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Atlante dei Miti 0/300
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Una divinità con la testa di elefante, una zanna spezzata e un piatto di dolcetti, con un topolino ai piedi

divinità degli inizitutta l'India · tradizione induista

Ganesha

Gaṇeśa, «signore delle schiere»

per niente paurosa

Ganesha è riconoscibile da tutti: ha la testa di elefante e il corpo di un bambino paffuto, e viaggia su un topolino. È la divinità che toglie gli ostacoli, protegge gli inizi, lo studio e la scrittura, e per questo viene pregato all'inizio di ogni cosa importante. Una storia racconta come ottenne la sua testa: Parvati l'aveva creato per fare la guardia alla porta, e lui non lasciò entrare nemmeno Shiva, che non lo conosceva. Dopo lo scontro, Shiva gli diede la testa del primo animale incontrato, un elefante, e lo accolse come figlio.

Lo sai che… secondo la tradizione fu Ganesha a scrivere il lunghissimo poema «Mahabharata», dettato dal saggio Vyasa, usando come penna una sua zanna spezzata.

La storia

Sul monte Kailash, in una casa di neve e di silenzio, viveva Parvati.

Era la sposa di Shiva, il grande asceta, e di solito la casa era piena di creature: i seguaci di Shiva, i gana, una moltitudine di piccoli spiriti rumorosi che scendevano e salivano le scale a ogni ora. Obbedivano a Shiva. Non ascoltavano nessun altro. Una mattina Parvati, mentre si preparava per il bagno, si accorse che nessuno, in quella casa, era davvero suo.

Allora fece una cosa semplice. Prese l'impasto profumato con cui si ungeva la pelle, e lo lavorò fra le mani. Ne fece una figura: due braccia, due gambe, una faccia tonda. Soffiò. La figura respirò, aprì gli occhi e disse: «Madre».

Era un bambino, e Parvati lo guardò a lungo, come si guarda qualcosa che non si aspettava di amare tanto.

«Ascoltami», gli disse. «Io sto per fare il bagno. Resta alla porta. Non lasciar entrare nessuno.»

«Nessuno», ripeté il bambino. «Va bene, madre.»

E si piantò davanti all'ingresso con un bastone in mano, serio come un soldato di vent'anni.

Passò un po' di tempo. Poi arrivò Shiva.

Tornava dalla meditazione, stanco, coi capelli pieni di polvere. Salì i gradini e trovò, davanti alla porta, un bambino che non aveva mai visto.

«Fermo», disse il bambino. «Mia madre fa il bagno. Non si passa.»

Shiva sorrise. Non era abituato a sentirsi dire di no. «Piccolo, io sono suo marito. Lasciami passare.»

«Non mi interessa chi sei. Mia madre ha detto nessuno.»

Shiva insistette. Il bambino non si spostò di un passo. Non conosceva quell'uomo con i capelli pieni di polvere e il serpente al collo; conosceva soltanto la voce di sua madre, e quella voce aveva detto una parola sola. Allora Shiva chiamò i suoi gana, che si fecero avanti ridendo: sarebbe bastato un soffio. Ma il bambino li affrontò tutti col suo bastone, e li rimandò indietro, uno dopo l'altro, scornati e scompigliati. Perfino gli dèi accorsi a vedere restarono a bocca aperta.

Allora la collera di Shiva scoppiò, improvvisa come un temporale. Fu un gesto rapido, e non si poté più riprenderlo. Quando il fragore cessò, il bastone era a terra, il bambino non c'era più, e la porta era libera.

Parvati uscì dal bagno e trovò il silenzio.

Non gridò subito. Guardò il suo bambino, e capì. Poi alzò gli occhi su Shiva, e quegli occhi erano tali che i gana si nascosero dietro le colonne. «Che cosa hai fatto?» disse piano. E dall'ombra di lei cominciarono a nascere forze terribili, mani, fiamme, tempeste, e gli dèi capirono che, se non fosse stato rimediato, la dea avrebbe distrutto il mondo.

Si inginocchiarono tutti davanti a lei. La pregarono. «Calmati, madre. Rimedieremo.»

Shiva stesso, che non si chinava davanti a nessuno, abbassò la testa. Parlò ai suoi gana: «Andate verso nord. Il primo essere vivente che incontrerete, con la testa rivolta a nord, portatemi la sua testa».

I gana corsero. Camminarono per giorni. Ai confini della foresta trovarono un elefante, che dormiva con la testa verso nord, e lo rispettarono, e gli chiesero il permesso, e portarono la sua testa a Shiva.

Shiva la posò sul corpo del bambino. Pronunciò una parola. E il bambino aprì gli occhi.

Aveva la faccia di un elefante, le orecchie come due foglie larghe, e una proboscide che si muoveva lenta. Guardò Parvati. Non aveva paura. Disse: «Madre, ho sentito che hai pianto».

Parvati lo prese fra le braccia e non lo lasciò più.

Shiva, accanto a loro, disse: «Sei mio figlio, adesso, come sei di Parvati. Sarai a capo dei gana. Il tuo nome sarà Ganesha, il signore dei gana. E chiunque comincerà qualcosa d'importante dovrà pregare prima te, e così gli ostacoli si toglieranno dalla sua strada».

È per questo che in India, ancora oggi, chi apre un negozio, chi comincia un viaggio, chi si siede a un esame, chi inaugura una casa, nomina per prima cosa Ganesha. Chi non lo fa parte con una porta chiusa davanti.

Un'altra storia lo riguarda, e si racconta nel «Mahabharata».

Il saggio Vyasa aveva dentro di sé un poema, il più lungo mai ideato, la storia di una grande guerra fra cugini. Era così lungo e complicato che nessun uomo poteva ricordarlo per intero. Gli serviva qualcuno che lo scrivesse mentre lo diceva. Il dio Brahma gli consigliò: «Chiedilo a Ganesha».

Ganesha accettò. Ma pose una condizione: «Va bene, ma la penna non si deve mai fermare. Se ti fermi un istante, io me ne vado».

«Va bene», disse Vyasa. «A una condizione anch'io: non scrivere nulla che tu non abbia capito.»

Cominciarono. Vyasa dettava, la penna di Ganesha volava sulle foglie. Ma Vyasa conosceva i trucchi. Ogni tanto, in mezzo ai versi, ne metteva uno così difficile e così pieno di significati nascosti che Ganesha doveva fermarsi a riflettere. E in quegli istanti Vyasa, tranquillo, componeva i versi seguenti.

Il lavoro durò anni. Poi, un giorno, la penna di Ganesha si spezzò.

Non c'era tempo di cercarne un'altra. Se avesse smesso di scrivere, avrebbe perso la scommessa. Ganesha guardò una delle sue zanne, la spezzò con la mano, e continuò a scrivere con quella, senza fermarsi un istante.

Il poema fu finito. E da allora Ganesha ha una zanna sola.

Nei templi e nelle case, dove lo dipingono con la pancia tonda e le mani aperte, gli mettono vicino un topolino. Dicono che sia il suo compagno di viaggio: un animale piccolo, che passa dappertutto, anche dove nessun altro riesce a passare.

Per questo, forse, la sua immagine sta all'ingresso di tante case e di tanti negozi, sopra la porta. Il primo a custodire quella soglia, un tempo lontano, era un bambino che aveva promesso a sua madre di non lasciar entrare nessuno. E aveva mantenuto la parola.

Tradizione viva, raccontata con rispetto: come raccontiamo i miti.

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Fonti

  • «Shiva Purana»
  • «Mahabharata», libro I
Ciro Simone Irmici

Chi c'è dietro

Ciro Simone Irmici

Costruisco siti, app e giochi. L'Atlante l'ho costruito con l'intelligenza artificiale e controllo io ogni scheda e ogni fonte. Non sono uno studioso di mitologia: racconto le leggende con rispetto e dico sempre da dove vengono. Se conosci una leggenda del tuo paese, scrivimi.

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