconfitta: i palazzi vuoti, i templi senza offerte, le preghiere che nessuno più portava in cielo. Poi un'ombra di rabbia attraversò il loro volto. Dal volto di Vishnu, dal volto di Shiva, dal volto di Brahma, e dal corpo di tutti gli altri dèi, uscì una luce. Una luce enorme, un fuoco senza fiamme, che saliva e si univa in una sola massa, come una montagna in fiamme.
La luce si fece forma. Era una donna.
Gli dèi la guardarono senza parlare. Non somigliava a nessuno di loro e somigliava a tutti. Aveva uno sguardo calmo, di chi sa già come andrà a finire, e nel suo silenzio c'era una promessa.
Il suo volto era la luce di Shiva. I suoi capelli, quelli di Yama, il dio della morte. Le sue braccia, quelle di Vishnu. Il suo petto, la luna. I suoi fianchi, Indra. Le sue gambe, Varuna, il dio delle acque. In ognuna delle sue mani gli dèi misero un'arma. Shiva le diede un tridente. Vishnu, un disco. Varuna, una conchiglia. Agni, una lancia. Indra, un fulmine e una campana. Yama, un bastone. Brahma, una collana di perle e un vaso d'acqua. Il Tempo le diede una spada e uno scudo. Vishvakarman, l'artigiano degli dèi, un'ascia. Altri le donarono gioielli, collane, un fiore che non appassiva. L'Himalaya le donò un leone, perché la portasse in battaglia.
Quando fu pronta, la Dea sorrise. Rise con una voce così forte che il cielo ne vibrò, la terra tremò, i mari si alzarono. E gli dèi gridarono: «Vittoria!»
Nel palazzo di Mahishasura, i demoni sentirono il rumore. Il re si alzò dal trono. «Che cos'è questo suono?» E con tutto il suo esercito uscì a vedere. Mandò avanti spie, poi guerrieri; nessuno tornò capace di dire cosa aveva visto, ma tutti tornarono più silenziosi.
Il mondo, davanti a lui, era pieno di luce. Su un leone ruggente, circondata da braccia che portavano mille armi, c'era una donna sola. Era alta fino al cielo. I suoi piedi sfioravano la terra.
I generali dei demoni, Chikshura e Chamara, si lanciarono avanti con interi eserciti di elefanti e di carri. La Dea non si mosse. Respirò, e dal suo respiro nacquero migliaia di guerrieri, che le stavano intorno come un esercito divino. Uno dopo l'altro, i generali caddero: Chamara, Chikshura, e gli altri, finché sul campo non rimasero che polvere e il rumore di un tamburo lontano. Il leone si lanciò nella mischia, scuotendo la criniera come un incendio. La battaglia fu lunga e rumorosa. Frecce, lance, asce, tamburi, il crepitio dei fuochi. A ogni colpo dei demoni, la Dea rispondeva, senza fretta, senza paura.
Alla fine, restò solo Mahishasura.
Il demone-bufalo avanzò. Aveva le corna lunghe e il fiato bollente, e a ogni passo la terra gemeva sotto i suoi zoccoli, e le montagne tremavano come alberi nel vento. Per un istante, anche i guerrieri più coraggiosi pensarono di fuggire. Per prima cosa caricò, come un bufalo vero, e i guerrieri della Dea furono spazzati via. Il leone arretrò. Ma la Dea gli gettò addosso il suo laccio e lo strinse. Il demone, allora, cambiò forma. Divenne un leone, e ruggì. Divenne un uomo con la spada, e la sua lama brillò. Divenne un elefante, e la sua proboscide cercò di afferrarla. Ogni volta, la Dea lo fermava.
Ogni volta, Mahishasura tornava bufalo. Ogni volta, rideva.
La Dea lo guardò. Si fermò un momento, come chi prende fiato. Poi balzò in alto, e scese su di lui con tutto il suo peso, premendo il suo piede sul collo del bufalo. Con la lancia, lo colpì. Il demone cercò di uscire dalla sua stessa forma, mezzo bufalo e mezzo uomo, ma non fece in tempo. Fu la fine della sua guerra.
Il silenzio che seguì fu più forte del rumore. Dal cielo cadde una pioggia di fiori.
I demoni rimasti fuggirono. Gli dèi, uno dopo l'altro, uscirono dai loro nascondigli. Si inchinarono. Cantarono un inno, e lo cantano ancora: «Ti salutiamo, Dea, tu che sei la forza in tutte le cose, tu che sei la pace in tutte le cose. Tu hai preso la nostra luce e l'hai fatta forte. Per questo possiamo tornare a casa.»
La Dea li ascoltò con dolcezza. Poi disse: «Chiedete ciò che volete.»
«Una sola cosa», risposero. «Che tu venga ogni volta che ne avremo bisogno.»
Lei promise: ogni volta che il mondo fosse in pericolo, ogni volta che qualcuno la chiamasse con cuore sincero, sarebbe tornata.
Ancora oggi, in India, ogni autunno, per giorni le città si riempiono di statue e di padiglioni dedicati a lei, soprattutto a Calcutta: la Dea sta in piedi sul suo leone e ferma con il piede un bufalo, e la gente le porta fiori, canta e accende lampade. È il modo di dirle che il suo ritorno, ogni anno, è atteso.
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