Vai al contenuto
Atlante dei Miti 0/300
IT
Una creatura verde con il guscio di tartaruga e un piattino d'acqua sulla testa che fa un inchino sulla riva di un fiume

spiriti dei fiumifiumi e stagni del Giappone · mitologia giapponese

I kappa

河童, «bambino del fiume»

un po' paurosa

Il kappa è uno spirito dei fiumi grande come un bambino, verde, con un guscio da tartaruga sulla schiena e un becco. Sulla testa ha un piattino pieno d'acqua: finché è pieno, il kappa è fortissimo. Gli piacciono i cetrioli e la lotta, e a volte trascina in acqua chi si avvicina troppo alla riva. Ma è anche educatissimo: se gli fai un inchino, lui risponde con un inchino, l'acqua gli cade dalla testa e perde le forze. Secondo alcune tradizioni popolari, certi kappa, una volta sconfitti, insegnano agli uomini l'arte di curare le fratture.

Lo sai che… i sushi rotolati con il cetriolo in Giappone si chiamano «kappa maki», proprio perché il cetriolo è il cibo preferito del kappa.

La storia

Il nonno lo ripeteva ogni estate, da quando il ragazzo era abbastanza grande per andare al fiume da solo.

«Se vedi delle impronte piccole sulla sabbia, come di una mano di bambino, ma con le dita unite da una pellicola, torna indietro. Se non puoi tornare indietro, ricordati di tre cose.»

«Quali?»

«Primo: non fare mai il prepotente. Secondo: porta sempre un cetriolo. Terzo…»

Il nonno aveva una pausa, in quel punto. Si grattava la barba, guardava fuori dalla finestra, dove i campi bruciavano al sole.

«Terzo, sii educato. Più educato di quanto sei con me.»

Il ragazzo rideva. Poi, ogni volta, dimenticava tutto.

Quel pomeriggio faceva un caldo che pesava sulle spalle come un sacco. Il ragazzo condusse il cavallo giù per il sentiero fino al fiume, dove l'acqua formava una pozza larga e profonda, verde scura, con le canne che si chinavano sulla riva. In tasca aveva un cetriolo, preso di nascosto dalla cucina. Non sapeva nemmeno perché.

La pozza era tranquilla. Troppo. Non c'erano libellule, non c'erano rane, e il frinire delle cicale, dall'alto della collina, arrivava come da un altro mondo.

Il cavallo abbassò il muso per bere. Poi alzò la testa, di scatto, con le narici larghe.

«Calmo», disse il ragazzo. «Che c'è?»

Il cavallo si agitò. Qualcosa, sotto la superficie, si muoveva. Una piccola increspatura salì dal fondo, si allargò in cerchi lenti, e arrivò fino ai suoi piedi.

Poi vide le impronte.

Erano proprio lì, a un passo dal suo sandalo: piccole, bagnate, con le dita unite. Partivano dall'acqua e arrivavano fino alla riva. Si fermavano a metà.

«Torna indietro», disse una vocina nella sua testa. Era la voce del nonno.

Troppo tardi. Con un tonfo, dall'acqua uscì una testa.

Era una testa rotonda, di un verde vecchio, come una pietra di fiume. Aveva due occhi sporgenti, un becco da uccello e, in cima, un incavo liscio pieno d'acqua, come un piattino. Dietro le spalle sporgeva un guscio, come quello di una tartaruga. Il corpo era piccolo, quanto quello di un bambino di sei anni, ma le braccia erano lunghe e agili come quelle di una scimmia.

Il kappa uscì dall'acqua, si scrollò, e lo guardò con occhi che non battevano.

«Un cavallo», disse, con una voce che sembrava il gorgoglio di un tubo. «Bel cavallo. Lo voglio.»

«Non è mio», balbettò il ragazzo.

«Allora vengo a prenderti io.» Il kappa sorrise, e il becco si aprì. «Facciamo a lotta. Se vinco, vi porto giù tutti e due. Se vinci tu…»

Si fermò, come se l'idea non gli fosse mai passata per la testa.

«Non vinci mai tu», concluse.

Il ragazzo capì che era finita. Il kappa era più piccolo di lui, ma si muoveva come l'acqua in piena. Le gambe gli tremavano. Per un attimo pensò di scappare. Poi, chissà come, gli tornò in mente quello che il nonno aveva detto per ultimo.

Sii educato.

Si raddrizzò. Chiuse gli occhi. Prese fiato.

E fece un inchino. Non un cenno qualunque, di quelli che si fanno distrattamente passando in strada. Un inchino lento, profondo, con la schiena dritta e le mani lungo i fianchi, come lo avrebbe fatto davanti al maestro. Un inchino che durava.

Per un momento non successe niente.

Poi il kappa, dall'altra parte, si irrigidì. Aprì il becco. Lo richiuse. Qualcosa, dentro di lui, scattò: perché i kappa sono fatti così, hanno le buone maniere nel sangue, e a un inchino così bello non si può non rispondere.

Lentamente, con la schiena rigida e gli occhi spalancati, il kappa si piegò in avanti.

Il piattino si inclinò.

L'acqua scivolò fuori, in un filo sottile. Poi tutta insieme, con un piccolo suono, giù sulla sabbia.

Il kappa si fermò a metà inchino. Lo sguardo gli si fece vuoto. Le braccia, che un attimo prima sembravano d'acciaio, ricaddero molli. Con un lamento lungo come un sospiro, si afflosciò sulla riva e rimase lì, piccolo e molle come una rana, con il guscio che si alzava e si abbassava a ogni respiro.

Il ragazzo restò immobile.

«Acqua», disse il kappa, con un filo di voce. «Per favore.»

«Perché dovrei? Volevi portarmi in fondo al fiume.»

«Perché… perché non ce la faccio… Per favore.»

Era la voce di un bambino che ha fatto una cosa sbagliata e sa di averla fatta.

Il ragazzo guardò il cavallo. Guardò il fiume, guardò la creatura sulla sabbia. Poi, piano, si inginocchiò. Raccolse l'acqua del fiume nelle mani a coppa, e la versò con cura nel piattino.

Il kappa si riempì come un fiore al sole. Aprì gli occhi, si mise a sedere, si guardò le mani.

«Sono stato un po' sgarbato», ammise, e per la prima volta parve vergognarsi.

«Un po'.»

«Non lo faccio più. Prometto. Né a te né al tuo cavallo né a nessuno del villaggio.» Si grattò il guscio. «Ti devo qualcosa.»

Dal fondo della pozza tirò fuori una piccola scodella di ceramica, chiusa con un tappo di foglia. Dentro c'era un unguento verde scuro che sapeva di erbe e di fiume.

«Per le ossa rotte. Di chi cade, di chi si fa male. Lo sappiamo fare solo noi, e te lo do.»

Il ragazzo prese la scodella. Dopo un po' si ricordò anche del cetriolo, lo tirò fuori dalla tasca e lo porse con tutte e due le mani, come aveva visto fare agli adulti.

Il kappa lo guardò. Gli occhi gli brillarono come due lanterne. Poi lo addentò, e per un lungo minuto non si sentì altro che un rumore di cetriolo masticato, e di una creatura che ne era felicissima.

Il giorno dopo, sulla soglia di casa, il ragazzo trovò un pesce. Uno solo, grasso e ancora bagnato. Nessuno seppe dire chi lo avesse portato.

Il nonno lo guardò, poi guardò il nipote, poi la scodella.

«Hai fatto un inchino?» chiese soltanto.

«Sì.»

«Bravo.»

Da quell'estate, ogni volta che il ragazzo passa vicino a una pozza larga e profonda, si ferma, raddrizza la schiena e saluta l'acqua con un piccolo inchino.

E l'acqua, a volte, risponde con un piccolo cerchio.

Tradizione viva, raccontata con rispetto: come raccontiamo i miti.

Nei percorsi

Ascolta / Leggi anche

  • Musica per leggere: Cinematic JourneyMusica epica da film, senza parole, di Ciro Simone IrmiciSpotifyYouTube Music

Fonti

  • Kunio Yanagita, «Tōno monogatari», I racconti di Tōno (1910)
  • Michael Dylan Foster, «The Book of Yōkai» (2015)
Ciro Simone Irmici

Chi c'è dietro

Ciro Simone Irmici

Costruisco siti, app e giochi. L'Atlante l'ho costruito con l'intelligenza artificiale e controllo io ogni scheda e ogni fonte. Non sono uno studioso di mitologia: racconto le leggende con rispetto e dico sempre da dove vengono. Se conosci una leggenda del tuo paese, scrivimi.

Altri miei lavori: audiolibri gratis su YouTube · ebook su Gumroad · Apple Books · musica su Spotify e YouTube Music