
Il Serpente Arcobaleno
chiamato con nomi diversi in molte lingue aborigene
per niente paurosa
In molte culture aborigene d'Australia compare un grande essere ancestrale a forma di serpente legato all'acqua, alla pioggia e all'arcobaleno. Nei racconti pubblici, muovendosi sulla terra all'inizio dei tempi, ha scavato con il suo corpo i letti dei fiumi, le gole e le pozze d'acqua. È una figura potente: protegge le fonti d'acqua, preziosissime nel deserto, e chi non rispetta le regole della comunità può incorrere nella sua ira. Ogni popolo lo chiama con il suo nome e lo racconta a modo suo.
Lo sai che… le immagini del serpente dipinte sulle rocce della Terra di Arnhem sono molto antiche: gli studiosi le datano a migliaia di anni fa.
La storia
Prima di cominciare, una promessa: vi dirò una storia sola, e vi dirò anche che è una storia sola fra molte.
Il Serpente Arcobaleno non appartiene a un popolo solo. In molte parti dell'Australia gli aborigeni raccontano di un grande essere ancestrale a forma di serpente, legato all'acqua, alla pioggia e all'arcobaleno. Ogni popolo lo chiama col suo nome, nella sua lingua, e lo racconta a modo suo: a volte è maschio, a volte femmina, a volte tutti e due, a volte è buono e a volte è terribile. Quella che vi racconto è la forma più semplice e più pubblica, quella che si può dire a tutti. Le altre, quelle che appartengono ad altri, non sono mie.
All'inizio, raccontano, la terra era piatta e asciutta, e il caldo la copriva come una coperta.
Non c'erano fiumi. Non c'erano pozze. Non c'erano gole, né rocce con l'ombra sotto. C'era una distesa dura, color polvere, e sotto la polvere qualcosa dormiva.
Dormiva da tanto tempo che la sua pelle aveva preso i colori della terra, e nessuno, nemmeno il vento, ricordava più il suo respiro. Poi, un giorno, si svegliò.
Prima si mosse la coda, e la terra tremò. Poi si mosse il corpo, lungo come un fiume, e dalla polvere uscì un serpente enorme, con le squame che luccicavano di tutti i colori: rosso come la sabbia, giallo come il sole, verde come l'erba che ancora non c'era, azzurro come il cielo dopo la pioggia.
Il serpente cominciò a strisciare.
Dove passava, il suo corpo premeva sulla terra e la scavava. Un lungo solco, che si faceva più profondo a ogni curva: era il letto di un fiume. Un grande colpo di coda spaccò la roccia in due, e tra le due pareti rimase una gola, stretta e fresca, dove l'ombra durava tutto il giorno. Dove il serpente si fermava per riposare, il suo peso lasciava una conca tonda, e nella conca, da sotto, saliva l'acqua. Era la prima pozza.
Il serpente andava e tornava, avanti e indietro, senza fretta e senza mai perdere la strada, perché ogni curva era una decisione. Con la sua strada nacquero i fiumi, con le sue soste le sorgenti. E quando era felice e si alzava verso il cielo, il suo corpo disegnava un arco di tutti i colori nel vapore dell'aria: l'arcobaleno. Così, dicono, si capiva dove stava andando, da una pozza all'altra.
Dopo il serpente, venne tutto il resto. Intorno all'acqua cominciarono a crescere le piante. Gli animali vennero a bere. E poi vennero le persone, con il loro cammino lento, di pozza in pozza, di stagione in stagione, nel Paese asciutto.
Il serpente, però, non se n'era andato. Si era ritirato nelle acque più profonde, e da lì sorvegliava.
Immaginate una famiglia, in un giorno di fine stagione secca. Camminava da molte ore. I bambini avevano le labbra spaccate, il vecchio zoppicava, la madre aveva smesso di cantare per risparmiare il fiato. Poi, in fondo a una gola, comparve la pozza: acqua scura e ferma, circondata di rocce, con il cielo dentro.
I bambini volevano buttarsi dentro. Il vecchio li fermò con un solo gesto.
«Aspettate.»
Si avvicinò piano, si chinò, e parlò all'acqua a mezza voce, come si parla a chi è più anziano di noi e vive in casa sua. Non sappiamo cosa disse: queste parole non sono mie e non le conosco. Poi attese. L'acqua restò ferma. Un'ala di uccello passò sopra la superficie e non la increspò.
«Adesso», disse.
Bevvero. Nessuno gridò, nessuno schizzò, nessuno prese più di quanto serviva. Fecero tutto come andava fatto, in silenzio, con rispetto, e il Paese li lasciò passare.
Perché il Serpente Arcobaleno protegge le acque, e l'acqua, nel deserto, è la cosa più preziosa che esista. Chi la tratta bene ha da bere. Chi la rispetta ha un fiume. Ma immaginate anche un'altra storia, di questo tipo, scritta da noi: di quelle che si raccontano quando si vuole che i bambini ascoltino con attenzione.
Mettiamo che una volta qualcuno sia arrivato a una pozza e non abbia chiesto permesso. Disse che l'acqua era di tutti, che nessuno poteva dirgli cosa fare. Si buttò dentro, fece schizzi, prese più di quanto servisse e ne sprecò il resto.
Il cielo, allora, si fece scuro in un momento. Dall'orizzonte arrivò un vento caldo, poi un tuono. Le nuvole si abbassarono fino a toccare le rocce. Nell'aria si sentì un suono lungo, un fruscio d'acqua enorme che si muoveva da qualche parte sotto la terra. La pozza si gonfiò. Il letto del fiume, asciutto da mesi, si riempì in un attimo di una piena marrone, e l'uomo fu portato via, spaventato e senza fiato, molto più lontano di quanto avesse mai voluto andare.
Non si sa se tornò, né come finisse. Qui non lo diciamo, perché non è la fine che conta.
Conta che l'acqua ha un custode. Conta che il Paese non è un oggetto da prendere, ma una casa da abitare con le regole di chi ci vive. E conta che il serpente c'è ancora. Lo sanno gli uomini che chiedono permesso alle pozze, e lo sanno i ragazzi che, dopo la prima pioggia, guardano l'arcobaleno sopra le colline e restano in silenzio.
Per migliaia di anni, in Arnhem Land, nel Nord dell'Australia, il serpente è stato dipinto sulle pareti di roccia: un lungo corpo ondulato, con la testa grande e le spire che ricordano un fiume. Quelle immagini sono ancora lì, sotto gli strapiombi che le proteggono dalla pioggia, e chi le guarda oggi guarda un'idea che ha viaggiato da una generazione all'altra, di nonno in nipote, senza interrompersi.
Il Serpente Arcobaleno non è una storia sola. È molte storie, e nessuna è una favola. Le storie vere appartengono ai Custodi tradizionali di ogni popolo, ed è da loro che vanno ascoltate. Chi sa ascoltare, quando passa vicino a una sorgente, abbassa la voce.
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Fonti
- Australian Institute of Aboriginal and Torres Strait Islander Studies (AIATSIS), «The Dreaming»
- Paul S. C. Taçon e altri, «The Rainbow Serpent in Arnhem Land rock art», Antiquity (1996)
