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Una marionetta di legno con un'armatura lucente, l'elmo con il pennacchio e una spada, su un piccolo palco

paladinoPalermo e Catania · Sicilia

I Pupi e Orlando

«l'Opra dî pupi», in siciliano

per niente paurosa

Nei teatrini siciliani le marionette di legno con le armature lucenti raccontano le imprese dei paladini di Carlo Magno: Orlando, il più forte di tutti, suo cugino Rinaldo, il traditore Gano di Maganza, le battaglie contro i Saraceni e l'amore per la bella Angelica. Le storie vengono dai poemi cavallereschi, come l'«Orlando furioso» di Ariosto. I pupari muovevano i pupi con aste di ferro, la principale infilata nella testa, spesso improvvisavano le battute, e un racconto poteva continuare a puntate, sera dopo sera, per mesi.

Lo sai che… l'Opera dei pupi fu proclamata dall'UNESCO nel 2001 e iscritta nel 2008 nella Lista rappresentativa del patrimonio culturale immateriale.

La storia

Alle otto di sera, in quel vicolo di Palermo, la porta del teatrino si apre, e dentro c'è già mezza città.

Tu entri. La sala è piccola e profumata di legno vecchio. Le sedie sono quasi tutte occupate: operai, donne con la spesa, nonni con il cappello in mano, ragazzini ammucchiati in prima fila. Il teatro dei pupi è per loro. Lo è sempre stato, fin da quando, nell'Ottocento, si è affermato in Sicilia: è lo spettacolo della gente che lavora, dove nessuno deve spiegare niente a nessuno.

In fondo alla scena c'è una tela dipinta, grande quanto il palco. Sotto, il cartellone della serata. È a tempera, diviso in otto riquadri, otto «scacchi», e ogni riquadro è una scena della storia. Accanto è appeso un foglio con una sola parola: «Oggi». Indica la puntata di stasera.

Perché la storia dei pupi non finisce mai. Continua sera dopo sera, per settimane, per mesi. Ogni giorno si lascia tutti con il fiato sospeso, e ogni giorno si torna per sapere cosa succede.

Il pianino a cilindro attacca una musica. Si spengono le luci. Il sipario si alza.

Ed eccolo.

Il pupo è alto circa novanta centimetri. Sembra poco, ma pesa da cinque a dieci chili, perché è coperto di vera armatura, che brilla sotto le lampade come argento. Ha il volto dipinto, gli occhi grandi, un'espressione che da lontano pare viva. Ha ginocchia che si piegano. Cammina avanti, si inchina, e quando mette la mano sull'elsa, la spada esce dal fodero con un fruscio e un luccichio: dietro, nascosto, c'è un filo che passa dentro la mano destra, e basta tirarlo.

Ma la sala non pensa al filo. La sala guarda lui. È Orlando, il più forte di tutti i paladini di Carlo Magno.

Dietro la scena, a destra, c'è il puparo. Muove il pupo con un ferro che gli passa per la testa e lo collega al busto, con un uncino in cima. E con la bocca fa tutti i personaggi: la voce rauca dell'imperatore, quella dolce di Angelica, quella cupa del traditore. Fa anche i rumori, i colpi, le luci. Non ha un copione. Gran parte delle battute le inventa lì per lì, guardando la faccia della platea, sentendo se ride o se trattiene il fiato.

Stasera la storia è questa.

Carlo Magno è nel suo accampamento, e i Saraceni sono vicini. Rinaldo, il cugino di Orlando, si affaccia da destra, con l'elmo in testa e la voce forte. Dice che si deve attaccare subito. Poi arriva lui, Gano di Maganza.

Quando entra, la sala fischia. Lo ha sempre fatto. È il traditore, quello che sorride sempre un po' troppo, e si inchina troppo basso. Lo chiamano per nome, a voce alta, con affetto e disprezzo insieme. Il puparo gli dà una voce sottile, melliflua, e lui parla a Carlo Magno con parole dolci, come un gatto. Intanto, a sinistra, qualcuno nomina Angelica, la bellissima Angelica, e Orlando si ferma, si volta, si porta una mano al petto. Il pubblico ride: sa già come andrà a finire, o meglio lo sa e vuole ancora sentirselo dire.

Poi cominciano le battaglie.

Succede all'improvviso. Il puparo batte il piede sul palco: un colpo, un colpo, un colpo. Lo zoccolo suona come un tamburo. I pupi si lanciano uno contro l'altro. Le armature sbattono, le spade tintinnano, e il ritmo dei colpi va in crescendo, sempre più rapido, sempre più forte, finché non si capisce più chi vince e chi perde. È una danza, più che un combattimento. I ragazzini in prima fila saltano sulle sedie. Un nonno grida qualcosa in dialetto a un Saraceno.

Orlando affonda il colpo. Un nemico cade. Un altro. Il pubblico urla di gioia.

Quando tutto si ferma, nella sala si sente solo il respiro della gente, e il puparo, dietro la quinta, respira forte.

Per fortuna c'è anche da ridere. Tra una battaglia e l'altra, a Palermo, entrano in scena due servitori pasticcioni, Nofrio e Virticchio, con le loro farse e i loro litigi. A Catania, invece, il comico è Peppininu, lo scudiero di Orlando e Rinaldo. A Catania i pupi sono più grandi, anche un metro e trenta, e pesano fino a trenta chili. Non hanno le ginocchia che si piegano, e per questo i guerrieri tengono quasi sempre la spada in mano. Gli operatori, i manianti, li muovono da un ponte alto, dietro il fondale, mentre altri, i parraturi, recitano nascosti dietro le quinte.

La puntata finisce sul più bello, come sempre. Gano ha messo in piedi un inganno. Orlando non lo sa. Il sipario si chiude e dalla sala si alza un lungo «oooh» di rimprovero.

Domani sera si ricomincia.

Un tempo i pupari competevano a chi sapeva portare più gente. Poi il mondo è cambiato: con il boom economico degli anni Cinquanta molti teatri hanno chiuso, e oggi i pupari fanno fatica a vivere di questo mestiere. Ma non si è mai spento. Proclamata nel 2001 dall'UNESCO, è stata iscritta nel 2008 nella lista dei patrimoni immateriali dell'umanità.

Quando esci, la strada è fredda e buia. Ma tu, per un attimo, hai ancora nelle orecchie lo zoccolo del puparo sul palco, e vedi un pupo con l'armatura lucente alzare la spada, contro il buio.

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Ciro Simone Irmici

Chi c'è dietro

Ciro Simone Irmici

Costruisco siti, app e giochi. L'Atlante l'ho costruito con l'intelligenza artificiale e controllo io ogni scheda e ogni fonte. Non sono uno studioso di mitologia: racconto le leggende con rispetto e dico sempre da dove vengono. Se conosci una leggenda del tuo paese, scrivimi.

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